SENTINELLE CHRETIENNE

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Samaritani, cosa ne resta di questo popolo della Bibbia ? 25 mai, 2013

Classé dans : Religione — Sentinelle Chrétienne @ 10:23

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Benedetto Bellesi   Samaritani: pochi, ma «buoni»  

Fenomeno più unico che raro, i Samaritani sono sopravvissuti come entità etnica e religiosa a difficoltà e persecuzioni secolari; il loro numero può apparire insignificante; le loro tradizioni sembrano più attrazioni turistiche che espressioni di fede; eppure hanno una forte ambizione: fare da ponte nel conflitto israelo – palestinese… Anche perché, per sopravvivere, hanno bisogno di pace soprattutto.

«Siamo la più antica e la più piccola nazione e setta religiosa del mondo. Per questi e altri primati potremmo entrare in molte pagine del Guinnes dei primati – esordisce Husney W. Kohen, fondatore e direttore del Museo dei Samaritani a Kiryat Luza, villaggio sulla dorsale del monte Garizim -. 

Tre mila anni fa i Samaritani erano 3 milioni; nel medioevo erano un milione e 200 mila; nel 1917 contavano appena 146 persone. Oggi sono 729 (1° gennaio 2010); metà vivono sul monte Garizim, il resto a Holon presso Tel Aviv».

Elegante nella sua lunga veste grigia, 66 anni, Husney Kohen si presenta come uno dei 12 sacerdoti custodi della fede dei Samaritani e, sottolineando il suo lignaggio, spiega l’albero genealogico: «Da Adamo a me ci sono 162 generazioni; da Aronne, fratello di Mosè, 132 generazioni».

LE ORIGINI

«Abbiamo anche il calendario più antico del mondo – continua Kohen mostrando un almanacco con le cifre 3647-3648 -. Questi sono gli anni trascorsi da quando gli ebrei passarono il Giordano, entrarono nella terra di Canaan e rinnovarono l’alleanza qui a Sichem (oggi Nablus), secondo il comando di Mosè: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà condotto nella terra che vai a conquistare, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal” (Deut 11:29)».

E così avvenne, come si legge nel libro di Giosuè: tutte le tribù schierate attorno all’arca dell’alleanza, metà voltati verso il monte Garizim pronunciarono le benedizioni per gli osservanti della legge; metà rivolte al monte Ebal lanciarono le maledizioni contro i trasgressori (Cf Gios 8:33).

Nella regione che prenderà il nome di Samaria rimasero i discendenti di Efraim e Manasse, figli di Giuseppe, e alcuni della tribù di Levi, mentre le altre continuarono la conquista del territorio sotto la guida dei giudici e poi della monarchia. Per 270 anni esse condivisero la stessa storia; seguirono due secoli di storia parallela, in seguito alla divisione (930 a.C.) tra regno di Giuda al sud, con capitale Gerusalemme, e regno d’Israele al nord, con capitale Sichem e poi Samaria.

La separazione politica divenne anche divisione religiosa, a partire dal 722 a.C., quando il regno del nord fu distrutto dagli Assiri e una parte della popolazione (27.290 secondo gli annali dei vincitori) fu deportata e sostituita con coloni della Mesopotamia, provenienti soprattutto da Cutha, che si mischiarono ai 60 mila israeliti rimasti sul luogo. La mescolanza etnica e culturale, con relativo sincretismo religioso, provocò il rigetto da parte dei giudei del sud verso i Samaritani, chiamati con disprezzo «cutheani», cioè gente di sangue misto e semi-pagana.

In realtà, i Samaritani continuarono a ritenersi parte del popolo ebraico e nel 538 a.C., quando i giudei esiliati a Babilonia tornarono a Gerusalemme, i Samaritani offrirono il loro aiuto per ricostruire il tempio e officiarlo insieme, ma furono respinti brutalmente, perché considerati razzialmente impuri. Per questo, nel IV secolo a.C., i Samaritani costruirono il proprio tempio sul monte Garizim, il luogo in cui, secondo il loro credo, erano avvenuti diversi eventi significativi della storia dei patriarchi e del popolo israelitico.

Si consumava così lo scisma tra le due popolazioni. Non passarono due secoli e il tempio fu raso al suolo, nel 128 a.C., dal re di Giuda, Giovanni Ircano, nel tentativo di sottomettere i Samaritani alla tradizione gerosolimitana, portando al culmine, invece, l’incomunicabilità, l’ostilità e l’odio tra giudei e samaritani. E questo era il clima che si respirava al tempo di Gesù.

Nei secoli seguenti, con il susseguirsi nella terra santa di varie dominazioni – romana, bizantina, islamica, turca – i Samaritani sperimentarono momenti di pace alternati a periodi di oppressione e persecuzione, in cui essi furono costretti alla conversione o alla diaspora. Così il loro numero si assottigliava costantemente, fino a raggiungere il minimo storico di 146 persone, grazie anche a una tremenda epidemia scoppiata a Nablus alla fine della guerra mondiale, quando i turchi lasciarono la Palestina.


IDENTITÀ

«Da oltre tre millenni abitiamo in questo luogo; siamo il resto dell’antico regno d’Israele, ci riteniamo e definiamo Bene-Yisrael, figli d’Israele. Siamo i veri israeliti» afferma Husney Kohen in polemica con una corrente storiografica che definisce i Samaritani una setta staccatasi dal giudaismo nel periodo del 2° tempio (538 a.C.-70 d.C.), e continua: «Contrariamente a quanto capita per la maggior parte dei popoli, non è la Samaria a dare il nome ai suoi abitanti, ma il contrario: il termine samaritani deriva infatti dall’ebraico “shamerim”, che significa “custodi, osservanti” dell’insegnamento di Mosè».

Mentre parla, Kohen si avvicina a una parete ricoperta da un drappo rosso con scritte ricamate in oro; rimuove un velo rosso e apre un rotolo di pergamena avvolto in un panno di seta verde, ugualmente ricoperto da una fitta scrittura ricamata in oro. Poi continua, sciorinando altri primati: «Questo è il più antico libro del mondo, il Pentateuco, i cinque libri della Torah, l’unica nostra legge, tramandataci da Mosè. Questo codice è di 150 anni fa, ma ne abbiamo un altro che risale a sei secoli fa, ma non viene mostrato al pubblico; già una volta hanno tentato di rubarlo, quando era nella sinagoga di Nablus. Molti musei vorrebbero comperarlo; il British Museum ha offerto una grossissima somma solo per custodirlo ed esporlo al pubblico, ma non possiamo privarci del nostro tesoro più prezioso».

Oltre al contenuto, la preziosità del codice sta nella sua rarità: è scritto in ebraico antico, con un alfabeto precedente a quello attuale a lettere quadrate, adottato dagli ebrei dopo l’esilio sotto l’influsso della scrittura babilonese. «L’ebraico antico è la madre di tutte le lingue del mondo» continua Kohen, indicando una riproduzione delle lettere dell’alfabeto e spiegando come ognuna di esse corrisponda a un membro del corpo umano.

Il Pentateuco samaritano, la cui redazione è attribuita dalla tradizione ad Abisha, pronipote di Mosè, contiene oltre 7 mila differenze rispetto al testo ebraico masoretico. Per lo più sono diversità ortografiche, ma alcune anche di contenuto «teologico», come la questione del luogo della presenza di Dio. In 22 versetti del Deuteronomio, la versione samaritana usa il verbo al passato: «Nel luogo che l’Onnipotente ha scelto»; mentre la redazione masoretica usa il futuro: «Nel luogo che l’Onnipotente sceglierà» (Dt 16:11).

La differenza è cruciale: per i Samaritani tale scelta è avvenuta ancor prima dell’entrata nella terra promessa ed è il Garizim, unico monte della terra d’Israele espressamente consacrato nel Deuteronomio quale luogo delle benedizioni (Dt 11:29), luogo dove Abramo e Giacobbe hanno costruito altari. Per i giudei, invece, il verbo al futuro esprime solo l’annuncio della scelta, che si realizzerà al tempo di David e Salomone (1000-930 a.C.) e cadrà sul monte del tempio a Gerusalemme.

Un’altra differenza riguarda la redazione del decalogo (Es 20:1-14). Nel testo samaritano il primo comandamento è: «Non avrai altri dei…» (secondo nella versione masoretica); il decimo ordina di costruire un altare sul monte Garizim, comandamento assente nel testo masoretico.

Il luogo del culto è sempre stato il pomo della discordia, da quando Eli scippò al Garizim l’arca dell’alleanza e la trasportò a Silo, fino al tempo di Gesù, come appare dalla domanda della donna samaritana: «I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». E rimane tutt’ora la principale discriminante tra la fede dei Samaritani e quella degli Ebrei, come si apprende dalle labbra stesse di Kohen: «Inutile che certi Ebrei cerchino di ricostruire il terzo tempio a Gerusalemme, quando Dio ha scelto il Garizim».

CREDO E FESTE

«I Samaritani sono guidati da quattro principi di fede – continua -:

un solo Dio, il Dio d’Israele; un solo profeta, Mosè figlio di Amran; un solo libro sacro, il Pentateuco, la Torah trasmessa da Mosè; un solo luogo sacro, il monte Garizim.

Inoltre crediamo nella venuta del Taheb, “un profeta come Mosè” (cf Dt 18:15), un messia (cf Gv 4:25) della stirpe di Giuseppe e non di discendenza davidica, che verrà alla fine dei tempi, nel giorno della vendetta e della ricompensa».

Samaritani ed Ebrei hanno in comune la celebrazione di sette festività, quelle menzionate nel Pentateuco: la Pasqua con il suo sacrificio per ricordare la liberazione dalla schiavitù in Egitto; la festa degli Azzimi, per sette giorni si mangia pane non lievitato; la festa delle Settimane (Shavuoth) o pentecoste; il primo giorno del Settimo Mese (Tishri), per ricordare l’entrata nella terra di Canaan; il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur); la festa delle Capanne (Sukkot), a ricordo delle abitazioni durante l’esodo, che si conclude con la festa della Gioia della Torah.

«In conseguenza della persecuzione islamica dei secoli passati – continua Kohen mentre mostra un grande plastico di frutta multicolore – i Samaritani costruiscono il sukkot in casa e non all’aperto come gli Ebrei. Comperiamo 3-400 chili di frutta della terra santa, la leghiamo a un graticcio di acciaio formando disegni fantasiosi e lo appendiamo al soffitto della stanza principale; l’ottavo giorno, la frutta è ridotta in succo per la delizia dei più piccoli, e non solo, per festeggiare la dolcezza della Torah».

Altri doveri del «buon samaritano» sono: vivere in terra d’Israele o almeno mantenervi la residenza; celebrare la pasqua sul monte Garizim; fare il pellegrinaggio al monte sacro tre volte l’anno (ultimo giorno degli Azimi, Pentecoste; primo giorno del Sukkot); osservare scrupolosamente le leggi della purità alimentare e del sabato. «In tale giorno – continua Kohen – non solo non facciamo alcun lavoro, ma non usiamo l’elettricità né rispondiamo al telefono, non usciamo di casa se non per andare a pregare nella sinagoga; tornati a casa leggiamo un capitolo della Torah».

PROBLEMI E LAMENTELE

«Siamo la popolazione più giovane al mondo – continua Kohen con un altro primato – ma abbiamo un grave problema: da oltre due secoli soffriamo la scarsità di spose, per cui i nostri uomini cercano donne di altre religioni. Attualmente un’ebrea, 5 cristiane provenienti da Russia e Ucraina, 3 musulmane da Turchia e Azerbaigian sono sposate con uomini samaritani di Kiryat Luza. Prima, però, sono state sottoposte a un periodo di prova, si sono convertite alla nostra religione e impegnate a osservarla».

Sono curioso di sapere come vengono combinati tali matrimoni. «Usiamo anche noi internet e facebook – risponde sorridendo -. Siamo molto religiosi, ma aperti al mondo moderno. I miei figli, due maschi e tre femmine, hanno studiato all’università: una giornalismo, un’altra economia e commercio, la terza informatica; un figlio gioca a pallacanestro».

Contro la sopravvivenza dei Samaritani congiurano anche altri problemi economici e sanitari. «La nostra gente ha spesso mal di testa» lamenta Husney Kohen. La causa è attribuita alle radiazioni elettromagnetiche emanate da 7 torri di comunicazione, costruite e gestite dal governo israeliano attorno al villaggio».

Da più di tre anni i Samaritani sopportano l’embargo al loro rinomato tahinia (crema di sesamo). «Il migliore al mondo» afferma Kohen. Israele ne impedisce l’esportazione per motivi di sicurezza, dicono; in pratica priva del lavoro una decina di famiglie».

Ma il problema più grave per il futuro dei Samaritani viene dalla situazione di guerra israelo-palestinese. I musulmani li considerano ebrei; gli ebrei li ritengono arabi; per questo si sentono spesso «tra l’incudine e il martello» e in passato hanno subito angherie da ambo le parti.

«Come abitanti di Kiryat Luza abbiamo la cittadinanza palestinese – spiega Kohen -; nella vita quotidiana parliamo l’arabo, ma il sabato e nelle feste usiamo l’antico ebraico e lo insegniamo ai nostri figli a scuola. In quanto credenti della Torah, abbiamo ricevuto la cittadinanza israeliana, come quelli della comunità di Holon, in territorio israeliano. Non siamo schierati da nessuna delle due parti. Anzi, molti di noi hanno la carta di identità palestinese, il passaporto israeliano e quello giordano, dato che fino al 1967 eravamo sotto il re della Giordania».

Con tale neutralità i Samaritani si propongono come intermediari tra Israele e Palestina; l’irrilevanza numerica favorisce la credibilità della loro mediazione, dal momento che non rivendicano alcun privilegio territoriale, ma solo la libertà di vivere secondo le proprie tradizioni.

«Israeliani e palestinesi devono imparare dai Samaritani – conclude Kohen -. Anche noi vogliamo essere motivo di pace tra i due popoli. Senza pace sono a rischio Samaritani, Palestinesi e Israeliani. La guerra non serve a nessuno. Ma non può esserci pace senza riconoscere ai Palestinesi il diritto alla propria patria. Per questo noi lavoriamo e preghiamo. E anche ora prego Dio perché ci conceda la pace».

 

 

Studio sul libro dei Giudici 24 mai, 2013

Classé dans : Teologia — Sentinelle Chrétienne @ 17:26

Studio sul libro dei Giudici  dans Teologia sansone1eilleone

F. Monzio Compagnoni, Sansone uccide il leone, da « La Bibbia per la Famiglia », edizioni San Paolo

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/introd.htm

Denominazione del libro

Il libro dei Giudici copre un arco di storia di circa duecento anni che va dal XIII secolo a.C. al 1030 a.C., data d’inizio della monarchia. Lasciate alle spalle le gloriose epopee della conquista della Terra Promessa, inizia l’esistenza di Israele in Terrasanta, circondata da nemici esterni ed interni di ogni genere.

La conquista non era stata definitiva, come detto, e le popolazioni indigene cananee attendevano solo il momento della rivincita. Per questo, racconta la Bibbia, le singole tribù d’Israele elessero, spesso indipendentemente l’una dall’altra, dei capi detti Giudici (Shofetim), i quali riunivano in sé il potere politico, quello militare e quello giudiziario, da cui il nome. E così, prima dei libri dei Re, ecco il libro dei Giudici.

Struttura del libro

Il Libro si presenta piuttosto eterogeneo, composto da una giustapposizione di racconti assai arcaici e di rielaborazioni più tarde, di episodi storici fedelmente tramandati e di costruzioni mitologiche, di prosa asciutta ed essenziale e di stupendi passi poetici.

L’introduzione è duplice: una storico-geografica e una di tipo dottrinale, cui segue una lunga serie di smacchi e di umiliazioni subite dal popolo d’Israele nei lunghi decenni durante i quali Israele non è ancora una nazione, ma solo una blanda federazione di tribù, spesso in aspra contesa tra di loro. L’autore dà una spiegazione religiosa agli insuccessi degli Ebrei: è l’infedeltà a Dio che provoca l’abbandono di Israele nelle mani dei nemici.

È proprio in questi momenti di crisi che sorgono delle figure carismatiche, destinate a far fronte agli assalti dei nemici dando compattezza ai vari clan e tribù.

Il Libro presenta tredici di queste figure, di cui cinque sono definite Giudici Maggiori, e otto Giudici Minori, per l’ampiezza della trattazione delle loro gesta. Con Barak, braccio armato di Debora, il numero totale arriva alla cifra simbolica di quattordici. Naturalmente le figure ricordate nel libro, siano esse grandi condottieri o semplici capiclan appena nominati, non esauriscono certamente la lista di tutte le figure storiche che giudicarono le tribù tra il XIII e l’XI secolo a.C.; l’autore riporta solo i principali, o quelli di cui ha avuto notizie, cercando così di colmare il vuoto tra Mosè e Samuele. I Giudici Maggiori sono:

Debora ; Gedeone ;  Abimelec ;  Iefte ;  Sansone

Invece i giudici minori sono Otniel, Ehud, Samgar, Tola, Iair, Ibsan, Elon e Abdon. Ad essi poi andranno aggiunti Eli e Samuele, citati nel Primo Libro di Samuele.

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La profetessa Debora come è stata disegnata nella« Sacra Bibbia a fumetti »

della San Paolo (1997)

Debora

Debora (capitoli 4-5) si oppone a Iabin, re della città cananea di Cazor, il quale tiranneggia le tribù del nord con il suo esercito, guidato dal possente generale Sisara. La gloria della città cananea di Cazor è stata messa in luce dagli scavi archeologici. Della vicenda di Debora (« ape »), la prima donna a diventare giudice, ma descritta anche come « profetessa! (Gdc 4: 4), si danno due versioni: una in prosa, nel capitolo 4, ed una in poesia, nel capitolo 5, uno stupendo poemetto che, secondo alcuni, è antichissimo e rappresenta una delle prime pagine della Bibbia ad essere state tramandate e poste per iscritto.

Braccio armato di Debora è Barak (« raggio » di sole), capo dell’esercito israelita e responsabile della sconfitta di Sisara che, cercando di salvarsi la vita con la fuga, ripara presso Eber il Kenita (dunque un discendente del Caino della Genesi), uno straniero che però ha una moglie ebrea, Giaele. Questi lo uccide fracassandogli il capo con un piolo da tenda: una scena macabra più volte ripresa nella storia dell’arte. Storicamente si pensa che l’episodio rifletta le guerre vittoriose combattute dalle tribù settentrionali contro le città cananee ancora potenti e tut’altro che sottomesse, come lasciava invece credere il libro di Giosuè.

Gedeone

Gedeone (capitoli 6-8), della tribù di Manasse, deve invece opporsi ai Madianiti, un popolo nomade del deserto del Sinai, tradizionalmente ostile ad Israele nonostante da esso provenisse anche la moglie di Mosè, Sefora: in questo caso l’ostilità si traduce nella distruzione delle messi. La vocazione di Gedeone ricalca lo schema di molte altre chiamate bibliche, incluse quelle del Nuovo Testamento. Gedeone riceve l’epiteto di Ierub-Baal (« Baal giudichi ») perchè, dopo la vocazione, ha spezzato l’altare del dio pagano edificato da suo padre, ma questi, a chi vorrebbe vendicarsi di Gedeone, risponde: « Volete per caso essere voi a difendere Baal? Se è un dio, penserà lui a vendicarsi, perchè è stato abbattuto il suo altare! » (Gdc 6:31)

Prima delle sue imprese belliche, Gedeone invoca più volte un segno: la rugiada che bagna un vello ma lascia asciutta tutta la terra circostante. Di seguito, con soli 300 uomini affronta i Madianiti e li sbaraglia. Di Gedeone si raccontano due campagne: una ad ovest (cap. 7) ed una ad est del Giordano (cap. 8). A queste vittorie si fa risalire il ruolo egemone di Efraim tra le tribù del nord. In ogni caso, egli rifiuta l’elezione a re perchè « il Signore è il vostro capo » (Gdc 8;23).

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                    Il vello di Gedeone, bassorilievo del Duomo di Orvieto, XIV secolo

Abimelec

Al contrario Abimelec (capitolo 9), figlio di Gedeone e di una concubina di Sichem, tenta di imporsi come re almeno di questa città; il libro riporta la leggenda secondo cui avrebbe ucciso i suoi settanta (!) fratelli per non avere rivali che gli contendessero il trono. Da notare in Gdc 9:2 Abimelec interpella « i signori di Sichem », cioè la nobiltà: ciò dimostra quanto ci dice l’archeologia, cioè che agli inizi dell’occupazione della Terra Promessa essa era divisa in città stato dotate di autogoverno di tipo oligarchico, come le città stato greche. Probabilmente si tratta di ricchi proprietari terrieri come i senatori romani, o di mercanti arricchitisi con il commercio: una situazione sociale che si adatta assai bene ad una città prospera come Sichem, ma che era del tutto estranea alla struttura tribale degli Israeliti, pastori ed agricoltori.

L’autore deuteronomista, a cui dobbiamo anche il libro dei Giudici, concepisce la monarchia solo come un’istituzione di origine divina, ed il re come « vicario » di JHWH in terra; la decisione unilaterale di Abimelec di farsi re è perciò del tutto disapprovata. Iotam, l’unico figlio di Gedeone scampato alla strage ordinata da Abimelec, risponde allora narrando una parabola, una vera e propria favola sul modello di quelle di Esopo e Fedro, in cui a parlare sono gli alberi: probabilmente un testo antecedente al libro dei Giudici, facente parte della ricca tradizione delle fiabe ebraiche, e qui inserito per spiegare quale tipo di potere eserciterà il sovrano. Infatti gli alberi fruttiferi rifiutano la corona del mondo vegetale, e ad accettarla è solo il terribile e spinoso rovo.

Comunque Abimelec fa la fine di tutti i tiranni di ogni epoca e nazione: uno « spirito malvagio » (inviato da Dio nella rilettura teologica che la penna del Deuteronomista fa della storia sacra) mette la discordia tra il tiranno e i sichemiti, in realtà ribellatisi alla sua autocrazia, e Gaal figlio di Ebed (può voler dire « figlio di uno schiavo ») organizza un colpo di stato contro di lui.

Abimelec dà l’assalto alle mura di Sichem e la espugna, ma poi osa troppo dando l’assalto a Tebez, munita rocca dove la popolazione si era rifugiata, ed ecco una donna lo uccide gettandogli in testa una macina da mulino; il libro introduce un elemento narrativo interessante sostenendo che il morente Abimelec chiede ad uno scudiero di finirlo, perchè non si potesse dire che era morto per mano di una donna (ma come avrà fatto a sapere che la macina non era stata scagliata da un uomo?) Nella misera fine di Abimelech è fatta balenare la teoria della retribuzione, carissima all’autore Deuteronomista:

« Dio fece ricadere su Abimelech il male che aveva commesso contro suo padre, quando uccise i suoi settanta fratelli, e ugualmente fece ricadere sui Sichemiti tutto il male da loro compiuto » (Gdc 9:56-57)

Iefte

Iefte (capitolo 11) è una delle più tragiche figure dell’intera Bibbia. L’autore lo presenta come figlio di una prostituta, ma valoroso guerriero a capo di una sua banda di « mercenari », e per questo chiamato dagli anziani del Galaad (regione transgiordanica) a contrastare l’invasione degli Ammoniti, popolo anch’esso transgiordanico che compie razzie anche al di là del Giordano. La vittoria di Iefte è piena e totale, ma egli ha commesso un errore: ha fatto voto a Dio di immolargli, in caso di vittoria, il primo essere vivente che gli verrà incontro dalla porta di casa sua.

La prima a corrergli incontro è purtroppo la sua unica figlia, ancora vergine, che egli non esita a sacrificare per mantenere fede al patto con Dio. Il cruento episodio ispirò a Dante una celebre invettiva (Paradiso V, 64-68):

« Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;
cui più si convenia dicer « Mal feci »,
che, servando, far peggio… »

In altre parole: era meglio infrangere il voto che commettere un peccato peggiore osservandolo. In questo caso il peccato peggiore è il sacrificio umano, fortemente riprovato dalla Bibbia: Iefte qui sembra comportarsi infatti come quegli stessi cananei che egli ha ferocemente combattuto. L’autore deuteronomistico lo presenta comunque come il gesto isolato di un uomo che viveva ai confini estremi di Israele, e certamente da non imitare.

Il poeta David Maria Turoldo ha scritto una ballata intitolata « Pianto della figlia di Iefte ». Eccone alcuni versi:

« Era sulla mensa nuda all’altare.
Profumata, bellissima. Intorno
tutta la terra rapita:
il sacerdote (occhi e volto
dal suo sangue macchiati) e il popolo
prostrato e senza respiro.
Quando in mezzo al silenzio
dagli ulivi gracchiarono i corvi.
Ognuno udì da se stesso uscire quell’eco
e la carne fu viva per improvviso risveglio.
Poi, alti, quei corvi, eran macchie nel cielo. »

Sansone

Ed eccoci al più famoso tra tutti i Giudici, Sansone (capitoli 13-16), appartenente alla piccola tribù di Dan, minacciata da un nemico nuovo e potente: i Filistei, popolo di stirpe indoeuropea stanziatosi sulla costa meridionale palestinese contemporaneamente all’Esodo – fuga.

Molti ritengono che i Filistei appartengano ai famosi « Popoli del Mare » che si misero in moto nel XII secolo a.C., provenienti tra l’altro dalla Sardegna, distrussero l’impero Ittita e minacciarono l’Egitto; respinti da Ramses III (1198-1166 a.C.), l’ultimo grande faraone del Nuovo Regno, si sarebbero insediati in Palestina, dove fondarono cinque città, tra cui Gaza e Asdod.

Ora questi nemici terribili, dotati di armi di ferro e di carri da guerra, minacciano i pacifici Daniti; Iddio manda perciò un angelo a Manoach e a sua moglie, ad annunciare loro la nascita di Sansone, ritenuto tradizionalmente l’Ercole dell’epica ebraica. A differenza delle imprese di Debora, Gedeone ed Abimelec, che si limitarono ad essere ingigantite dalla tradizione, quelle di Sansone sono di storicità assai controversa. probabilmente il Deuteronomista rielaborò racconti folcloristici in parte iperbolici e leggendari (il leone squartato a mani nude come il Leone di Nemea dell’epica greca, le porte di Gaza…) e li sovrappose a tradizioni cananee riguardanti il culto solare.

Infatti Sansone richiama il nome di Shamash, dio babilonese del sole; la sua donna si chiama Dalila, cioè « luna », come se si trattasse di un racconto mitico degli amori tra i due astri, con il sole sconfitto dalla luna al calare della notte; la sua capigliatura richiama i raggi del sole; e, come il sole, incendia le messi.

Al di là di questo, l’ »annunciazione » della nascita di Sansone richiama quelle di Isacco, di Samuele e dello stesso Gesù: in tutti i casi un angelo dal nome misterioso (solo di Gabriele conosciamo le generalità dal vangelo di Luca), perchè espressione di Dio stesso, annuncia la nascita ai genitori.

Il bimbo è consacrato a Dio e diventa Nazireo. Non gli sono vietati i rapporti sessuali, perchè in Israele la perpetuazione della famiglia era l’unica forma di immortalità conosciuta, ma non deve bere alcolici né radersi i capelli. Il sole infatti, quando è prossimo al tramonto, perde i suoi raggi a causa dell’assorbimento atmosferico, e quindi perde la sua forza.

Ma proprio le donne, a lui non vietate, saranno la rovina di Sansone. Egli infatti vuole prendersi una moglie filistea, e durante il banchetto nuziale pone ai filistei il celebre indovinello della carcassa di leone da lui stesso ucciso in cui le api hanno costruito un alveare ricco di miele. L’indovinello era un genere letterario frequente nel Vicino Oriente, utilizzato anche a scopo didattico; la capacità di scioglierli denotava la persona sapiente.

Così, Edipo scioglie gli enigmi della Sfinge, Calaf quelli di Turandot e, nella Bibbia, Giuseppe e Daniele quelli rappresentati dai sogni rispettivamente del Faraone e di Nabucodonosor. Corrompendo la sua donna, i Filistei ottengono la soluzione, ma Sansone s’infuria e se ne va. Alla notizia che sua moglie è stata data a un altro, Sansone incendia le messi dei Filistei legando torce accese alle code delle volpi che ha catturato.

Arrestato dai suoi nemici, prima spezza le corde che lo legano « come stoppini bruciacchiati », poi, raccolta una mascella d’asino, uccide più di mille uomini. L’episodio vuole spiegare il nome di una località oggi sconosciuta, nota a quei tempi come Lechi, « mascella ». Da qui cominciano le prodezze di Sansone, che giudica Dan per vent’anni.

L’epilogo della storia è ben noto: Dalila estorce a Sansone il segreto della sua forza, gli rasa i capelli, la forza lo abbandona insieme al favore di Dio, ed egli è catturato, accecato ed umiliato. La conclusione assume i toni del « romanzo esemplare »: pentitosi, Sansone riacquista la sua forza, ma come può vendicarsi dei suoi nemici se è cieco? L’estro glielo forniscono gli stessi Filistei, trascinandolo nel tempio del dio Dagon (il padre di Baal) perchè li diverta facendo il buffone. Ma Sansone spezza le colonne portanti del tempio, che rovina sul capo dei suoi nemici: « Furono più quelli che Sansone uccise morendo, di quelli che aveva ucciso durante la vita » (Gdc 16:30)

Certamente si tratta di un romanzo, ma ha il suo chiaro messaggio da comunicare: la forza e la salvezza vengono solo da JHWH, che è più forte di qualunque idolo e di qualunque nemico.

Appendici

Dopo aver presentato le figure dei Giudici e le loro gesta, l’autore ci intrattiene con due appendici: la prima narra l’origine del santuario di Dan (Gdc 17-18), la seconda narra del crimine commesso dai cittadini di Gabaa (Gdc 19-21) « quando non c’era re in Israele », come il libro ci tiene a sottolineare (per questo, secondo alcuni, il libro dei Giudici rappresenta la « preistoria » di Israele in Canaan, un po’ come l’epoca predinastica in Egitto).

Storicità

Da un punto di vista storico è difficile stabilire cosa sia successo esattamente in quell’epoca, visto che il libro dei Giudici fu messo per iscritto secoli e secoli dopo gli eventi che narra. Certamente il quadro della conquista presentatoci dal Libro dei Giudici fin dal suo primo capitolo è completamente diverso da quello incontrato nel libro di Giosuè. Infatti qui si presentano azioni militari sparse, compiute dalle singole tribù indipendentemente le une dalle altre, a cominciare da Giuda, la tribù predominante nel sud, mentre nel libro precedente si accreditava l’idea che tutte le tribù si fossero mosse all’unisono sotto il comando unitario del successore di Mosè, visto quasi come un re ante litteram. Inoltre, questo libro afferma che le conquiste degli Israeliti furono inizialmente limitate: « Giuda non riuscì a vincere gli abitanti della pianura, perchè essi avevano carri di ferro » (Gdc 1:19)

Anche se ricostruire la cronologia esatta degli eventi è oggi impossibile, verosimilmente Israele nel primo secolo dopo l’ingresso in Canaan ha conquistato solo le zone montagnose della Palestina e alcuni territori della Transgiordania, dove meno densa era la presenza dei ben attrezzati cananei.

Alcuni gruppi, come la tribù di Giuda, penetrarono in Canaan da sud, attraverso il Neghev, e ciò rafforza l’idea che essa avesse lasciato l’Egitto in precedenza, al tempo dell’Esodo- espulsione. Invece la « casa di Giuseppe », cioè le tribù di Efraim e Manasse, penetrarono da oriente, cioè dalla parte del Giordano, così come descrive il libro di Giosuè, provenienti dall’Esodo -fuga. Ciò spiega le differenze tra le tribù, ed il motivo per cui dopo Salomone l’unità politica andò in pezzi.

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Scene di battaglia in un bassorilievo della città di Ugarit, XIV secolo a.C. (Damasco, Museo Nazionale)

Lungi dall’essere un’entità politica ed etnica compatta, Israele nell’era dei Giudici è soltanto una federazione di tribù alla ricerca di una propria identità e unità: la stessa adunanza di Sichem (Gs 24) dimostra la presenza in Terrasanta di clan e tribù eterogenee che già vi dimoravano e che avevano adottato culti cananei. Israele dunque cerca ancora una sua identità come popolo, che verrà solo nel 1030, con l’avvento della monarchia. Quanto poi alla storicità dei singoli giudici, essa è per noi irraggiungibile, se si fa eccezione per Debora, Barak e Samuele.

Ma esemplare è, ancora una volta, il caso di Sansone. Che le sue imprese siano state esagerate non c’è alcun dubbio; tuttavia, come accade per altre figure semimitiche, da Gilgamesh ad Ettore, da Orfeo a Sigfrido, noi non possiamo provare la sua storicità né negarla del tutto. In lui sopravvivono ricordi di epoche ancestrali, in cui la scrittura non era in uso ed era facile amplificare le leggende, lasciando campo libero alla fantasia. Nell’impossibilità di ricostruire come è nata la leggenda, ce la teniamo con tutto il rigoglio artistico e letterario che essa ha prodotto (si pensi ad esempio all’opera « Sansone e Dalila » di Camille Saint-Saëns), e soprattutto con il suo significato morale, che suona attuale persino oggi.

Significato

Una cosa occorre tenere assolutamente presente: pur rientrando tra i libri storici della Bibbia, l’intento del Libro dei Giudici non è affatto storiografico, ma teologico, come ben evidenziato in Gdc 10:6-16:

«(I) Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dèi di Aram, gli dèi di Sidòne, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e gli dèi dei Filistei; abbandonarono il Signore e non lo servirono più.

(II) L’ira del Signore si accese contro Israele e li mise nelle mani dei Filistei e nelle mani degli Ammoniti. Questi afflissero e oppressero per diciotto anni gli Israeliti, tutti i figli d’Israele che erano oltre il Giordano, nel paese degli Amorrei in Gàlaad. Poi gli Ammoniti passarono il Giordano per combattere anche contro Giuda, contro Beniamino e contro la casa d’Efraim e Israele fu in grande angoscia.

(III) Allora gli Israeliti gridarono al Signore: « Abbiamo peccato contro di te, perché abbiamo abbandonato il nostro Dio e abbiamo servito i Baal. »

Il Signore disse agli Israeliti: « Non vi ho io liberati dagli Egiziani, dagli Amorrei, dagli Ammoniti e dai Filistei? Quando quelli di Sidòne, gli Amaleciti e i Madianiti vi opprimevano e voi gridavate a me, non vi ho forse liberati dalle loro mani? Eppure, mi avete abbandonato e avete servito altri dèi; perciò io non vi salverò più. Andate a gridare agli dèi che avete scelto; vi salvino essi nel tempo della vostra angoscia! » Gli Israeliti dissero al Signore: « Abbiamo peccato; fa’ di noi ciò che ti piace; soltanto, liberaci in questo giorno. »

(IV) Eliminarono gli dèi stranieri e servirono il Signore, il quale non tollerò più a lungo la tribolazione di Israele. »

Questo schema si ripete innumerevoli volte nel libro. Si tratta essenzialmente di uno schema quadripartito, indicato nel brano soprastante dai quattro numeri romani rossi: Il peccato, l’infedeltà all’Alleanza con il quale il popolo si allontana da Dio: « Gli Israeliti facevano ciò che è male agli occhi del Signore »; oppure « Prestavano culto a Baal allontanandosi dal Signore ». Questo peccato è abbastanza naturale, a contatto con popoli pagani che spesso praticano la prostituzione sacra. Si noti come il peccato è presentato come prostituzione e adulterio, poiché il rapporto tra Dio e il suo popolo è spesso descritto attraverso l’immagine dell’unione sponsale.

Il castigo, considerato una reazione divina al cattivo comportamento del popolo. Esso si concretizza sempre nell’abbandono di Israele ai suoi nemici da parte di Dio. Il pentimento: sotto la sferza del castigo, gli Ebrei si ravvedono e tornano al culto del solo Dio. La liberazione, conseguenza del ritorno a Dio. Il Signore mostra la sua misericordia inviando un « salvatore », cioè un giudice. L’espressione comunemente ripetuta è: « Il Signore suscitò un liberatore… »

Ancora una volta, è all’opera la teoria della retribuzione cui si è accennato sopra: una teoria che incontreremo ancora varie volte in questo nostro lungo percorso.

 

 

Théologie sur l’A. T. Le livre de Josué 18 mai, 2013

Classé dans : Théologie — Sentinelle Chrétienne @ 10:26

Théologie sur l’A. T.  Le livre de Josué dans Théologie giosue1sole1

Josué arête le soleil et la lune (Venezia, Biblioteca Marciana), miniature du XV siècle

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/introd.htm

Titre du livre de Josué

Le livre de Josué ouvre traditionnellement les livres historiques de l’Ancien Testament, suivant immédiatement après le Pentateuque. Son nom dérive de celui qui est le principal protagoniste, en fait, Josué, fils de Nun, de la tribu d’Ephraïm, déjà présenté comme un assistant de Moïse dans l’Exode (Exode 24: 13 et 33:11), Nombres 11:28 dit qu’il était au service de Moïse depuis sa jeunesse. Nombres 13:08 le présente comme l’un des explorateurs de la terre promise, Moïse, à cette occasion, lui a changé le nom d’Osée en Josué. Ayant été, avec Caleb, le seul parmi le peuple à ne pas se retourner contre Moïse, après le retour des éclaireurs, il a eu le droit d’entrer dans la terre de Canaan, après la mort de toute la génération de Moïse.

Dans Nombres 27:18-20 il est écrit: «L’Éternel dit à Moïse: « Prends Josué, fils de Nun, homme en qui réside l’esprit; et tu poseras ta main sur lui. Tu le placeras devant le sacrificateur Eléazar et devant toute la communauté, tu lui donnerais des ordres sous leur yeux. Tu le rendras participant de ta dignité, afin que toute l’assemblée des enfants d’Israël l’écoute.

« La Bible le présente donc comme le successeur de Moïse désigné directement par Dieu, et en même temps en tant que le chef idéal, parce que il conforme chaque acte à la volonté de Dieu. Moïse est le passeur qui a fait sortir les Israélites de l’esclavage en Égypte et de l’état de péché vers la liberté et la grâce (Pâques vient justement de « Pessah », qui veut dire passage), en les conduisant à travers les difficultés de quarante ans dans le désert, mais Josué est celui qui a sauvé son peuple, en le conduisant à la conquête et à la partition, division, de la Terre Promise. Certainement ce n’est pas par hasard que son nom (une variante de Jésus) signifie «Dieu sauve».

Subdivision du texte

Le livre de Josué est clairement divisé en trois sections:

la conquête de la Palestine (chapitres 1-12)

le partage des terres conquises (chapitres 13-21)

derniers discours et la mort de Josué (chapitres 22-24).

La conquête de la terre promise est divisé à son tour en deux campagnes: l’une dans le centre – sud (chapitres 6-10) et une dans le nord (chapitres 11-12). La limite extrême sud de la conquête est le Néguev, celle du nord est le mont Hermon, la plus haute montagne du Liban, d’où a la source du Jourdain.

La traversée du Jourdain

Les chapitres 3-5 du livre racontent le passage du Jourdan et de la conquête de Canaan. L’histoire est ponctuée par quatre moments clés:

La traversée du Jourdain;

La construction d’un mémorial;

La circoncision du peuple;

La célébration de Pâques.

Le récit est dynamique et enthousiaste, et reprend l’entière schéma du passage de la Mer Rouge. Dans l’Exode est Dieu en personne à guider Israël: «Dieu a conduit le peuple … le Seigneur allait devant eux » (Es.13: 18,21), ici c’est l’Arche de l’Alliance qui se pose à la tête d’Israël: « Apportez l’arche de l’alliance, et passez devant le peuple» (Josué 3:6).

Dans l’Exode, la mer est divisée en deux et les Israélites passent au sec, ici se passe la même chose avec les eaux du Jourdain (peut-être en profitant d’une période de sécheresse). Dans l’Exode, les Égyptiens sont submergés par les eaux, et dans le livre de Josué, ce sont les rois Cananéens que, vues le passage miraculeux, sont emportés par la peur: « … Ils perdirent courage et furent consternés à l’aspect des enfants d’ Israël.  » (Josué 5:1) Le mot hébreu « passage » est répété 21 fois dans le texte, un nombre qui est obtenu en multipliant trois par sept, deux nombres parfaits.

L’histoire se termine précisant que « la manne cessa le lendemain» (Josué 5:12), un signe évident de la fin d’une époque, celle des pérégrinations d’Israël à travers le désert. Mais s’en ouvre une nouvelle, celle qui est symbolisé par la circoncision du nouveau peuple né dans le désert, et donc, pas compromis pas l’infidélité, contrairement à ses pères qui se sont révoltés contre le Seigneur; c’est la nouvelle célébration de la Pâque, la première en Terre Promise. Donc, Dieu semble vouloir recommencer tout à nouveau avec un peuple qui se qualifie pour sa loyauté envers lui, comme il le fait après le déluge, Dieu a détruit l’humanité infidèle, mais Il se préoccupe de donner naissance à une nouvelle humanité sortie de l’ arche.

La conquête de Jéricho
La conquête de Jéricho, racontée dans le chapitre 6 du livre, plutôt que comme un acte de guerre est décrit comme une sorte de liturgie guerrière, dont le véritable vainqueur est YHWH. Tout cela se traduit par une série de tours de procession autour de la ville, qui a été conquise non par les armes mais plutôt par une célébration liturgique. Cette histoire est née, selon De Vaux, à partir d’une histoire préexistante, puis modifié avec des ajouts sacerdotaux (qui mettent l’accent sur l’Arche de l’Alliance) et transformé en une histoire cultuelle .

Jéricho (« ville de la lune») est probablement l’une des plus anciennes villes du monde, habitée depuis le huitième millénaire avant JC en raison de sa position favorable dans une oasis de la vallée du Jourdain. Toutefois, les archéologues qui ont foré les vestiges de la ville en long et en large inclinent à croire qu’elle avait déjà été détruite depuis longtemps au moment de l’arrivée des Juifs, peut-être pendant les campagnes des pharaons de la XVIIIe dynastie (celle de Thoutmosis III le Conquérant). Comment pourrait-il y avoir alors la famille de Raab, qui habitait dans ses murs puissants, ou même un roi? C’est un problème qui a longtemps empoisonné les exégètes.

En fait, il est possible que Jéricho était encore habitée à l’époque de Josué, même si désormais réduite à une petite ville de peu d’importance, l’auteur aurais plutôt dans son esprit la puissante forteresse existant à son temps, et à celle la il ferait référence. A cette époque, les habitants probablement utilisait des bâtiments partiellement utilisables de la ville antique, et constituent une communauté avec sa propre autonomie de gouverne, même si Jéricho ne représentait plus la glorieuses et crainte métropole du passé. L’épisode du «rituel» nécessaire pour faire tomber les puissants murs de Jéricho a donc une signification rituelle plus que historique, et il est probable que la dénonciation de Raab a été suffisante pour s’emparer de la ville.

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                                                    Gli scavi di Gerico

Achan

Quant au «fil cramoisi» mentionné dans Josué 2:18, certains l’ont vu comme le marque distinctive de la maison d’une prostituée (Raab), d’autres le marque des habitants de Jéricho prêt à coopérer avec les Israélites envahisseurs. Mais il est probable que celui-ci aie à voir avec le sang avec lequel avait été marqué les maisons des Juifs dans l’Exode, dans la nuit de la première Pâque, afin d’éviter de partager le sort des premiers-nés des Égyptiens. En tout cas Raab sera regroupées avec son clan dans le peuple d’Israël (Josué 6:25), mentionné par Matthieu dans la liste des ancêtres de Jésus-Christ. Loin de la gronder comme prostituée, le Nouveau Testament présente Raab plutôt comme un exemple de foi et d’accueil (Hébreux 11:31 et Jean 2:25).

Achan commet péché en « prennent ce qui est voué par Dieu à l’exterminations», c. à d. prennent possession du butin qui devait être voué entièrement au Seigneur, le seul responsable de la victoire (comme le montre l’épisode du « chef de l’armée de l’Éternel», selon certains il s’agirais de Saint Michel Archange apparu à Josué, (Jos. 5,13). Pour cette raison, l’auteur du livre explique, Josué échoue dans la conquête de la forteresse de Ai, aujourd’hui identifié par le Tell el-. Le coupable est trouvé par tirage au sort, une méthode qui ferais horrifier Sherlock Holmes, mais qui représente la seule façon d’interroger la volonté insondable de Dieu, étant interdit l’utilisation de divination menée par étudier les entrailles des animaux ou des mots des prêtres en transe induite par des drogues hallucinogènes. Acan est puni par la lapidation; Josué 7:25 dans la vallée d’Acor, à la frontière nord de la tribu de Juda, probablement l’auteur se réfère à un monticule de pierres, peut-être un complexe mégalithique, encore visible au moment de la composition du livre.

Gabaon

Un sens très particulier est donné dans le livre, à la ville de Gabaon, (El Jib aujourd’hui), dont le nom signifie «hauteur» pour des évidentes raisons géographiques. Des fouilles archéologiques ont confirmé l’importance de la ville, définie « grande comme une capitale » en Jos 10:2. Les habitants de Gabaon, dites Héviens, parviennent à échapper à l’extermination des Juifs qui votaient tous les peuples cananéens, en se disant des immigrants venus de loin; Josué les a nommés bûcherons et porteurs d’eau (Josué 9:27), offrant ainsi l’explication d’une très ancienne tradition, attestée par les amphores trouve gravée du nom de Gabaon, et de même l’aqueduc souterrain qui alimente le réseau d’eau de la ville.

Cependant, le roi de Jérusalem, Adoni-Zedek («Le Seigneur est ma justice», qui rappelle le nom de Melchisédek mentionné dans la Genèse), effrayé par l’alliance entre les juifs et les Gabaonites, avec quatre autres rois des Amorites du sud se mit en guerre contre eux pour les écraser, prévoient leurs mouvements. C’est ici qui s’insère un des plus connues versets de la Bible: pour prolonger la journée et assurer la victoire des Israélites, Josué crie: « Soleil arrête-toi sur Gabaon, et toi, lune, sur la vallée de Ajalon! » (Josué 10:12)

Cet argument a été utilisé à la Renaissance pour réfuter le modèle copernicien et à persécuter ses partisans, principalement Galileo. Inutile de dire que cette déclaration n’a rien de astronomique ou de scientifique. Le même mot hébreu Damam (« rester immobile ») semble ne pas se référer à l’arrêt de la course du soleil, mais plutôt à sa luminosité offusquée dans sa gradation due à la pollution ou à cause d’une éclipse. A la lumière de cette traduction, chaque type de polémique anti-scientifique s’effondre avec fracas. Cet événement a été enregistré dans le «Livre du Juste» (Josué 10:13), également mentionné dans 2 Samuel 1:18 est probablement un recueil de proverbes et contes sur l’histoire d’Israël, perdu pour nous, mais servi comme source de tous les livres du canon Deutéronomiste.

L’assemblée de Sichem

Qui est entrée en Canaan, est un nouveau peuple, circoncis de récent et qui célèbre la Pâque pour la première fois. Telle est le souci de renouvellement complet, que à Sichem, le peuple répète l’Alliance avec Dieu, pour se sentir, chaque un, personnellement engagé dans la fidélité à la Loi.

Voici, donc, l’assemblée de Sichem voulue par un âgées Josué (Josué 24), dans laquelle Dieu rappelle devant le peuple toute l’histoire et ses exploits en faveur du peuple (Gs.24 :2-13). C’est une sorte de mémorial, qui constitue pour le nouveau Israël, un point de départ dans lequel le peuple de Dieu enfonce ses racines. A front de tous les miracles qui l’ont amené à devenir un peuple libre, Israël est appelé à faire un choix: soit avec Dieu ou contre Lui. Ici, donc, se constitue le nouvel Israël qui renouvelle l’alliance du Sinaï: «Dans Ce jour-là Josué fit une alliance avec le peuple, et lui donna des lois et des ordonnances à Sichem » (Gs.24: 25)

Historicité: L’installation en Canaan
La conquête de la Palestine, comme elle est racontée dans le livre de Josué, ressemble à une marche triomphale, une guerre combattue par Dieu à côté de son peuple, devant qui toutes les nations doivent s’incliner. Ceci, cependant, est une relecture postérieur de l’histoire, à la lumière de la réalisation de la promesse de Dieu à Abraham.

Mais comment sont allé les choses vraiment ?

La question de l’établissement des tribus dans le territoire de Canaan est un problème difficile, en raison de l’absence de documents historiques en dehors de la Bible. Le même texte du livre, en filigrane, montre des traces d’une conquête beaucoup plus lente et plus complexe, diversement reconstruite par les historiens et exégètes. Elle comprend non seulement des campagnes victorieuses et bien réussies, mais aussi défaites (aucun moyen de prendre d’assaut la forteresse de Jéricho sans l’aide de Dieu) et des alliances stratégiques avec les peuples cananéens, tels que les Gabaonites.

En outre, le fait que Jérusalem sera conquise aux Jébuséens que par David (2 Sam 5:5-9) montre que, même à l’époque des rois, il y avait des poches de résistance à l’intérieur et pas seulement des ennemis extérieurs à vaincre (Philistins, Ammonites , etc.)

Bien que certains commentateurs soutiennent encore que la conquête de la Palestine serait été rapide et conduite par toutes les tribus alliées entre eux sous un unique guide, sur la base des fouilles archéologiques qui ont signalé les ruines de villes détruites datant de 1250-1200 avant JC et qui peuvent coïncider avec des lieux mentionnés dans le livre de Josué, la majorité des commentateurs pensent à une infiltration pacifique dans des territoires peu peuplées, à travers des alliances avec les cités -États et par actions militaires, suivie par des rapide contrecoups de l’ennemi.

Les deux exodes

D’autre part est à garder à l’esprit que l’exode d’Égypte ne fus pas unique mais qu’il y en a eu deux. En fait, les commentateurs parlent d’un «

exode- expulsion», qui a eu lieu vers 1550 avant JC avec la chassée des envahisseurs Hyksos et des nomades d’Asie qui s’étaient installés en Égypte à leurs suite (voir le récit de Joseph).

Parmi eux, certains clans juifs qui se sont installés en Palestine, conquise par le pharaon Thoutmosis III (1501-1447 avant JC) en 17 campagnes militaires sans merci et brutales.

Les Juifs ici installé furent employés dans diverses parties de la Palestine au service de l’Égypte. En est restée une trace dans Exode 6:1: « L’Éternel dit à Moïse: Tu verras maintenant ce que je ferai à Pharaon; une main puissante le forcera à les laisser aller, une main puissante le forcera à les chasser de son pays. » Références similaires se retrouvent dans Exode 11:1 « L’Éternel dit à Moïse: Je ferai venir encore une plaie sur Pharaon et sur l’Égypte. Après cela, il vous laissera partir d’ici. Lorsqu’il vous laissera tout à fait aller, il vous chassera même d’iciet en particulier à 12:39 «Ils firent des gâteaux cuits sans levain avec la pâte qu’ils avaient emportée d’Égypte, et qui n’était pas levée; car ils avaient été chassés d’Égypte, sans pouvoir tarder, et sans prendre des provisions avec eux.» Il y a eu, cependant, un autre exode, communément appelé «exode fuite », qui a eu lieu autour de 1250 avant JC, à la fin ou peu de temps après le règne de Ramsès II (1301-1235 avant JC), et qui a eu un énorme écho dans l’ensemble de la Bible.

Qu’est-il arrivé exactement? Nous savons pour sûr que, après la échouée réforme religieuse dans le sens monothéiste du pharaon « hérétique » Amenhotep IV ou Akhenaton (1424-1388 avant JC), s’impose une nouvelle dynastie, la dix-neuvième, qui n’est pas venu de la haute Égypte mais du Delta du Nil, et ainsi ces souverains ont donné une impulsion à ce secteur avec une vaste remise en état des terres et de construction.

Dans ces œuvres, parfois grandiose (Ramsès II construit dans le delta de l’Ouest les villes de Pithom et de Ramsès (selon Ex 1:11), ont été impliqués certains clans de Juifs et des groupes de peuples asiatiques qui se sont installés aux frontières:

une imposition de Corvée qui n’était pas certainement apprécié par ces nomades ou semi-nomades, qui ont profité de la première occasion, c’est à dire du moment de faiblesse de l’Égypte après la mort du grand Ramsès II, ont réussi à se rebeller et échappé aux travaux forcés en se réfugiant en Palestine, où depuis longtemps étaient installés d’autres tribus de leurs même sang.

Selon certains ont fui l’Égypte seulement les tribus appartenant à la «maison de Joseph», c’est- à dire Éphraïm et Manassé, et celle de Lévi, représenté précisément par Moïse et Aaron.

Josué appartenait, ce n’est pas un cas, à la tribu d’Éphraïm, qui après est devenue dominante dans le nord du royaume après le schisme politico-religieux suite à la mort de Salomon.

Signification

Au-delà de cette discussion, le Livre de Josué doit être lu à travers les yeux de l’éditeur Deutéronomiste vécu à l’époque de l’exil (597-538 avant JC) et du post-exil (538-450 avant J.-C.), par qui la figure de Josué est certainement idéalisé comme celle de Moïse, et la terre est considérée comme un don de Dieu qui accomplit fidèlement ses promesses, et que le rester en elle (terre) est liée au respect de la loi.

Ainsi, la conquête de Canaan a eu lieu pour un don gratuit de Dieu et non pas par la bravoure ou la compétence d’Israël et de ses intrépides guerriers. Le thème théologique de fond du livre entier peut se résumer en cet épilogue de (Josué 21:43-45): « 43. C’est ainsi que l’Éternel donna à Israël tout le pays qu’il avait juré de donner à leurs pères; ils en prirent possession et s’y établirent.
44 L’Éternel leur accorda du repos tout alentour, comme il l’avait juré à leurs pères; aucun de leurs ennemis ne put leur résister, et l’Éternel les livra tous entre leurs mains.
45 De toutes les bonnes paroles que l’Éternel avait dites à la maison d’Israël, aucune ne resta sans effet: toutes s’accomplirent. »

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Le dodici tribù d’Israele (in realtà questa distribuzione geografica risale all’epoca dei Re)

 

 

Teologia sul libro di Giosuè 17 mai, 2013

Classé dans : Teologia — Sentinelle Chrétienne @ 11:46

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                                                                              Gli scavi di Gerico

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/introd.htm

Il libro di Giosuè:   Denominazione del libro
Il libro di Giosuè apre tradizionalmente i Libri Storici dell’Antico Testamento, seguendo immediatamente il Pentateuco. Il suo nome deriva da quello del protagonista principale, appunto Giosuè, figlio di Nun della tribù di Efraim, presentato già nell’Esodo come aiutante di Mosè (Esodo 24 : 13 e 33:11); Numeri 11:28 dice che era al servizio di Mosè fin dalla giovinezza. Numeri 13:8 lo presenta come uno degli esploratori della Terra Promessa; in quell’occasione Mosè gli cambiò nome da Osea in Giosuè. Essendo stato, con Caleb, il solo tra il popolo a non rivoltarsi contro Mosè dopo il rientro degli esploratori, ebbe il diritto di entrare nella Terra di Canaan dopo la morte dell’intera generazione mosaica.

In Numeri 27:18-20 è scritto: « Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui, lo farai comparire davanti al sacerdote Eleazar e davanti a tutta la comunità, gli darai i tuoi ordini in loro presenza e lo farai partecipe della tua autorità, perché tutta la comunità degli Israeliti gli obbedisca. » La Bibbia lo presenta dunque come il successore di Mosè designato direttamente da Dio, e contemporaneamente come il capo ideale, perchè conforma ogni suo atto al Volere di Dio.

Mosè è il traghettatore che ha fatto uscire gli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto e dalla condizione di peccato verso la libertà e la grazia (Pasqua deriva proprio da « pesach », passaggio), conducendoli attraverso le difficoltà di un quarantennio nel deserto; ma Giosuè è colui che ha salvato il suo popolo, guidandolo alla conquista e alla spartizione della Terra Promessa. Non certo a caso il suo nome (una variante di Gesù) significa « Dio salva ».

Suddivisione del testo
Il libro di Giosuè risulta chiaramente ripartito in tre sezioni:

la conquista della Palestina (capitoli 1-12)

la suddivisione delle terre conquistate (capitoli 13-21)

ultimi discorsi e morte di Giosuè (capitoli 22-24)

La conquista della Terra Promessa è articolata a sua volta in due campagne: una nel centro sud (capitoli 6-10) ed una nel nord (capitoli 11-12). Il limite meridionale estremo della conquista è il Neghev, quello settentrionale è il monte Hermon, la montagna più alta del Libano, da cui ha origine il fiume Giordano.

Il passaggio del Giordano
I capitoli 3-5 del libro raccontano il passaggio del Giordano e la conquista di Canaan. Il racconto è scandito da quattro momenti fondamentali:

L’attraversamento del Giordano;

La costruzione di un memoriale;

La circoncisione del popolo;

La celebrazione della Pasqua.

La narrazione è vibrante ed emozionata, e riproduce l’intero schema del passaggio del mar Rosso. Nell’Esodo è Dio in persona a guidare Israele: « Dio guidò il popolo … il Signore marciava alla loro testa » (Es.13:18.21); qui è l’Arca dell’Alleanza che si pone alla testa di Israele: « Portate l’arca dell’Alleanza e passate davanti al popolo » (Gs 3:6).

Nell’Esodo il mare si divide in due e gli Israeliti passano all’asciutto, qui accade la stessa cosa con le acque del Giordano (forse approfittando di un periodo di secca). Nell’Esodo gli Egiziani sono travolti dalle acque, mentre nel libro di Giosuè sono i re cananei che, visto il miracoloso passaggio, sono travolti dalla paura: « …si sentirono venir meno il cuore e non ebbero più fiato davanti ad essi. » (Gs 5:1) Il termine ebraico « passare » è ripetuto 21 volte nel testo, numero che si ottiene moltiplicando 3 e 7, due numeri perfetti.


Il racconto si chiude con la precisazione che « la manna cessò il giorno seguente » (Gs 5:12), segno inequivocabile della fine di un’epoca, quella delle peregrinazioni di Israele attraverso il deserto. Ma se ne sta aprendo una nuova, la cui alba è simboleggiata dalla circoncisione del nuovo popolo nato nel deserto e, quindi, non compromesso dall’infedeltà, a differenza dei suoi padri ribellatisi al Signore; e la nuova celebrazione della pasqua, la prima nella Terra Promessa.

Quindi, Dio sembra voler ricominciare tutto da capo con un popolo che si qualifica per la sua fedeltà a lui, così come avviene dopo il diluvio universale: Dio distrugge un’umanità infedele, ma si preoccupa di dare origine ad una nuova umanità uscita dall’arca.

La conquista di Gerico
La conquista di Gerico, narrata nel capitolo 6 del libro, più che un’azione di guerra è descritta come una sorta di liturgia guerriera, in cui il vero vincitore è JHWH. Il tutto si risolve in una serie di giri processionali intorno alla città, che viene conquistata più che dalle armi da una celebrazione liturgica. Questo racconto è nato, secondo il De Vaux, da un racconto preesistente, poi modificato con aggiunte sacerdotali (che danno rilievo all’Arca dell’Alleanza) e trasformato in un racconto cultuale.
Gerico (« città della luna ») è probabilmente una delle più antiche città del mondo, abitata fin dall’VIII millennio a.C. a causa della sua favorevolissima posizione in un’oasi della valle del Giordano. Tuttavia, gli archeologi che hanno trivellato i resti della città in lungo e in largo inclinano a ritenere che essa fosse già stata distrutta da un pezzo al momento dell’arrivo degli Ebrei, forse durante le campagne dei Faraoni della XVIII dinastia (quella di Tutmosi III il Conquistatore). Come poteva esserci allora la famiglia di Raab, che abitava nelle sue possenti mura, o anche solo un re? Questo è un problema che ha assillato a lungo gli esegeti.

In effetti, è possibile che Gerico fosse ancora abitata all’epoca di Giosuè, anche se ormai ridotta a un piccolo centro di scarsa importanza; l’autore avrebbe piuttosto in mente la possente piazzaforte esistente ai suoi tempi, e a quella farebbe riferimento. A quel tempo probabilmente gli abitanti utilizzavano edifici parzialmente agibili dell’antica città, e costituivano ancora una comunità con un proprio autogoverno, anche se Gerico non rappresentava certo più la gloriosa e temuta metropoli del passato. L’episodio del « rito » necessario per abbattere le possenti mura di Gerico ha quindi un significato più rituale che storico, ed è probabile che la delazione di Raab sia statsufficiente per catturare la città.

Quanto al « filo scarlatto » menzionato in Gs 2:18, alcuni vi hanno visto il segno distintivo dell’abitazione di una prostituta (Raab), altri il segno distintivo degli abitanti di Gerico disposti a collaborare con gli israeliti invasori. Ma è probabile che esso abbia attinenza con la striscia di sangue con cui erano state segnate le case degli Ebrei nell’Esodo, nella notte della prima Pasqua, onde evitare di condividere la sorte dei primogeniti degli egiziani. In ogni caso Raab verrà aggregata con il suo clan al popolo d’Israele (Gs 6:25), tanto da venire menzionata da Matteo nella lista degli antenati di Gesù Cristo. Lungi dal rimproverarla come prostituta, il Nuovo Testamento la presenta anzi come esempio di fede e di ospitalità (Ebrei 11:31 e Giacomo 2:25).

Acan
Acan commette un peccato « prendendo ciò che era votato allo sterminio », cioè impossessandosi del bottino che doveva essere votato interamente al Signore, l’unico responsabile della vittoria (come mostra l’episodio del « capo dell’esercito del Signore », secondo alcuni San Michele Arcangelo, comparso a Giosuè in Gs 5:13). Per questo, spiega l’autore, Giosuè fallisce nella conquista della piazzaforte di Ai, oggi identificata con el-Tell.

Il colpevole è scoperto mediante estrazione a sorte, un metodo che farebbe inorridire Sherlock Holmes, ma che rappresenta l’unico sistema per interrogare l’insondabile volere divino, essendo interdetto l’uso di divinazioni condotte attraverso lo studio delle interiora di animali o le parole di sacerdoti in stato di trance indotto da sostanze allucinogene.

Acan è punito con la lapidazione Gs 7:25 che avviene nella valle di Acor, al confine settentrionale della tribù di Giuda; probabilmente l’autore rimanda ad un tumulo di pietre, forse un complesso megalitico, ancora visibile all’epoca della composizione del libro.

Gabaon
Un significato tutto particolare è assunto, nel libro, dalla città di Gabaon, oggi El Jib, il cui nome significa « altura » per ovvi motivi geografici. Gli scavi archeologici hanno confermato l’importanza delle città, definita « grande come una capitale » in Gs 10:2. Gli abitanti di Gabaon, detti Evei, riescono a scampare allo sterminio cui gli Ebrei votavano tutte le popolazioni cananee. spacciandosi per stranieri venuti da lontano; Giosuè li nomina taglialegna e portatori d’acqua (Gs 9:27), fornendo così la spiegazione di una tradizione molto antica, attestata dalle anfore ritrovate con inciso il nome di Gabaon, ed anche dall’acquedotto sotterraneo che alimentava la rete idrica della città.

 

Tuttavia il re di Gerusalemme, Adoni-Zedek (« il mio Signore è giustizia », ricorda il nome di Melkisedek citato nella Genesi), spaventato dall’alleanza tra Ebrei e Gabaoniti, con altri quattro re amorrei del sud muove guerra contro di loro per schiacciarli, prevenendo le loro mosse. E qui si inserisce uno dei brani più famosi della Bibbia, nel bene e nel male: per prolungare la giornata ed assicurare la vittoria agli Israeliti, Giosuè grida: « Fermati, o sole, su Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon! » (Gs 10:12)

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Giosuè ferma il sole e la luna (Venezia, Biblioteca Marciana, miniatura del XV secolo

 Questo argomento fu utilizzato nel Rinascimento per confutare il modello copernicano e per perseguitare i suoi assertori, in primis Galileo. Inutile dire che questa affermazione invece non ha nulla di astronomico o di scientifico. Lo stesso termine ebraico damam (« stare fermo ») sembra riferirsi non già all’arresto del corso del sole, ma piuttosto della sua luminosità per oscuramento atmosferico o per via di un’eclisse. Alla luce di questa traduzione, ogni polemica di tipo antiscientifico crolla di schianto. Questo evento è stato registrato nel « Libro del Giusto » (Gs 10:13), citato anche in 2 Sam 1:18: probabilmente si tratta di una raccolta di detti e di racconti popolari dedicata alla storia d’Israele, andata perduta ma servita come fonte per tutti i libri del canone deuteronomistico.

L’assemblea di Sichem
Chi è entrato in Canaan è un popolo nuovo, circonciso di recente e che celebra la pasqua per la prima volta. Tale è l’ansia di completo rinnovamento, che a Sichem il popolo ripete l’Alleanza con Dio, affinché si senta impegnato in prima persona alla fedeltà alla Legge.

Ecco, dunque, l’assemblea di Sichem voluta da un anziano Giosuè (Gs 24), in cui Dio sciorina davanti al popolo tutta la storia e le sue imprese a favore del popolo (Gs.24:2-13). È una sorta di memoriale, che costituisce per il nuovo Israele un punto di partenza; in esso il popolo di Dio affonda le proprie radici. A fronte di tutti i prodigi che lo hanno portato a diventare un popolo libero, Israele è chiamato ad operare una scelta: o con Dio o contro di Lui. Qui, pertanto, si costituisce il nuovo Israele che rinnova i patto del Sinai:

« In quel giorno Giosuè concluse un’alleanza per il popolo e gli diede una legge e uno statuto in Sichem » (Gs.24:25)

Storicità; L’insediamento in Canaan
La conquista della Palestina, così come ce la racconta il libro di Giosuè, appare come una marcia trionfale, una guerra combattuta da Dio accanto al suo popolo, davanti al quale tutti i popoli devono piegare la fronte. Questa, però, è una rilettura posteriore della storia, alla luce della realizzazione della Promessa di Dio ad Abramo. Ma come sono andate veramente le cose? La questione dell’insediamento delle tribù nel territorio di Canaan è un problema di difficile soluzione, vista l’assenza di documenti storici al di fuori della Bibbia.

Lo stesso testo del libro, in filigrana, evidenzia le tracce di una conquista assai più lenta e complessa, variamente ricostruita da storici ed esegeti. Essa comprende non solo campagne vittoriose, ma anche sconfitte (non c’è modo di espugnare la fortezza di Gerico senza l’aiuto divino) ed alleanze strategiche con i popoli cananei, come i Gabaoniti.

Inoltre, il fatto stesso che Gerusalemme verrà conquistata ai Gebusei solo da Davide (2 Sam 5:5-9) dimostra che, ancora nell’epoca dei re, vi erano sacche di resistenza interna e non solo nemici esterni da sconfiggere (Filistei, Ammoniti, ecc.)

Sebbene alcuni esegeti sostengano ancora che la conquista della Palestina sarebbe stata rapida e condotta da tutte le tribù alleate tra loro sotto un’unica guida, in base a scavi archeologici che hanno segnalato rovine di città distrutte risalenti al 1250-1200 a.C. e che possono coincidere con luoghi ricordati dal libro di Giosuè, la maggior parte degli studiosi pensano ad una infiltrazione pacifica in territori poco abitati, attraverso alleanze con le città-stato e mediante qualche azione militare, seguite da rapidi contraccolpi del nemico.

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Le dodici tribù d’Israele (in realtà questa distribuzione geografica risale all’epoca dei Re)

I due esodi

Del resto è da tener presente che gli esodi dall’Egitto non furono uno solo ma due. Infatti gli esegeti parlano di un «esodo-espulsione », che avvenne intorno al 1550 a.C. con la cacciata degli invasori Hyksos e dei nomadi asiatici che si erano stabiliti in Egitto al loro seguito (racconto di Giuseppe). Fra questi vi erano alcuni clan ebrei che si stabilirono in Palestina, conquistata dal faraone Tutmosis III (1501-1447 a.C.) in 17 spietate campagne militari. Gli ebrei qui installati furono impiegati in varie zone della Palestina al servizio dell’Egitto. Ne è rimasta traccia anche in Esodo 6:1: « Il Signore disse a Mosè: « Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese! » » Analoghi accenni si trovano in Es 11:1, e soprattutto in 12:39: « Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio »

Vi fu però un altro esodo, detto comunemente «esodo-fuga », che ebbe luogo attorno al 1250 a.C., al termine o subito dopo il regno di Ramses II (1301-1235 a.C.), e che ha assunto una risonanza enorme in tutta la Bibbia. Che cosa avvenne esattamente? Si sa per certo che, dopo la fallita riforma religiosa in senso monoteistico del faraone « eretico » Amenothep IV o Echnaton (1424-1388 a.C.), si impose una nuova dinastia, la diciannovesima, che proveniva non dall’alto Egitto ma dal delta del Nilo; e così questi sovrani dettero impulso a tale zona con ampie opere di bonifica e di edilizia.

In tali opere, talora grandiose (Ramses II fece costruire nel delta occidentale le città di Pitom e Ramses secondo Es 1:11), vennero coinvolti alcuni clan di ebrei e gruppi di popoli asiatici stabilitisi alle frontiere: un’imposizione di corvé che non fu certo gradita da questi nomadi o seminomadi, i quali approfittarono della prima occasione, e cioè del momento di debolezza dell’Egitto seguito alla morte del grande Ramses II, riuscirono a ribellarsi e si sottrassero ai lavori forzati rifugiandosi in Palestina, dove da tempo erano installate altre tribù di loro consanguinei.

Secondo alcuni fuggirono dall’Egitto solo le tribù appartenenti alla « casa di Giuseppe », cioè Efraim e Manasse, e quella di Levi, rappresentata appunto da Mosè ed Aronne. Giosuè apparteneva, non a caso, alla tribù di Efraim, che poi divenne dominante nel regno del nord dopo lo scisma politico-religioso seguito alla morte di Salomone.

Significato

Al di là di questa discussione, il libro di Giosuè va letto attraverso gli occhi del redattore deuteronomistico vissuto al tempo dell’esilio (597-538 a.C.) e del post esilio (538-450 a.C.), dal quale la figura di Giosuè è certamente idealizzata come quella di Mosè; la Terra è vista come un dono di Dio che compie fedelmente le sue promesse, e il permanere in essa è legato all’osservanza della Legge.

Quindi, la conquista di Canaan è avvenuta per un gratuito dono di Dio e non per la bravura di Israele e dei suoi baldi guerrieri. Il tema teologico di fondo di tutto il Libro può riassumersi in quest’epilogo (Gs 21:43-45): « Il Signore diede dunque a Israele tutto il paese che aveva giurato ai padri di dar loro, e gli Israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. Il Signore diede loro tranquillità intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici potè resistere loro; il Signore mise in loro potere tutti quei nemici. Di tutte le belle promesse che il Signore aveva fatte alla casa d’Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento. »

 

 

Théologie de l’Ancien Testament, Introduction 11 mai, 2013

Classé dans : Théologie — Sentinelle Chrétienne @ 14:47

Théologie de l’Ancien Testament, Introduction dans Théologie tavoledellalegge

Vanni Rossi (1894-1973), Mosè reçoit les Tables de la Loi sur l’Horeb

Introduction à l’étude Théologique de l’Ancien Testament

Présentation
Les livres de l’Ancien Testament reconnus par les catholiques Romains sont 46. Le sens de «livre» est entendu ici dans un sens large, bien que le mot «Bible» vient du grec «Les Livres» puisque  Genèse et Isaïe sont des textes très grandes, Jonas et Malachie sont pamphlet extrêmement maigre, tandis que Abdias se résume à une simple page.

Les protestants et les juifs reconnaissent un nombre plus limité de livres, considérant certains d’entre eux (comme les deux livres des Maccabées, ou quelques chapitres de Daniel et d’Esther) non inspirés. Les catholiques romains ne sont pas d’accord, mais ils définissent ces textes comme «deutérocanoniques», c. à d. qui sont entrés dans le « canon » des textes sacrés à une date ultérieure.

Les frères juifs divisent les livres bibliques par eux considérés comme canoniques en trois groupes: la Torah, (la Loi), représentée par les cinq premiers livres; les Prophètes (Nevi’im), divisés à leur tour en Prophètes intérieurs (Josué, Juges, Samuel et des Rois) et prophètes postérieurs (Isaïe, Jérémie, Ézéchiel, et les douze prophètes mineurs, enfermé dans une unique brochure) Les Écrits (Ketuvim).

Ces écrits, à leur tour, peuvent être regroupées en différents genres ou types de compositions:

Poèmes: les Psaumes;

enseignements théologiques et philosophiques: Proverbes, Job, l’Ecclésiaste, Sagesse, l’Ecclésiastique;

Historiographie post-exilique: Esdras, Néhémie, 1 Maccabées et 2 Maccabées;

Récit édifiant: Ruth, Jonas, Tobit, Esther, Judith;

Récit apocalyptique: Daniel.

Comme vous pouvez le voir, il y a des textes très hétérogènes pour le contenu, le style et époque de la composition. Tandis que la tradition catholique divise la Bible dans ces groupes:

Pentateuque en grec « cinq rouleaux » qui est l’équivalent de la Torah hébraïque;
Livres historiques: Josué, Juges, Ruth, premier et deuxième livre de Samuel, premier et second livre des Rois, le premier et le second livre des Chroniques, Esdras, Néhémie, Tobie, Judith, Esther, le premier et le deuxième livre des Maccabées (comme on le voit, les catholiques romains, à la différence des Juifs, divisent Samuel, Rois et les Chroniques en deux livres);

Les livres de Sagesse: Job, Psaumes, les Proverbes, l’Ecclésiaste (Qoelet), Cantique des Cantiques, la Sagesse, l’Ecclésiastique (Siracide);

Les livres prophétiques: Isaïe, Jérémie, Lamentations, Baruch, Ezéchiel, Daniel, Osée, Joël, Amos, Abdias, Jonas, Michée, Nahum, Habacuc, Sophonie, Aggée, Zacharie, Malachie (les catholiques romains tiennent séparés des douze «prophètes mineurs» tandis que les Juifs les rassemblent dans un seul livre).

Donc, les Juifs appellent en grande partie « prophètes antérieurs » ceux que les catholiques romains appellent «livres historiques » (les autres sont catalogués simplement comme «Écrits»). Bien que datant postérieurement aux véritables livres prophétiques, qui ont été ainsi définis par leur pertinence par rapport au phénomène de la prophétie, qui a joué un rôle clé dans l’histoire de l’ancien Israël.

Au fait, en ceci, beaucoup des histoires sont juste dédiés aux événements des prophètes: uniquement dans les livres des Rois, il y a bien 22 des 47 chapitres qui sont consacrés à divers prophètes, en particulier Élie, Élisée et Isaïe. En outre, une tradition juive veut que ces textes ont été écrits par certains des prophètes. Ce qui aujourd’hui n’est pas  historiquement soutenable, mais en eux l’histoire d’Israël a toutefois subi une interprétation prophétique, comme nous le verrons plus en détail par l’analyse de ces livres.

L’historicité de la Révélation

Pourquoi lire aujourd’hui les livres  «Historique» de la Bible, et  chercher un parallèle entre eux et les connaissances qui nous viennent de l’archéologie et de l’historiographie extrabiblique? Très simple: le concept fondamental que la Bible veut exprimer, selon plusieurs commentateurs, est celle-ci: Dieu ne se révèle pas seulement par la création, mais aussi dans l’histoire humaine. Il a sauvé Noé, il a appelle Abraham, il a libéré tout un peuple avec qui il a fait un pacte d’alliance, élargie par la suite par Jésus-Christ à l’humanité tout entière. Ce discours a fondé ce qu’on appelle aujourd’hui la «théologie de la révélation. »

Parler de l’historicité de la révélation implique, en premier lieu, que la parole de Dieu se révèle à nous à travers la parole de l’homme, même si le langage et le parler humaine sont toujours limitées: souvent la parole dit moins de ce que vous aviez l’intention de communiquer. Nous rencontrons ainsi la Parole de Dieu dans la Bible sous la forme de discours tenus par des hommes pour d’autres hommes, et donc les auteurs bibliques font usage de modes d’expression en vogue dans leur temps. Dans l’ancien Israël, par exemple, a dominé la conception que YHWH habitait dans un palais céleste, entouré d’une entière cour. Dans le premier livre des Rois, le prophète Michée dit à Achab, roi d’Israël et à Josaphat, roi de Juda (1 Rois 22:19): «J’ai vu le Seigneur assis sur son trône, toute l’armée des cieux se tenant autour de lui sur la droite et la gauche »

Il ne fait aucun doute qu’une telle déclaration a été prise à la lettre et non au sens figuré. Mais parler de «cour céleste » pour l’auteur biblique signifie seulement décrire la puissance et la majesté de Dieu, et donc sa domination absolue sur le cosmos. La même chose s’applique à Josué qu’il «a arrêté le Soleil » à Gabaon (Jos 10:12): encore jusqu’au XVIIe siècle, ce fait a été comprise littéralement, tandis que nous donnons un sens complètement différent (Dieu peut arrêter, si le voulais, même l’ordre naturel des choses créées par Lui), parce que nous savons que le soleil ne tourne pas autour de la terre. La conception inexacte du monde qui est à la base de ces déclarations ne modifie pas en rien le message qu’ils veulent nous communiquer.

L’historicité de la révélation

implique donc que la parole de Dieu vient à nous toujours conditionnée par la parole humaine limitée. L’interprétation des livres bibliques, et surtout de ce que nous appelons historique ne peut se faire correctement que en ayant une connaissance précise de la culture des peuples de la Bible, sans laquelle il ne serait pas comprendre quelque chose au sujet de ces textes, en arrivant par exemple à condamner Galilée parce que nous ne comprenions pas le vrai sens de «Arrête-toi soleil. »

Une histoire parfois inacceptables

Mais ce n’est pas assez. L’historicité de la révélation signifie que Dieu se révèle au cours d’une longue histoire qui a commencé avec les patriarches, remonte à Jésus, et ensuite pendant près de 2000 ans jusque à nos jours. Dieu se manifeste à l’homme peu à peu, révèle ses projets par degrés et au cours de plusieurs siècles, nous ne devons donc pas être surpris si Dieu et son dessein de salut sont représentés, dans les premier et plus ancien des textes de l’Ancien Testament, d’une manière si imparfaite et souvent même inacceptable. Ainsi, le commandement divin d’exterminer l’ennemi en temps de guerre (Deut. 20:12-18) semble certainement fausse et odieuse à nos oreilles une imperfection. La même chose s’applique à certaines imprécations terribles de vengeance dans les Psaumes: « Heureux qui saisit tes enfants, et les écrase sur le roc! » (Psaume 137: 9).

Pas même les principaux protagonistes de l’Ancien Testament font exception à cette règle. Abraham donne sa femme au Pharaon afin de survivre et de faire fortune en Égypte (Gn 12:10-20); Les filles de Lot ont des relations incestueuses avec leur père (Gn 19:30-38), et Jacob trompe son père pour avoir le droit d’aînesse (Genèse 27:1-29), Moïse dit que Yahvé lui-même lui a ordonné de lapider  un blasphémateur (Lévitique 24:10-14);  Jephté sacrifie à Dieu sa fille unique pour le remercier de lui avoir donné une victoire (Juges 11:30-40); Saul voudrait mettre à mort son propre fils Jonathan, parce qu’il lui a désobéi (1 Samuel 14:39-46), et de ces exemples il y en a encore.

Ce qui choque le lecteur moderne est surtout le fait que ces événements ne sont en aucune façon condamné. On a souvent essayé d’expliquer les versets relatifs au contenu de cette insoutenable « pédagogie divine », une expression qui remonte aux Pères de l’Église, mais qui a également été adoptée par le Concile Vatican II (Dei Verbum, 15). Selon cette hypothèse, tout comme les parents qui ne peuvent pas enseigner tout à la fois à leurs enfants, mais les instruisent petit à petit, en s’adaptant à leur âge et à leur capacité à comprendre, même Dieu aurait progressivement offert aux hommes la possibilité de comprendre Son vouloir.

Dans la théologie nous parlons, à cet égard, de la révélation progressive, mais cette théorie ne suffit pas à expliquer tous les massacres et les monstruosités que l’on voit commettre au nom de Dieu dans l’Ancien Testament. On est donc obligé de s’installer l’idée que l’Ancien Testament représente seulement dans son intégralité un témoignage de haute valeur morale.

Au fil des siècles, les hommes ont toujours eu de nouvelles expériences de Dieu, de sorte que les auteurs bibliques ont par la suite corrigé la vue partielle des auteurs précédents, relativisant dans l’amélioration de ce qui semblait inacceptable.

En outre, souvent les prophètes n’ont pas annoncé quelque chose de nouveau, se limitant simplement à rappeler à la conscience de ses contemporains la Parole de Dieu déjà révélé plus tôt. D’un certain point de vue la Sainte Écriture et comparable à une peinture dans un tableau: seuls ceux qui peuvent admirer le cadre terminé sont en mesure d’évaluer correctement les différents détails. Pour les chrétiens, alors, le message de l’Ancien Testament est terminée en Jésus-Christ, qui dit qu’il n’est pas venu pour supprimer la Loi, mais l’accomplir (Matthieu 5:17). Seulement, à la lumière de ces points de référence nous pouvons faire face à notre voyage à travers les livres historiques de la Bible.

La tradition du Deutéronomiste

On va analyser ces textes en détail. Pour commencer, le groupe de livres qui suivent le Deutéronome, définies prophétiques par les frères juifs et  historiques par les catholiques romaines, c’est ce que les commentateurs appellent généralement «  l’œuvre Deutéronomique » Pourquoi? Que es ce que ont à voire avec le cinquième livre du Pentateuque, dont le nom signifie littéralement « la deuxième loi? »

Tout d’abord, d’une part, le Deutéronome est une sorte de synthèse des quatre livres qui précèdent, revisitant l’ensemble de la loi donnée par Dieu à son peuple à Horeb; d’autre part, par contre, la tradition juive le considère une sorte de testament spirituel de Moïse, le premier prophète et le fondateur du prophétisme (voir Deutéronome 18:15 et suivants). Il est logique donc que le Deutéronome conclue  la Loi, la Torah, et donne commencement eaux prophètes, (les nevim).

Mais ce n’est pas la seule raison. Entre Deutéronome et les livres immédiatement suivants (Josué, Juges, Samuel, Rois) il y a aussi une unité de composition, puisque tous relèvent de la tradition dite de la Tradition du Deutéronomiste. Il a été dit dans un autre hypertexte qui à l’intérieur du texte de la Genèse, il existe trois grandes traditions séparée, yahviste défini ainsi parce que il (utilisé comme nom de Dieu, le tétragramme YHWH), Élohiste parce que il  (utilise le terme Élohim, pluriel maiestatico (de Majesté) qui signifie «le Seigneur», de la même racine sémitique de l’arabe Allah); et le Sacerdotale (ou code P (des Prêtres), en allemand Priester Codex).

Eh bien, il y en a aussi une quatrième, facilement identifiable parce que dans le Pentateuque est contenue presque exclusivement proprement dans le Deutéronome. Cette tradition, en effet, renonce de s’occuper de l’histoire des origines, des patriarches et de la libération d’Égypte, pour se concentrer principalement sur l’enseignement de la Loi.

C’est pour cela que son style, étant donné son caractère pédagogique, est surtout de exhortation, fait de nombreux appels à l’obéissance, avertissements, promesses aux fidèles et menaces pour les pécheurs. Toutes les dispositions de la loi sont connectés au commandement  central de l’amour (Deutéronome 6:4-9), le «Shemà Israël» (Écoute, Israël) qui sera repris de manière efficace même de Jésus-Christ,  le mettant au centre de sa prédication ( cf Marc 12:29).

Quant à l’origine de cette tradition, l’attention qui est portée aux Lévites, et le temple, comme le seul sanctuaire légitime d’Israël, fait penser que cela se soit développé dans l’environnement lévitique. La fixation écrite est avenue probablement après la destruction du royaume du Nord (722 avant J.-C.), par les Lévites qui ont trouvé refuge dans le royaume de Juda, et elle a connu des continuels développements  jusqu’à l’exil babylonien. Sous le règne d’Ezéchias (716-687 avant JC) il y a eu une première élaboration écrite, puis en partie perdue et caché soigneusement sous les règnes du méchants Manassé (687-642 avant JC) et de son digne fils Amon (642 – 640).

Réapparue sous le règne de Josias (640-609 avant J.-C.), la tradition dit qu’il a été trouvé lors de la restauration du Temple, et quand il l’aurait lu, le roi déchira ses vêtements pour la douleur de s’être  détourné de la volonté de Dieu, et a commencé une grande réforme religieuse, qui encore aujourd’hui nous le fait rappeler l’un des rois les plus éminents de Juda. Voir à ce sujet le second livre des Rois.

L’historiographie deuteronomista

Le genre littéraire est celui de la catéchèse. Elle, cependant, ne représente pas un sermon coulé d’en haut et libéré de la vie du peuple, mais elle est présentée comme étroitement lié aux événements de l’histoire, à laquelle il se réfère sans cesse pour mettre en évidence la pertinence dans le présent.

C’est pourquoi la tradition du Deutéronome a créé une véritable historiographie, qui nous a légué en forme écrite les événements de l’histoire du Peuple Élu depuis sa mise en place dans le pays de Canaan (environ 1200 avant JC, comme relaté dans le livre de Josué) jusqu’à l’exil à Babylone (587 avant JC), en passant par l’interrègne turbulent entre la conquête et l’établissement de la monarchie (1200-1030 Av. JC, racontée dans le livre des Juges), la constitution de la monarchie unitaire (1030-970 avant JC, racontée dans les livres de Samuel), le schisme et l’histoire des deux royaumes (970-587 Av. JC, racontée dans les livres des Rois).

Ces livres, bien que enracines dans l’histoire humaine, ne veulent pas être des livres de l’historiographie comme nous l’entendons aujourd’hui, ni des chroniques de l’époque. En eux s’entrelacent par contre divers composants à première vue lointaines les un des autres: histoire et théologie, narration et catéchèse, expérience de la vie et  interprétation de la foi. Ils proposent donc une relecture théologique de l’histoire elle-même, conçue comme le théâtre de l’action divine. Ils apparaissent comme un parcours de foi, qui va de la découverte d’un Dieu qui donne la terre à son peuple, jusqu’à la révélation de l’Emmanuel, c. à d. d’un Dieu qui habite à côté des hommes et qui propose même d’envoyer à eux son Fils unique. Une histoire, en somme, qui documente la fidélité de Dieu en dépit de l’infidélité et la fragilité de l‘homme.

D’autres textes « historique »

Si on ne peut pas définir historiographie au sens moderne celle du cycle Deutéronomiste, cela est encore plus vrai pour les prochains livres entré dans l’histoire comme « historique », selon le canon catholique. Esdras, Néhémie et le premier et le deuxième livre des Maccabées sont catalogués dans la ainsi dite « historiographie post-exilique, » quand les grands artisans de l’indépendance, d’abord   religieuse, (Zorobabel, Esdras et Néemie) et puis politique (les Maccabées) du peuple d’Israël, ont été exaltées et mis à côtés des grands héros de la tradition biblique, désormais codifiée pendant l’exil babylonien. Même Ruth, Tobie, Esther et Judith, sont classés comme textes «historique», car il raconte respectivement:

La descendance du roi David de Ruth, une femme étrangère de Moab;
La piété de Tobie, une juive de la diaspora  dans les vastes empires de l’Orient ancien;

l’importance acquise par les Juifs dans l’empire Perse, lorsque Esther devient impératrice et Mardochée Premier ministre, à l’époque du roi Assuérus;

le courage avec lequel Judith a rejeté l’armée la plus puissante du  monde, celui du générales Holopherne, en s’appuyant sur ses ruses féminines et sur la protection divine.

En réalité, cependant, aucun de ces textes peut être défini  «historique» dans le sens moderne du terme, parce que ne racontent pas des faits qui ont effectivement eu lieu, mais des histoires de personnages exemplaires (et, par conséquent, presque fictif, ou romanesques) décrit sur un contexte historique précis, plus ou moins connus par l’auteur, comme nous le verrons plus en détail dans les cas individuels. C’est pour cela que aujourd’hui, ces textes sont catalogués comme «récits édifiants.»

Dans ce hypertexte nous examinerons deux autres textes bibliques du canon catholique classés comme «prophétique», qui en réalité ils s’en éloignent de façon sensible. Jonas, bien que racontant l’histoire d’un prophète qui aurais prêché la parole de Dieu à Ninive, la capitale assyrienne, doit également être renvoyé dans les «récit édifiant» vue l’évident but didactique qu’il a, avec une «parabole» et une « morale finale».

Quant à Daniel, il fait partie d’un genre complètement différent, qui est celui de l’apocalyptique, qui a prospéré dans la période intertestamentaire (c. à d. dans la période entre la rédaction de l’Ancien Testament et du Nouveau), Quand les crises politiques et le découragement dans la restauration d’un royaume Israël sur la Terre a conduit les Juifs à se réfugier dans l’espoir de l’imminentes fin des Temps et du rétablissement d’un nouveau royaume d’Israël, non plus chez les hommes, mais dans les Cieux.

Avec ses visions, aboutissant à celle de la résurrection des corps, Daniel s’inscrit parfaitement dans ce filon, tout en présentant une énorme quantité de données historiques empilés sans ordre apparent, jusqu’à justifier son inclusion dans cet hypertexte.

Dans la période intertestamentaire s’épanouit copieux aussi la littérature apocryphe, dont une partie a des ambitions de récits historiques, bien que tous ces textes ont en commun le fait d’être ambiantes dans des époques telment éloignées de rendre impossible, aux temps et époques, de démentir les faits relatés dans le but de fournir un enseignement ou de transmettre un message (qui souvent, comme dans le cas de Daniel, est de type apocalyptique).

Dans l’appendice, enfin, nous allons voir un résumé de toute l’histoire d’Israël dans les généalogies de l’Évangile de Jésus-Christ.
Si j’ai réussi à vous intriguer avec cette introduction, nous commençons le voyage dans notre hypertexte, qui va dans l’espace depuis l’établissement d’Israël en Canaan jusqu’au à au seuil du début de l’ère chrétienne. Mais tout d’abord, répétons ensemble une prière que nous trouvons dans le livre des Psaumes (119:34): «Donnez-moi l’intelligence,  pour que je garde Ta Loi. Et que je l’observe de tout mon cœur.» Il n’y a pas de meilleure nourriture viatique, avant de commencer un voyage comme celui que nous affrontons!

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/introd.htm

Bibliografia

AA.VV., « La Bibbia per la famiglia », volumi 3 – 4 – 5, edizioni San Paolo, Alba

AA.VV., « La Bibbia di Gerusalemme », edizioni Dehoniane, Bologna

S.Canelles, C.Caricato, L.Piscaglia, S.Simonelli, « Introduzione alla Bibbia », ed. Newton, Roma

J. Imbach, « Come leggere e capire la Bibbia », Città Nuova, Roma

W. Baur, « Un best-seller da oltre 2500 anni », Città Nuova, Roma

a cura di Paolo Sacchi, « Apocrifi dell’Antico Testamento », TEA, Milano

René Laurentin, « I vangeli dell’infanzia di Cristo », edizioni San Paolo, Alba

GIOSUE’

 

 

 

 

 

 

 

TEOLOGIA DEL VECCHIO TESTAMENTO: INTRODUZIONE 10 mai, 2013

Classé dans : Teologia — Sentinelle Chrétienne @ 21:45

TEOLOGIA DEL VECCHIO TESTAMENTO: INTRODUZIONE  dans Teologia capoletteraunprofeta1

Miniatura rappresentante un profeta, Padova, Biblioteca Antoniana, XIV secolo

Introduzione allo studio teologico del Vecchio Testamento

Premessa

I libri dell’Antico Testamento riconosciuti dai Cattolici Romani sono 46. L’accezione « libro » va qui intesa in senso ampio, nonostante la stessa parola « Bibbia » derivi dal greco « I libri », poiché la Genesi e Isaia sono testi molto vasti, Giona e Malachia sono pamphlet estremamente scarni, mentre Abdia addirittura si riduce ad una sola paginetta.

Protestanti ed Ebrei riconoscono un numero più limitato di libri, considerando alcuni di essi (come i due libri dei Maccabei, o alcuni capitoli di Daniele e di Ester) non ispirati. I Cattolici Romani non sono d’accordo ma definiscono questi testi come « deuterocanonici », cioè entrati nel « Canone » dei testi sacri in un secondo tempo.

I fratelli Ebrei dividono i libri biblici da essi considerati canonici in tre gruppi:

la Torah, cioè la Legge, rappresentata dai primi cinque libri;

i Profeti (Nevi’im), divisi a loro volta in Profeti Anteriori (Giosuè, Giudici, Samuele e Re) e Profeti Posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele, e dodici profeti minori, racchiusi in un unico libello)

gli Scritti (Ketuvim).

Questi Scritti, a loro volta, si possono raggruppare in vari generi:

composizioni poetiche: i Salmi;

ammaestramenti teologici e filosofici: Proverbi, Giobbe, Qoelet, Sapienza, Siracide;

storiografia postesilica: Esdra, Neemia, 1 Maccabei e 2 Maccabei; narrativa edificante: Rut, Giona, Tobia, Ester, Giuditta;

narrativa apocalittica: Daniele.

Come si vede, si tratta di testi fortemente eterogenei per contenuto, stile ed epoca di composizione. Invece la tradizione cattolica divide la Bibbia in questi gruppi:

Pentateuco, in greco « cinque rotoli », cioè l’equivalente della Torah ebraica;

Libri storici: Giosuè, Giudici, Rut, primo e secondo libro di Samuele, primo e secondo libro dei Re, primo e secondo libro delle Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, primo e secondo libro dei Maccabei (come si vede i Cattolici, a differenza degli Ebrei, dividono Samuele, Re e Cronache in due libri);

Libri sapienziali: Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide;

Libri profetici: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia (i Cattolici tengono separati i dodici « profeti minori » che gli Ebrei radunano in un libro unico).

Dunque, gli Ebrei chiamano in gran parte « Profeti Anteriori » quelli che i Cattolici chiamano « Libri Storici » (gli altri sono catalogati semplicemente come « Scritti« ). Benché datati posteriormente ai libri profetici veri e propri, sono stati così definiti per la loro attinenza con il fenomeno del profetismo, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dell’antico Israele.

Del resto, in essi molti racconti sono dedicati proprio alle vicende dei profeti: nei soli Libri dei Re, ben 22 capitoli su 47 sono dedicati a profeti vari, in particolar modo ad Elia, Eliseo ed Isaia. Inoltre, una tradizione giudaica vuole che questi testi siano stati scritti da alcuni profeti. Questo oggi non è storicamente sostenibile, ma in essi la storia d’Israele ha subito comunque un’interpretazione profetica, come vedremo meglio analizzando quei libri nel dettaglio.

Storicità della Rivelazione

Perchè leggere oggi i libri « Storici » della Bibbia, e cercare un parallelo tra di essi e le conoscenze che ci vengono dall’archeologia e dalla storiografia extrabiblica? Molto semplice: il concetto fondamentale che la Bibbia vuole esprimere, secondo diversi esegeti, è questo: Dio non si rivela solo attraverso la Creazione, ma anche nella storia umana. Egli ha salvato Noè, ha chiamato Abramo, ha liberato un intero popolo con il quale stringe un’Alleanza, estesa poi da Gesù Cristo all’intera umanità. Questo discorso fonda quella che oggi viene chiamata « Teologia della rivelazione ».

Parlare di storicità della rivelazione implica, in primo luogo, che la parola di Dio ci viene rivelata attraverso la parola dell’uomo, anche se la lingua e il parlare umani sono sempre limitati: spesso la parola dice meno di ciò che si intendeva comunicare. Noi dunque incontriamo la Parola di Dio nella Bibbia sotto forma di discorso tenuto da uomini per altri uomini, e quindi gli autori biblici si servivano di modi di esprimersi in voga al loro tempo.Nell’antico Israele dominava per esempio la concezione che JHWH abitasse in un palazzo celeste, circondato da un’intera corte. Ad esempio nel Primo Libro dei Re il profeta Michea dice ad Acab re d’Israele e a Giosafat re di Giuda (1 Re 22, 19): « Ho visto il Signore seduto sul trono; tutto 1′esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra »

Non c’e dubbio che tale affermazione fosse presa alla lettera e non in senso figurato. Ma parlare di « corte celeste » per l’autore biblico significa solo descrivere la Potenza e la Maestà di Dio, e quindi il suo assoluto dominio sul cosmo. Idem dicasi per Giosuè che avrebbe « fermato il Sole » su Gabaon (Gs 10, 12): ancora fino al XVII secolo questo fatto era inteso alla lettera, mentre noi gli diamo tutt’altro significato (Dio può interrompere, volendo, anche l’ordine naturale delle cose da Lui create), perché sappiamo che il sole non gira attorno alla terra. L’inesatta concezione del mondo che sta alla base di queste affermazioni nulla toglie al messaggio che esse ci vogliono comunicare.

La storicità della rivelazione implica quindi che la parola di Dio ci giunga sempre condizionata dalla limitata parola umana. L’interpretazione dei libri biblici, e soprattutto di quelli che noi definiamo propriamente Storici, può avvenire solo avendo una precisa conoscenza della cultura dei popoli biblici, senza la quale non comprenderemmo nulla di quei testi, giungendo per esempio a condannare Galileo perchè non abbiamo capito il vero senso del « Fermati, o sole ».

Una storia a tratti inaccettabile

Ma non basta. Storicità della rivelazione significa che Dio si rivela nel corso di una lunga storia la quale, iniziata con i patriarchi, prosegue fino a Gesù, e quindi per quasi 2.000 anni. Dio si manifesta all’uomo a poco a poco, svela i suoi progetti gradualmente e nel corso di lunghi secoli. Non dobbiamo perciò stupirci se Dio e il suo progetto di salvezza sono rappresentati, nei primi e più antichi testi dell’Antico Testamento, in maniera tanto imperfetta e spesso addirittura inaccettabile.

Così, l’ordine divino di sterminare i nemici in guerra (Dt 20:12-18) suona certamente falso ed odioso alle nostre orecchie una imperfezione. Lo stesso vale per alcune terribili imprecazioni di vendetta nei Salmi: « Beato chi afferrerà i tuoi piccoli [i figli dell'oppressore] e li sbatterà contro la pietra! » (Salmo 137:9) Neanche i principali protagonisti dell’Antico Testamento sfuggono a questa regola.

Abramo cede la propria moglie al Faraone per poter sopravvivere e fare fortuna in Egitto (Gn 12:10-20); le figlie di Lot hanno rapporti incestuosi con il loro padre (Gn 19:30-38); Giacobbe inganna suo padre per avere la primogenitura (Gn 27:1-29); Mosè dice che JHWH stesso gli ha comandato di far lapidare un bestemmiatore (Lev 24:10-14); Iefte sacrifica a Dio la sua unica figlia per ringraziarlo di avergli concesso una vittoria (Gdc 11:30-40); Saul vorrebbe mettere a morte il suo stesso figlio Gionatan perchè gli ha disubbidito (1 Sam 14, 39-46); e gli esempi potrebbero sprecarsi.

Ciò che scandalizza il lettore moderno è soprattutto il fatto che questi avvenimenti non vengano in alcun modo condannati. Si e cercato spesso di spiegare versetti insostenibili di questo tenore richiamandosi alla « pedagogia divina », un’espressione che risale ai Padri della Chiesa, ma che è stata ripresa anche dal Concilio Vaticano II (Dei Verbum, 15). Secondo tale ipotesi, analogamente ai genitori che non possono insegnare tutto in una sola volta ai loro figli, ma li istruiscono a poco a poco, adeguandosi alla loro età e alla loro capacità di comprensione, anche Dio avrebbe offerto agli uomini gradualmente la possibilità di comprendere il Suo volere.

In teologia si parla, a tale proposito, di rivelazione progressiva, ma tale teoria non è certo sufficiente a spiegare tutte le stragi e le mostruosità che si vedono commettere in nome di Dio nell’Antico Testamento. Ci si deve giocoforza accontentare dell’idea che l’Antico Testamento rappresenta solo nella sua totalità una testimonianza di alto valore morale.

Nel corso dei secoli gli uomini hanno avuto sempre nuove esperienze di Dio, cosicché gli autori biblici hanno successivamente corretto la visione parziale di autori precedenti, perfezionando e relativizzando ciò che pareva inaccettabile. Del resto, spesso i profeti non hanno annunciato nulla di nuovo, limitandosi semplicemente a richiamare alla coscienza dei propri contemporanei la Parola di Dio già rivelata in precedenza. Da un certo punto di vista la Sacra Scrittura e paragonabile a un dipinto: solo chi può ammirare il quadro completato è in grado di valutare bene i singoli particolari. Per i cristiani, poi, il messaggio dell’Antico Testamento si completa in Gesù Cristo, il quale dice di non essere venuto a cancellare la Legge, ma a darle compimento (Matteo 5:17). Solo alla luce di questi punti di riferimento possiamo affrontare il nostro percorso attraverso i Libri Storici della Bibbia.

La Tradizione Deuteronomistica

Veniamo ad analizzare questi testi nel dettaglio. Tanto per cominciare, il gruppo di libri che seguono il Deuteronomio, definiti profetici dai fratelli Ebrei e storici dai Cattolici, costituisce ciò che gli esegeti chiamano solitamente l’ »Opera deuteronomistica« . Perchè? Cosa c’entrano con il quinto libro del Pentateuco, il cui nome letteralmente significa « Seconda Legge? »

Anzitutto, da un lato il Deuteronomio è una sorta di sintesi dei quattro libri che lo precedono, rivisitando tutta quanta la Legge data al suo popolo da Dio sull’Oreb; d’altro canto invece la Tradizione giudaica lo considera una sorta di testamento spirituale di Mosè, il primo profeta e il capostipite del profetismo (vedi Deuteronomio 18:15 e seguenti). Logico dunque che il Deuteronomio concluda la Legge, la Torah, ed inizi i Profeti, i Nevim. Ma questo non è il solo motivo. Tra il Deuteronomio ed i libri immediatamente successivi (Giosuè, Giudici, Samuele, Re) vi è anche un’unità compositiva, in quanto tutti rientrano nella cosiddetta Tradizione Deuteronomistica.

Si è detto in altro ipertesto che all’interno del testo della Genesi sono ravvisabili tre tradizioni separate, definite Jahwista (utilizza come nome di Dio il tetragramma JHWH), Elohista (utilizza il termine Elohim, plurale maiestatico che significa « il Signore », della stessa radice semitica dell’arabo Allah) e Sacerdotale (o codice P, in tedesco Priester Codex) Ebbene, ve ne è anche una quarta, facilmente individuabile perché nel Pentateuco è contenuta quasi esclusivamente proprio nel Deuteronomio. Tale Tradizione, infatti, rinuncia ad occuparsi della storia delle origini, dei patriarchi e della liberazione dall’Egitto, per concentrarsi essenzialmente sull’insegnamento della Legge.

Per questo il suo stile, data la sua natura pedagogica, è per lo più esortativo, fatto di appelli all’obbedienza, avvertimenti, promesse ai fedeli e minacce ai peccatori. Tutte le prescrizioni della Legge sono collegate al centrale comandamento dell’amore (Dt 6 : 4-9), quello « Shemà, Israel » (Ascolta, Israele) che sarà ripreso con efficacia anche da Gesù Cristo, mettendolo al centro della sua predicazione (cfr. Marco 12 : 29). Per quanto riguarda l’origine di questa Tradizione, l’attenzione che viene dedicata ai Leviti e al Tempio, quale unico santuario legittimo di Israele, fa pensare che essa si sia sviluppata in ambiente levitico.

La fissazione scritta è avvenuta probabilmente dopo la distruzione del Regno del Nord (722 a.C.), da parte dei Leviti rifugiatisi nel Regno di Giuda, e ha subito continui sviluppi fino all’esilio babilonese. Sotto il Regno di Ezechia (716-687 a.C.) si ebbe una prima elaborazione scritta, poi andata in parte perduta e nascosta con cura sotto i regni dell’empio Manasse (687-642 a.C.) e del suo degno suo figlio Amon (642-640). Ricomparve sotto il Regno di Giosia (640-609 a.C.): la tradizione afferma che fu ritrovato durante i lavori di restauro del Tempio e, quando lo ebbe letto, il re si stracciò le vesti per il dolore di essersi allontanato dal volere divino, ed iniziò una grandiosa riforma religiosa, che ancor oggi lo fa ricordare tra i più eminenti sovrani di Giuda. Vedi a questo proposito il secondo libro dei Re

La storiografia deuteronomistica

Il genere letterario è quello della catechesi. Essa, tuttavia, non rappresenta una predica calata dall’alto e svincolata dalla vita del popolo, ma è presentata come strettamente collegata agli avvenimenti della storia, a cui si riferisce di continuo per evidenziarne l’attualità nell’oggi. Ecco perchè la tradizione Deuteronomistica ha dato vita ad una vera e propria storiografia, che ci ha tramandato in forma scritta gli eventi della storia del Popolo Eletto dall’insediamento nella terra di Canaan (1200 a.C. circa, narrato nel libro di Giosuè) fino all’esilio babilonese (587 a.C.), passando attraverso il turbinoso interregno tra la conquista e l’istituzione della monarchia (1200-1030 a.C. circa, narrato nel libro dei Giudici), la costituzione della monarchia unitaria (1030-970 a.C., narrata nei libri di Samuele), lo scisma e la storia dei due regni (970-587 a.C., narrata nei libri dei Re).

Questi libri, pur radicati nella storia umana, non vogliono però essere libri di storiografia come la intendiamo oggi, né tanto meno cronache dell’epoca. In essi si intrecciano invece varie componenti tra loro a prima vista lontane: storia e teologia; narrazione e catechesi; esperienza di vita e interpretazione di fede. Essi propongono dunque una rilettura teologica della storia stessa, concepita come il teatro dell’azione divina. Essi appaiono come un percorso di fede, che va dalla scoperta di un Dio che dona la Terra al suo popolo, fino alla rivelazione dell’Emmanuele, cioè di un Dio che vive accanto agli uomini e propone di inviare ad essi addirittura il Suo unico Figlio. Una storia, insomma, che documenta la fedeltà di Dio nonostante l’infedeltà e la fragilità dell’uomo.

Altri testi « storici » Se non si può definire storiografia nel senso moderno quella del ciclo deuteronomistico, ciò vale a maggior ragione per i successivi libri passati alla storia come « Storici » secondo il canone cattolico.

Esdra, Neemia e il primo e secondo libro dei Maccabei vengono catalogati nella cosiddetta « storiografia postesilica », quando i grandi artefici dell’indipendenza prima religiosa (Zorobabele, Esdra e Neemia) e quindi politica (i Maccabei) del popolo d’Israele vennero esaltati ed affiancati ai grandi eroi della tradizione biblica, ormai codificata durante l’esilio babilonese. Anche Rut, Tobia, Ester e Giuditta sono catalogati come testi « storici », perchè raccontano rispettivamente:

la discendenza del re Davide da Rut, una straniera di Moab;

la pietà di Tobia, un israelita della diaspora nei vasti imperi dell’Oriente antico;

l’importanza acquisita dai Giudei nell’impero Persiano, quando Ester divenne imperatrice e Mardocheo primo ministro, ai tempi del re Assuero;

la forza d’animo con cui Giuditta respinse l’esercito più forte del mondo, quello del generale Oloferne, confidando sulle sue arti femminili e sulla protezione divina.

In realtà, però, nessuno di questi testi può essere definito « storico » nel senso moderno, perchè non raccontano fatti realmente avvenuti, bensì vicende di personaggi esemplari (e, quindi, pressoché romanzeschi) descritti su un preciso fondale storico, più o meno conosciuto dall’autore, come vedremo nel dettaglio dei singoli casi. Per questo oggi si catalogano questi testi come « narrativa edificante ».

 

In questo ipertesto esamineremo altri due testi biblici, dal canone cattolico catalogati come « profetici », che in realtà se ne discostano in maniera sensibile. Giona, pur raccontando le vicende di un profeta che avrebbe predicato la parola di Dio a Ninive, la capitale assira, deve essere fatto rientrare anch’esso nella « narrativa edificante » per l’evidente scopo didascalico che esso ha, con tanto di « parabola » e di « morale finale ».

Quanto a Daniele, esso rientra in un genere completamente diverso, quello dell’apocalittica, fiorito in epoca intertestamentaria (cioè nel periodo fra la redazione dell’Antico Testamento e quella del Nuovo), quando i sommovimenti politici e lo scoraggiamento nella restaurazione di un regno d’Israele sulla Terra portavano gli Ebrei a rifugiarsi nella speranza dell’imminente Fine dei Tempi e della restaurazione di un nuovo Regno d’Israele, non più tra gli uomini ma nei Cieli.

Con le sue visioni, culminanti in quella della resurrezione dei corpi, Daniele rientra perfettamente in questo filone, pur presentando anche una tale mole di dati storici accatastati senza apparente ordine, da giustificare la sua inclusione in questo ipertesto.

Nel periodo intertestamentario fiorisce copiosa anche la letteratura apocrifa, parte della quale ha ambizioni di narrazione storica, benché tutti questi testi abbiano in comune il fatto di essere ambientati in epoche tanto remote da rendere impossibile, ai tempi, smentire i fatti in essi raccontati allo scopo di fornire un insegnamento o di trasmettere un messaggio (che spesso, come nel caso di Daniele, è di tipo apocalittico).

Nell’appendice, infine, vedremo una sintesi di tutta la Storia d’Israele nelle genealogie evangeliche di Gesù Cristo.

Se sono riuscito ad incuriosirvi con questa introduzione, cominciamo il viaggio nel nostro ipertesto, che spazierà dall’insediamento di Israele in Canaan fino alle soglie dell’era cristiana. Ma prima, ripetiamo insieme una preghiera contenuta nel libro dei salmi (119, 34): «Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore. » Non c’è miglior viatico, prima di iniziare un viaggio come quello che affrontiamo noi!

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/introd.htm

Bibliografia

AA.VV., « La Bibbia per la famiglia », volumi 3 – 4 – 5, edizioni San Paolo, Alba

AA.VV., « La Bibbia di Gerusalemme », edizioni Dehoniane, Bologna

S.Canelles, C.Caricato, L.Piscaglia, S.Simonelli, « Introduzione alla Bibbia », ed. Newton, Roma

J. Imbach, « Come leggere e capire la Bibbia », Città Nuova, Roma

W. Baur, « Un best-seller da oltre 2500 anni », Città Nuova, Roma

a cura di Paolo Sacchi, « Apocrifi dell’Antico Testamento », TEA, Milano

René Laurentin, « I vangeli dell’infanzia di Cristo », edizioni San Paolo, Alba

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