SENTINELLE CHRETIENNE

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(3)Apocalisse: Giovanni e L’epoca della composizione 5 décembre, 2011

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 20:04

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Visione di Giovanni a Patmos

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

L’autore si riferisce a se stesso con il nome di Giovanni (1 : 1.4.9; 22:8) e si presenta ai suoi lettori come loro « fratello e compagno nella tribolazione » (1:9), deportato per la sua fede nell’isola greca di Patmos, nel Dodecaneso. Egli fa parte di quella categoria che il Nuovo Testamento chiama profeti (1:1-20; 22:9), ha una grande autorità tra le Chiese della provincia romana dell’Asia Proconsolare (l’attuale Anatolia occidentale); e tutto ciò basta per identificarlo con l’Apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, come ha fatto tutta la tradizione fin dai Padri dei primi secoli.

Questa identificazione è stata più volte messa in dubbio perchè l’Autore non rievoca episodi evangelici in qualità di testimone oculare, come fa invece l’autore del quarto Vangelo, e perchè, nonostante le molte affinità con gli altri scritti giovannei, le differenze sarebbero ancora maggiori, riguardanti soprattutto la lingua usata ed il diverso contesto teologico.

Siccome però i lettori dell’epoca dovevano conoscere molto bene questo Autore, che con tutta probabilità è di origine giudaica, a giudicare dalla competenza con cui maneggia il genere apocalittico, e siccome anche tra il « Fermo e Lucia » e i « Promessi Sposi » ci sono enormi differenze stilistiche nonostante appartengano allo stesso autore, appare molto più economico seguire la Tradizione giunta a noi da tempi così lontani e far coincidere questo Giovanni con Giovanni l’Apostolo.

Sempre secondo la tradizione, egli sarebbe divenuto primo vescovo di Efeso (guarda caso, una delle Sette Chiese) dove sarebbe vissuto con Maria, affidatagli da Cristo sulla croce, e sarebbe anche l’unico Apostolo morto di vecchiaia, addirittura sotto il regno di Traiano (98-117.

È Giustino (100-162) il primo che, verso il 150, identifica il Profeta Giovanni dell’Apocalisse con l’Apostolo Giovanni. Sant’Ireneo (130-202) a sua volta afferma che l’autore del Vangelo e quello dell’Apocalisse sono una sola e medesima persona; dopo di lui Ippolito (170-235), Tertulliano (160-230), Origene (185-254) e l’intera tradizione cristiana riprendono l’identificazione.

Oggi molti critici tendono a spiegare le importanti differenze tra il Vangelo e l’Apocalisse, che coesistono accanto a somiglianze incontestabili, superando la nozione stessa di « autore » e sostituendola con una tradizione intellettuale e spirituale che gli esegeti designano con il nome di « scuola giovannea ». In altre parole, secondo questi esegeti l’Autore non sarebbe l’Apostolo, ma un cristiano della Chiesa primitiva a lui molto vicino, che avrebbe saputo raccogliere la tradizione apocalittica adattandola alla rivelazione di Gesù, ed integrandovi punti forti della tradizione giovannea.

I temi comuni tra il Vangelo e l’Apocalisse proverrebbero dalla predicazione diffusa in questa cerchia di discepoli. In ogni caso, se l’Autore non fosse l’Apostolo in persona, si tratterebbe comunque di uno dei suoi più intimi discepoli, venuti con lui dalla Palestina, e ciò basta per sostenere che il Figlio di Zebedeo è quanto meno il capostipite della scuola di pensiero che ha portato all’Apocalisse; basandoci su questa identificazione, dunque, noi ci atterremo alla Tradizione e continueremo ad chiamare l’Autore con il nome di Giovanni l’Apostolo, non a caso da Ludovico Ariosto definito « lo scrittor de l’oscura Apocalisse » (Orlando Furioso, canto XXXIV, 86).

Il discorso della « scuola giovannea » è stato però estremizzato da alcuni commentatori, che nel corso del XIX secolo hanno messo in discussione la stessa unità dell’opera. Essi infatti hanno voluto spiegare le ripetizioni, le contraddizioni, le apparenti mancanze di logica nell’Apocalisse supponendo una pluralità di fonti. Marie Émile Boismard (1916-2004) ad esempio ha individuato tre scritti all’origine del libro: un’apocalisse scritta sotto il regno di Nerone, un’altra datata ai tempi di Domiziano, e le Lettere alle Sette Chiese.

Alla fine del I secolo un compilatore avrebbe riunito questi documenti. Senza escludere la possibilità di molteplici fonti, tuttavia, quasi tutti i commentatori odierni preferiscono sottolineare la fondamentale unità dell’opera dovuta alla penna di un autentico autore.

L’epoca della composizione

Secondo Clemente di Alessandria (150-215), Ireneo, Origene e Gerolamo (347-420), alcune allusioni permettono di datare l’Apocalisse, nella sua configurazione attuale, al tempo della persecuzione di Domiziano, ordinata verso la fine del suo impero (81-96). Questa è l’opinione della maggior parte degli esegeti contemporanei. Alcuni, seguendo il parere di Epifanio di Salamina (315-403), hanno retrodatato l’opera addirittura sotto il regno di Claudio (41-54), mentre altri hanno preferito l’epoca di Nerone (54-68), la cui persecuzione contro i cristiani fu particolarmente violenta, così da poter identificare il figlio di Agrippina Minore con la Bestia. Effettivamente alcuni passaggi del libro dell’Apocalisse lasciano intendere che il Tempio di Gerusalemme sia ancora in piedi, come ad esempio:

« Alzati e misura il santuario di Dio » (11:1)

L’esegeta Douglas Robinson si è basato su questo passaggio per proporre una datazione antica, ma è possibile che l’Autore utilizzi fonti contemporanee a Nerone già circolanti in ambito giovanneo; il complesso del libro depone comunque a favore di una datazione più tardiva, perché la situazione descritta nelle Lettere alle Sette Chiese corrisponde bene alle condizioni religiose della fine del I secolo in Asia Minore.

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4- Tito Flavio Domiziano (81-96 d.C.), disegno a matita e a pastelli a cera della mia studentessa Serena Piotti

L’uso frequente della parola « Babilonia »per designare Roma potrebbe offrire una chiave per la datazione: da un lato, la maggior parte delle citazioni di questo termine nelle fonti ebraiche si trovano nel Secondo Libro di Esdra, nell’Apocalisse di Baruch e negli Oracoli Sibillini, tutti testi apocrifi giudaici scritti verso la fine del I secolo; dall’altro lato, questo confronto tra Babilonia e Roma, al di la delle immagini comuni a queste due città di grande ricchezza, decadenza e potere politico, potrebbe concernere il fatto che l’una e l’altra si sono rese responsabili della distruzione di Gerusalemme, a 650 anni di distanza.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto, Buona lettura!

(4)   http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/05/4-apocalisse-suddivisione-del-testo-e-apocalisse-nella-storia-dellarte/

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 
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(4) Apocalisse: Suddivisione del testo e Apocalisse nella storia dell’arte

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:21

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5 – San Giovanni a Patmos, miniatura dalla Biblioteca Municipale di Clermont-Ferrand

Da:  http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Suddivisione del testo e Apocalisse nella storia dell’arte

Come ci avverte chiaramente lo stesso Autore, l’Apocalisse è divisa in due parti. La prima tratta delle « cose presenti », cioè della situazione della Chiesa allo scadere del primo secolo; in particolare Giovanni indirizza il suo messaggio alle Sette Chiese dell’Asia Proconsolare Romana, che erano quelle da lui evangelizzate, ma nel simbolismo apocalittico il numero sette indica completezza e universalità, come vedremo parlando dei Settenari che ritornano con tanta insistenza; perciò il messaggio di Giovanni è valido per la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo.

La seconda parte, che costituisce il cuore del libro, tratta invece delle « cose che verranno dopo le presenti », cioè dell’avvenire della Chiesa. Si deve però stare attenti a non fraintendere questa seconda parte dell’opera: essa non ci vuole far conoscere in anticipo come si svolgerà, nel futuro, la storia della Chiesa, ma soltanto ammonire nella maniera più ferma che la Chiesa dovrà continuamente combattere contro il regno del Male, subire le più gravi persecuzioni, diffondere il Vangelo e vegliare nell’attesa del ritorno ultimo di Gesù, perché la vittoria definitiva sarà di Dio e della sua Santa Chiesa.

In altre parole, non si tratta di una raccolta di enigmatiche Centurie analoghe all’opera di Nostradamus, né di una lista di Papi del futuro come quella di Malachia, bensì una descrizione di quello che per noi è il presente, cioè la vita della Chiesa nel secolo attuale, stretta tra persecuzioni, contraddizioni, tentazioni di buttare la spugna e continue lacerazioni tra chi vuole seguire rigorosamente il Messaggio di Cristo, senza scendere a compromessi con il mondo, e chi invece è disposto a venire a patti con il tiranno di turno.

Invece, da un punto di vista contenutistico, gli esegeti hanno suddiviso il libro come segue. Dopo un prologo (1,1-8), di presentazione e di saluto, esso si articola in tre parti principali:

1) Parte prima (1:9-3:22): Giovanni riceve l’incarico di scrivere il messaggio di Cristo, e lo comunica mediante sette lettere alle sette Chiese dell’Asia Minore.

2) Parte seconda (4:1-20:10): Preparazione per il Giorno del Giudizio. Contiene quattro serie di visioni simboliche):

2a) I Sette Sigilli (4:5-8:5): conquista, guerra, fame, morte, martiri, finimondo, (intermezzo del trionfo dei martiri), turibolo d’oro.

2b) I Sette Angeli con le Sette Trombe(8:6,11,19): grandine, fuoco, mare di sangue, l’astro « Assenzio », eclissi, locuste, cavalleria, (intermezzo del libriccino), inno celeste.

2c) I Sette Segni(12:1-14:20): il Dragone, la Bestia del Mare, la Bestia della Terra, Agnello e vergini, segno dei buoni, il Figlio dell’Uomo, cenni della fine e del giudizio.

2d) I Sette Calici(15:1-16:21): versati sulla terra, sul mare, nei fiumi, nel sole, sul trono della Bestia, nell’Eufrate, (intermezzo dei tre demoni), nell’aria.

3) Parte terza (17:1-22:15): il Giorno del Giudizio. Si sviluppa in tre sezioni:

3a) il giudizio contro Babilonia (17:1-19:10)

3b) l’ultimo combattimento(19:11-20:15)

3c) la visione della Gerusalemme Celeste(21:1-22:5)

Queste tre sezioni, con le quattro della seconda parte del libro, formano un ulteriore settenario che abbraccia l’intero libro delle visioni. Chiude il libro un epilogo (22:6-21), che esprime il desiderio ardente della venuta di Gesù nella gloria.

L’Apocalisse nella storia dell’arte

Com’è facile immaginare, gli artisti di ogni tempo hanno attinto a piene mani dall’Apocalisse per creare opere immortali, suggestionati dalle sue immagini grandiose e dal suo arcobaleno di colori e luci. Nell’impossibilità di una trattazione esaustiva, vediamo di soffermarci sui punti salienti delle interpretazioni artistiche dell’ultimo scritto apostolico, cominciando ovviamente dall’Oriente bizantino. Quest’ultimo trascurò l’Apocalisse almeno fino al V secolo, nella convinzione che l’opera di Giovanni avvalorasse il Millenarismo, allora considerato eretico. Soltanto a un’epoca piuttosto tarda risale un’Apocalisse greca illustrata.

Tra i motivi iconografici ispirati all’Apocalisse è particolarmente frequente nell’arte figurativa bizantina il cosiddetto Tetramorfo, che rappresenta i simboli dei Quattro Esseri Viventi in un’unica raffigurazione: vi appaiono le teste dell’Aquila, del Leone, del Toro e dell’Uomo, circondate da quattro, sei o otto ali, che circondano il Cristo in trono. Uno degli esempi più antichi, raffigurato qui sopra, (imagine 2 del I° articolo) si trova nel monastero di Hosios David a Salonicco, è datato fra il 475 e il 500 d.C.. Altro motivo apocalittico presente nell’arte bizantina e poi russa è l’immagine dell’arcangelo Michele che uccide il Drago.

Naturalmente l’Apocalisse di Giovanni conobbe grande fortuna anche nell’arte occidentale, soprattutto nel Medioevo e all’inizio dell’età moderna, venendo intesa come messaggio di speranza in un mondo segnato da guerre, carestie ed epidemie. Le immagini più tipiche di questa concezione sono quelle realizzate dai cristiani di Spagna sotto il dominio musulmano, dette pitture mozarabiche (dall’arabo musta’rab, parola che designava uno straniero arabizzato); ne è un esempio.

L’idea che la progressiva scomparsa del mondo creato sia solo il sereno preludio all’ avvento della Città di Dio, e non una serie interminabile di cataclismi, domina soprattutto nella pittura monumentale romanica, come per esempio nell’abbazia di Saint-Lizier nel Couserans. L’epoca romanica interpreta volentieri in senso simbolico e dottrinale le visioni giovannee: la Donna Vestita di Sole è presentata di solito come la Vergine con il Bambino Gesù, mentre la Bestia dalle Sette Teste impersona il Male sconfitto. Questa concezione è destinata a lasciare il posto, nel corso del XIII secolo, ad una lettura più narrativa:

I racconti e le visioni del libro della Rivelazione diventano successioni di avvenimenti e di spettacoli stupefacenti e meravigliosi di cui Giovanni è l’eroe, quasi in un Manga ante litteram, come si vede nei manoscritti anglonormanni intorno al 1300: da uno di essi è tolta questa illustrazione del mio ipertesto. Questa tipologia di rappresentazione conosce la sua fioritura nel XIV secolo nei celebri arazzi dell’Apocalisse di Angers, realizzati per un committente della famiglia reale francese.

L’arte della fine del Medioevo tenderà a rappresentare Giovanni a Patmos in un’atmosfera poetica, semifantastica, suggestiva e ispirata: il breviario realizzato in Alvernia nel XV secolo da cui ho tratto quest’immagine ne fornisce un ottimo esempio. Alla soglia dei tempi moderni, l’Apocalisse di Giovanni sarà invece percepita in modo completamente diverso: vi si vede solo una serie di cataclismi, di catastrofi, di rivelazioni oscure e pessimiste. Per avere un’idea di questa sorta di « angoscia moderna » basta pensare a tre opere. In primo luogo, al « Giudizio Universale » di Hieronymus Bosch (1450-1516), che nell’accavallarsi caotico e quasi ipnotico di corpi umani e di mostri diabolici sembra anticipare il moderno surrealismo.

In secondo luogo, al « Giudizio Universale » di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che nel turbinio di corpi trascinati dalla Volontà Divina e nel gesto imperioso del Cristo imberbe tradisce il timore tutto controriformistico nei confronti del Giudizio supremo. Infine, la celeberrima raccolta di xilografie di Albrecht Dürer (1471-1528), datata 1498 e dedicata proprio all’Apocalisse di Giovanni, la quale incarna sicuramente uno dei punti più alti raggiunti dall’arte grafica nel Rinascimento.

Come ha detto Alessandro Rovetta, in questa straordinaria raccolta l’artista tedesco ha saputo fondere la tradizione medievale nordica, ravvisabile nella particolare interpretazione degli elementi fantastici, con la nuova lezione del Rinascimento italiano, conosciuto soprattutto a Venezia e ravvisabile nel particolare sentimento del paesaggio. Il vigore e il dinamismo del suo tratto sottolineano la violenza e la drammaticità dei cataclismi che innescano la fine del nostro mondo.

In questo ipertesto ho inserito la xilografia intitolata« I quattro cavalieri dell’Apocalisse » e quella dedicata alla Grande Prostituta.

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13 – Albrecht Dürer, I Quattro Cavalieri, xilografia

37 – Albrecht Dürer, La Grande Prostituta, xilografia

In epoca barocca tornano a prevalere immagini più bucoliche, come nel San Giovanni a Patmos di Tornioli illustrato sopra, ma mano a mano che ci si avvicina all’età contemporanea e alle sue inquietudini gli artisti tornano a voltare le spalle all’arte medioevale piena di speranza di fronte alla Rivelazione di Giovanni. Così le impressionanti incisioni di Gustave Doré (1832-1883), caratterizzate da uno straordinario virtuosismo tecnico, l’abside della Chiesa di Plateau d’Assy (Alta Savoia), decorata dai maggiori artisti contemporanei, in cui Jean Lurçat (1892-1966) ha visualizzato la grandiosa visione della Donna e del Dragone e le magnifiche illustrazioni di Fernando Monzio Compagnoni ci presentano quadri decisamente « apocalittici » nel loro drammatico surrealismo.

 In quest’ipertesto troverete un’incisione di Doré, dedicata alla

Gerusalemme Celeste, e due opere di Monzio Compagnoni, la Corte Celeste e la Bestia del Mare, che secondo me rappresentano adeguatamente la tormentata lettura fatta dagli autori moderni dell’ultimo libro della Bibbia, in un mondo dominato apparentemente dalla crisi di ogni valore tradizionale e da sataniche ideologie che fanno pensare davvero alle Bestie viste da Giovanni in visione.

Anche la musica ha tratto ispirazione volentieri dall’Apocalisse di Giovanni. Oltre alle numerosissime versioni del « Dies Irae », parte irrinunciabile di ogni Messa da Requiem, è da segnalare « Pietra di Diaspro », opera-video di Adriano Guarnieri presentata per la prima volta al Teatro Nazionale di Roma il 10 giugno 2007 con la regia di Cristina Muti.

Scritta all’indomani del crollo delle Torri gemelle di New York nel 2001, quest’opera trae il suo titolo dalla visione della Gerusalemme Celeste nel capitolo 21 dell’Apocalisse, ed in particolare dalla descrizione delle pietre preziose incastonate nelle sue fondamenta; essa unisce al testo biblico la poesia di Paul Célan, autore che ha vissuto la sua personale Apocalisse nella Shoah. Basata sulla sinestesia tra vista e udito, essa fa uso di proiezioni, giochi di luci e di specchi, amplificazione e spazializzazione del suono: quanto di meglio per rendere l’incredibile contrappunto di luci e scoppi di cui è intessuta l’intera Apocalisse.

Infine, innumerevoli sono i riferimenti all’Apocalisse nella filmografia contemporanea, a partire dai lungometraggi di argomento catastrofico come « Deep Impact » ed « Armageddon », entrambi del 1998, guarda caso una data prossima alla fine di un millennio, e per di più, per una strana coincidenza, pari al triplo del tristemente noto numero 666.

Il secondo riprende addirittura il titolo da una delle più celebri parole dell’Apocalisse. Il capolavoro di Francis Ford Coppola « Apocalypse Now » (1979), liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad « Cuore di tenebra » (1899), allude all’opera di Giovanni identificando la tragedia del Vietnam, una delle peggiori catastrofi nazionali degli Stati Uniti d’America, con il compimento delle fatidiche trombe di cui si parla in questo libro.

Infine, nell’ambito del « Progetto Bibbia » voluto dalla Lux Vide di Ettore Bernabei, nel 2002 il regista Raffaele Mertes girò per la TV una riuscita trasposizione cinematografica di alcuni episodi dell’Apocalisse, con un ispirato Richard Harris nei panni dell’Apostolo Giovanni prigioniero a Patmos; nel cast anche Vittoria Belvedere, Benjamin Sadler, Bruce Payne e Paolo Villaggio.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto, Buona lettura!

(5)   http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/05/5-apocalisse-come-leggere-lapocalisse-il-prologo-1-1-8/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
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(5) Apocalisse: Come leggere l’Apocalisse Il Prologo (1, 1-8)

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 13:51

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6 – Veduta della baia dell’isola di Patmos, foto di Marco Bono

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Come ha scritto il teologo Giovanni Canfora, non c’è alcun dubbio che l’Apocalisse rappresenti il libro più difficile della Bibbia, che in certi passi risulta del tutto oscuro e misterioso perfino ai più esperti esegeti. Logico che molti fedeli incontrino grandi difficoltà nella lettura di questo ultimo libro biblico, rigurgitante di immagini fantasiose che non aiutano certo a sviscerare un messaggio per l’uomo d’oggi, lontano anni luce dalle metafore e dal simbolismo di cui questo scritto fa sfoggio con così grande dovizia. A questo proposito ha detto il gesuita Ugo Vanni:

« Si ha un accumulo di simboli tutti dotati di una grande capacità evocativa, ma che potremmo chiamare « allo stato grezzo ». Ciascuno di essi deve essere decodificato ed elaborato. Tra l’uno e l’altro, data la discontinuità fantastica che presentano, ci sono degli spazi vuoti: si richiede l’interpretazione che media e li riempie. Si richiede anche che, non appena un elemento simbolico è stato interpretato, sia messo in disparte, lasciando nella mente uno spazio disponibile che accolga l’altro materiale che verrà. »

E il domenicano francese Henri Marie Féret ha aggiunto:

«Non cerchiamo nell’Apocalisse la coerenza sul piano delle immagini, ma su quello delle idee e degli insegnamenti che esse esprimono! »

Eppure tanti, specie nell’ambito dell’integralismo cristiano o dei Testimoni di Geova, si accaniscono sul testo apocalittico fino ai minimi particolari, nella speranza di decifrarne il « vero » significato profetico, e addirittura di stabilire un calendario del futuro. Inutile dire che si tratta di uno sforzo quanto mai inutile, non essendo questo lo scopo di Giovanni.

Egli, come già spiegato, intendeva descrivere il nostro oggi, non il nostro avvenire; intendeva lanciare un forte e sereno messaggio di speranza e di consolazione ai cristiani perseguitati di ogni tempo, dalle vittime della persecuzione di Nerone fino ai cristiani massacrati in questi anni duemila dai fanatici indù; intendeva metterci in guardia dall’eterna tentazione di abbandonare l’amore di Dio e del prossimo, di perdere la fiducia e di cedere alle false ideologie, ai falsi cristi che dalla dinastia giulio-claudia fino agli odierni pifferai magici della società consumistica tentano di spacciarsi per gli unici veri salvatori dell’umanità.

Basta questo a farci capire la viva attualità del libro. Ma se il messaggio dell’Apocalisse è attualissimo non lo è più il suo complicato artificio compositivo e simbolico; per questo è assolutamente necessario leggere l’Apocalisse in modo ragionato, attraverso un’adeguata esegesi che interpreti per noi la complicata struttura letteraria messa in piedi dall’Autore e il senso di termini come

Armageddon, Abaddon e Numero della Bestia, che nel delicato passaggio dal Secondo al Terzo Millennio, con il riaffiorare di tante pretese profezie millenaristiche, sono tornati prepotentemente di moda. Questo è lo scopo del presente ipertesto: fornire alcune chiavi di lettura di tutto questo sfolgorio di immagini grandiose, affascinanti fin dalla prima volta in cui se ne affronta lo studio, così da mettere in pratica l’ammonimento eterno del Libro dei Proverbi:

« La saggezza ti entrerà nella mente, la scienza sarà la delizia del tuo cuore, la riflessione veglierà su di te, l’intelligenza ti proteggerà e ti scamperà dalla via malvagia » (Pv 2: 10-12)

Il Prologo (1, 1-8)

Dopo il titolo del libro, rappresentato dalla sua prima parola (ricordiamo che « Apocalisse » vuol dire «Rivelazione »), viene proclamata una beatitudine iniziale, il cui senso è chiaro: ai Cristiani è affidato il compito di interpretare e di vivere la propria storia non in vista di una prossima fine, ma cercando il fine a cui Dio la guida (ne seguiranno altre cinque in Ap 14:13; 16:15; 19:9; 20:6 e 22:7):

« Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino » (1:3).

Questo motivo del giudizio di Dio a noi così vicino ritorna spesso nell’Apocalisse; ormai la storia dell’umanità è, dal punto di vista di Dio, nella fase finale, negli « ultimi tempi »; la redenzione è avvenuta, Gesù Cristo ha rivelato a noi il Padre ed il Suo disegno sul mondo, ormai non ci resta che aderire al progetto del Signore e vivere nell’attesa del suo ritorno.

L’intera Apocalisse si configura come una lettera, indirizzata anzitutto alle Sette Chiese dell’Asia (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea), e poi per estensione a tutti i cristiani di tutti i tempi, perchè il sette, in tutta l’opera, è numero di pienezza (tanti erano i corpi celesti conosciuti e tanti i Giorni della Creazione necessari a realizzare tutte le cose). I Cristiani sono definiti « sacerdoti », cioè consacrati a Dio (cfr. 1 Pietro 2:9), e la stessa Chiesa è definita « regno », evocando quello di Davide e la profezia del Sacerdozio Eterno cfr. 2 Samuele 7), trasmesso a Gesù Cristo e quindi, per estensione, a tutti noi. Nel suo saluto epistolare Giovanni proclama ad alta voce la propria fede nel ritorno di Gesù, citando Daniele 7:13 e Zaccaria 12:10:

« Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! » (1:7).

Qui vediamo all’opera la cosiddetta figura retorica dell’ inclusione, usatissima in ebraico (e ciò testimonia l’origine dell’Autore). Quando l’Antico Testamento usa l’espressione « Da Dan a Bersabea », indica tutta quanta la Terra Promessa racchiudendola tra la sua estremità settentrionale (Dan) e la sua estremità meridionale (Bersabea). Allo stesso modo, dire « l’Alfa e l’Omega », cioè la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, significa affermare che Cristo rappresenta la totalità di tutto ciò che è, la sintesi dell’intero cosmo dal principio alla fine, sia nel tempo che nello spazio: non a caso in 1:17 lo stesso Cristo si definisce « il Primo e l’Ultimo »: Colui che è all’inizio della Creazione, e Colui che ne suggellerà il termine.

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Il Primo, l’Ultimo e il Vivente (1: 9-20)

Subito dopo, si entra nel vivo. Triplice è l’ambientazione di questo racconto: spaziale, temporale e spirituale. Spaziale: Giovanni si trova relegato nell’isola di Patmos, una colonia penale della quale diremo sotto, « a causa del Vangelo di Dio e della testimonianza » resa a Gesù: parole che lasciano pochi dubbi sul perchè l’Apostolo fosse stato inviato sull’isola, al tempo della grande persecuzione di Domiziano.

Temporale: siamo « nel giorno del Signore », cioè la domenica, quando già i primi cristiani si radunavano per ricordare la Pasqua di Cristo. Spirituale: Giovanni è improvvisamente « rapito in estasi », e quindi quanto scrive non è frutto della sua fantasia, ma gli viene rivelato direttamente da Dio. Ed ecco che davanti gli compare il Protagonista stesso dell’opera, descritto con una simbologia di matrice veterotestamentaria, densa di rimandi allegorici che ora cercheremo di spiegare uno per uno:

« Udii dietro di me una voce potente, come di tromba » (1:10) [Allusione al suono di tromba di Esodo 19:19, cui viene paragonata la potentissima voce di JHWH sul Monte Sinai, durante la teofania collettiva che coinvolge l'intero popolo d'Israele]

« Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro » (1:12) [la simbologia è spiegata dallo stesso Autore più sotto, al versetto 20]

« E in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo » (1:13) [Evidente riferimento al Figlio dell'Uomo visto da Daniele nelle sue visioni notturne, titolo che Gesù ha applicato a se stesso. Gesù appare qui in una duplice veste, nella sua trascendenza e nella sua umanità]
« Con un abito lungo fino ai piedi » (1:13) [Paramenti Sacerdotali]
« E cinto al petto con una fascia d’oro » (1:13) [Paramenti Regali: come Melchisedec, Cristo è Re e Sacerdote]

« I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve » (1:14)

[simbolo di eternità: l'immagine rimanda a Daniele 7:9]
« Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco » (1:14) [simbolo di onniscienza]
« I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo » (1:15) [il suo dominio è saldo e non può essere distrutto]
« La voce era simile al fragore di grandi acque » (1:15) [la voce di Dio sovrasta ogni altra voce: l'immagine rimanda ad Ezechiele 1:24]
« Nella destra teneva sette stelle » (1:16) [anche questo rimanda al versetto 20]

« Dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio » (1:16) [con la Sua Parola, Cristo giudica il mondo in modo infallibile: l’immagine rimanda ad Isaia 11:4]

« E il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza » (1:16) [Quest'immagine riprende potentemente l'episodio evangelico della Trasfigurazione, del quale Giovanni fu testimone oculare]

« Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto » (1:17) [La reazione è la stessa del profeta Ezechiele di fronte alla visione inaugurale del suo mandato presso il canale Kebar: « Quando la vidi, caddi con la faccia a terra » (Ez 1:28)]

« Ma egli, posando su di me la destra, mi disse » (1:17)

[Anche Cristo risponde a Giovanni come JHWH ad Ezechiele: « Mi disse: « Figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare ». Ciò detto, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai Colui che mi parlava » (Ez 2:1-2)]
« Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e tengo le chiavi della morte e degli inferi » (1:17-18) [Nel linguaggio veterotestamentario, che l’Autore conosce benissimo, « possedere le chiavi » di qualcosa significa averne in pugno il completo controllo. Qui il riferimento è ad Isaia 22:22: « Metterò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide; egli aprirà, e nessuno chiuderà; egli chiuderà, e nessuno aprirà. »]

« Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese » (1:19-20)

[Ecco dunque la spiegazione dei candelabri e delle stelle: sono i destinatari della missione universale affidata da Cristo a Giovanni. Gli Angeli sono personificazioni della protezione divina sulle Sue comunità]

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto,

(6)  http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/05/6-apocalisse-le-lettere-alle-sette-chiese/

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(6) Apocalisse: Le Lettere alle Sette Chiese

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 13:04

(6) Apocalisse: Le Lettere alle Sette Chiese dans Apocalisse It 7-settechiese-224x300

7 – Le Sette Chiese d’Asia, disegno dell’autore del sito

 Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Subito Cristo ordina a Giovanni di scrivere alle Sette Chiese altrettante lettere, che occupano la prima parte dell’Apocalisse (1:9 – 3:22) e seguono uno schema fisso:

 indirizzo

presentazione da parte di Cristo

denuncia della situazione in cui versa la Chiesa

invito alla conversione

promessa finale

Queste lettere trattano la situazione della cristianità dell’Asia Proconsolare Romana, con i loro splendori e le loro miserie, e rappresentano quindi un prezioso resoconto dei problemi che la Cristianità nascente doveva affrontare. Due Chiese, quelle di Smirne e di Filadelfia, sono soltanto elogiate; altre due, quelle di Sardi e di Laodicea, sono solo biasimate; le altre tre, di Efeso, di Pergamo e di Tiatira, sono in parte elogiate ed in parte biasimate.

Le severe ammonizioni rivolte alle Chiese ci mostrano ciò che sta più a cuore all’apostolo Giovanni: la fede in Dio e nel Signore Gesù in esse sta perdendo di forza, e viene insidiata dalla diffusione di dottrine eretiche; la carità verso Dio e verso il prossimo; segno distintivo del cristiano in mezzo ai pagani, va spegnendosi come una candela; la fermezza della speranza cristiana nell’avvento del Regno si è fatta stanca e vacillante.

Alla fine di ogni epistola Giovanni chiama il cristiano con il nome di « vittorioso », ed insiste nel mostrare la grandiosa ricompensa che Dio darà a tutti quelli che hanno combattuto e vinto, anticipando il tema dei beati in vesti candide che tornerà più avanti nel corso del libro.

La prima Chiesa cui è indirizzata una lettera è quella di Efeso, la città principale dell’Asia Proconsolare, il cui porto era uno dei principali dell’Impero Romano, mentre oggi non ne rimangono che rovine. Verso l’anno 50 d.C. San Paolo vi predicò il Vangelo e vi fondò una Chiesa (cfr. Atti 19); qui, sempre secondo la tradizione, prese stabile dimora l’Apostolo Giovanni con Maria, la Madre di Cristo, da quest’ultimo affidatagli dall’alto della croce.

Il suo principale problema è la freddezza nell’impegno d’amore, probabilmente a causa della ricchezza che vi circola: ha dunque bisogno di una rinascita spirituale per ottenere la Vita Eterna. Tuttavia agli efesini è ascritto a merito il rifiuto dei Nicolaiti, un gruppo non meglio conosciuto, presumibilmente eretico, presente anche a Pergamo e da alcuni esegeti ricollegato al proselito Nicola di Antiochia che viene citato in Atti 6:5.

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8 Facciata della Biblioteca di Celso a Efeso (foto di Anna Elena Galli)

La seconda Chiesa interpellata è quella di Smirne, conosciuta a quel tempo come « l’Incanto dell’Asia », ed oggi coincidente con la turca Izmir, sulla costa del Mar Egeo, città di oltre tre milioni di abitanti. Essa è dominata dallo scontro tra la Chiesa locale e la « Sinagoga di Satana » cioè la locale comunità giudaica, fatto che non doveva certo essere raro ai tempi. Cristo le annuncia « una tribolazione di dieci giorni »: se sarà fedele, riceverà « la corona della vita ».

La terza lettera è indirizzata alla Chiesa di Pergamo, 100 chilometri a nord di Smirne, importantissima nell’antichità perchè capitale del regno ellenistico degli Attalidi; furono questi, alleati di Roma, a chiamare in loro soccorso la Città Eterna contro le pretese di Antioco III il Grande, dando così inizio all’espansione romana in Oriente. Questa città era famosa per il grande tempio dedicato a Zeus, ed è per questo che Cristo attacca con le parole « So che abiti dove Satana ha il suo trono »(2:13).

Seguendo un motivo costante in tutta l’opera, nei confronti dei martiri, la lettera cita Antipa, messo a morte per la sua testimonianza e preso come esempio da imitare per tutti i cittadini di Pergamo; subito dopo però rimprovera alla Chiesa l’acquiescenza nei confronti di dottrine eretiche, come i Nicolaiti già citati poco sopra, e nominati a quanto ne sappiamo solo nell’Apocalisse, ed i « seguaci della dottrina di Balaam » (2:14).

Anche di questi nulla sappiamo; Balaam era un mago mandato a chiamare da Balac, re di Moab, affinché maledicesse il popolo d’Israele che si avvicinava ai suoi confini, secondo il racconto di Numeri 22-24. L’Antico Testamento (Numeri 31:16) descrive Balaam come il responsabile delle infedeltà del Popolo Eletto ai Dieci Comandamenti, ed anche il Nuovo Testamento lo prende come esempio decisamente negativo (2 Pietro 2:15 e Giuda 11); si può dunque avanzare l’ipotesi che questi eretici ammettessero la partecipazione dei cristiani a feste pagane e forse addirittura alla prostituzione sacra, piuttosto diffusa in Oriente. 

Solo allontanandosi da queste perversioni la Chiesa di Pergamo potrà ottenere da Gesù la manna, simbolo dell’abbondanza della Grazia divina, ed una pietruzza bianca, segno di riconoscimento per i giusti (altro tema che vedremo ricomparire più avanti nel testo),

La quarta Chiesa è quella di Tiatira, un piccolo centro situato tra Pergamo e Sardi, e viene rimproverata perchè « lasci fare a Gezabele, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli » (2:20). Naturalmente si tratta di una falsa profetessa, celata nel testo dietro il nome della regina d’Israele che tentò di imporre al suo popolo il culto idolatrico di Baal (1 Re 16;31), a cui è stato concesso il tempo di pentirsi; ma, siccome si rifiuta di farlo, su di lei e sui suoi seguaci a Tiatira si addensa l’ombra di un grave castigo.

Invece chi rimarrà saldo nella fede sarà premiato con la partecipazione al potere regale di Cristo, tema che anticipa il capitolo 20 dell’Apocalisse, e che qui è illustrato con le parole del Salmo 2:8-9: «pascolerà [le nazioni] con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta ».

Segue la lettera alla Chiesa di Sardi, già capitale del Regno di Lidia prima dell’avvento dell’Impero Persiano (il proverbiale re Creso regnò da qui), posta 80 chilometri a sudest di Tiatira. Ad essa Cristo si presenta come « Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle » (3:1), cioè la signoria assoluta e piena sull’universo e sulla Chiesa universale sparsa su tutta la Terra (solita simbologia del numero sette).

Il giudizio è nettissimo: « ti si crede vivo e invece sei morto ». Il Signore minaccia di venire « come un ladro », nell’ora in cui meno lo si aspetta, usando una ben nota immagine evangelica, ma come al solito i Giusti saranno preservati ed otterranno in cambio della loro fedeltà una veste bianca, simbolo della loro purezza ripreso nel capitolo 7 dell’Apocalisse, e vedranno i loro nomi iscritti « nel Libro della Vita », immagine tolta dal Libro dei Salmi (69:29) che sarà ripresa più avanti in vari passi (13:8; 17:8; 20:12.15; 21:27), e da innumerevoli mistici cristiani. Lo cita anche Tommaso da Celano nel suo celebre Dies Irae, cui dedicheremo più spazio verso la fine dell’ipertesto:

« Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus iudicetur »

[Sarà mostrato il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
con cui il mondo sarà giudicato]

La sesta lettera è indirizzata a Filadelfia, 60 chilometri a sudest di Sardi, che deve il suo nome a re Attalo II Filadelfo; proprio ispirandosi al suo nome il quacchero William Penn (1644-1718) fondò nel 1681 la città statunitense di Philadelphia, in Pennsylvania, la sesta città degli USA per popolazione. Cristo si presenta come « Alethinòs », cioé « il Veritiero », e come « Colui che ha la chiave di Davide: quando Egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre » (3:7), cioè Colui che ha in pugno il potere assoluto sulla Gerusalemme Celeste, con riferimento ad Isaia 22:22 e alle « chiavi del Regno dei Cieli » (Matteo 16:19).

 A Filadelfia è aperta una porta che nessuno può chiudere, quella del Regno Celeste, segno dell’afflato missionario di questa Chiesa nella regione circostante: infatti subito dopo alla Chiesa sono consegnati dei Giudei che si prostrano ai suoi piedi. Anche in questo caso un occhio di riguardo è riservato a chi rimarrà fedele, e verrà posto « come una colonna nel tempio del mio Dio » (3:12), simbolo di stabilità perenne e quindi di beatitudine che nessuno potrà togliergli mai più.

Se la Chiesa di Filadelfia è unicamente lodata, ben diverso è il tono della settima ed ultima lettera, secondo molti la più bella ed appassionata di tutte, indirizzata alla cristianità diLaodicea, città non molto grande ma ricchissima, tutta presa dalle attività industriali e commerciali: una città rigurgitante di banche, di industrie tessili e famosa in tutto il mondo romano per le sue fabbriche di collirio e per la sua scuola medica di oculistica.

La Chiesa di Laodicea, sopraffatta da questo benessere economico, sembra ignorare la propria povertà spirituale, che la rende ignava e amorfa; e così Cristo, che si definisce «l’Amen», cioè la Verità assoluta che ignora i compromessi, e « il Principio della creazione di Dio » (cfr. Gv 1:3), sbotta:

« Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: « Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla », ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. » (3:15-18).

Questi tre consigli non sono certo casuali, ma si riferiscono alla reale situazione economica della città. Centro di commerci e di ricchezze, Laodicea deve abbandonare il vile oro materiale per scoprire il vero oro che salva; centro tessile assai rinomato, dovrà vestirsi con vesti bianche, sede di una famosa scuola di oftalmologia, dovrà purificarsi la vista non con il collirio medico ma con un collirio spirituale, che le permetterà di vedere lo stato di desolazione in cui versa. È divenuta proverbiale nei secoli l’immagine potente che chiude la lettera:

« Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (3:20).

Simone de Beauvoir (1908-1986), la famosa scrittrice francese compagna di Jean-Paul Sartre, dichiarò una volta che spesso aveva atteso che Dio aprisse la porta di casa sua ed entrasse, ma non lo aveva mai fatto. Queste parole sono una chiara risposta al suo atteggiamento: avrebbe dovuto lei per prima aprire la porta e lasciar entrare Colui che ha detto: « Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo », una chiara risposta al dilemma del dolore innocente, che ha impedito a molti di questi esistenzialisti moderni di scoprire la luce della Fede.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto, Buona lettura!

(7) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/04/7-apocalisse-lisola-di-patmos-ed-il-suo-monastero/

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 
 

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