SENTINELLE CHRETIENNE

Bienvenue sur mon blog: Homme 76 ans Retraité, Chrétien Évangélique, poète et écrivain publie sur blogs, n’aime pas la polémique ni la vulgarité, aime beaucoup les bonnes fructueuses échanges d’opinions. J’ai besoin de vos commentaires d’encouragement.

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(17) Apocalisse: Armaggedon, Le tre coppe, Altre tre coppe 30 novembre, 2011

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 20:02

(17) Apocalisse: Armaggedon, Le tre coppe, Altre tre coppe dans Apocalisse It Apocalypse051

Da:  http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Il contenuto della prima coppa, versata sulla Terra, evoca la sesta piaga, quella delle ulcere:

« Presero dunque fuliggine di fornace, si posero alla presenza del faraone, Mosè la gettò in aria ed essa produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie. I maghi non poterono stare alla presenza di Mosè a causa delle ulcere che li avevano colpiti come tutti gli Egiziani » (Esodo 9:10-11).

« Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della Bestia e si prostravano davanti alla sua statua » (16:2).

La seconda coppa trasforma le acque del mare in sangue, e la terza fa subire la stessa sorte ai fiumi e alle sorgenti, come era accaduto al Nilo percosso dal bastone di Mosè nella prima piaga:

« Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque. Vi fu sangue in tutto il paese d’Egitto. » (Esodo 7:20-21).

« Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto, e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare. Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. » (16:3-4).

Il sangue evoca quello sparso dai martiri: i persecutori sono ripagati da Dio con la stessa moneta. A questo punto infatti, come al solito a metà del settenario, Giovanni stesso ne spiega il senso:

« Allora udii l’angelo delle acque che diceva: « Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poiché così hai giudicato. Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni! » » (16:5-6).

Quanto all’Angelo delle Acque, negli scritti giudaici si trovano spesso Angeli, chiamati anche i Vigilanti perchè non dormono mai, preposti da Dio agli elementi naturali (pioggia, grandine, vento, fuoco, luce, moti degli astri…): in un’epoca in cui la scienza era indistinguibile dalla teologia, erano gli spiriti stessi i responsabili di tutti i fenomeni naturali.

34-coppadellira-274x300 dans Apocalisse It

34 – La quinta coppa, Apocalisse mozarabica conservata nella Biblioteca Reale di San Lorenzo, El Escorial

Altre tre coppe

La quarta coppa, versata sul sole, fa sì che essa incenerisca tutti i malvagi, forse alludendo alla terza (invasione di zanzare), alla quarta (invasione dei mosconi) e alla quinta piaga d’Egitto (moria del bestiame), tutti eventi legati a un’estate estremamente torrida e siccitosa:

« Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio » (16:8-9).

La quinta coppa colpisce direttamente l’Impero della Bestia: versata sul suo trono, lo sprofonda nelle tenebre, come nella nona piaga d’Egitto:

« Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d’Egitto, per tre giorni. Non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti vi era luce là dove abitavano » (10:22-23).

« Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni » (16:10-11).

Secondo alcuni, questa piaga che colpì il cuore stesso dell’Impero Romano sarebbe una sovrapposizione tra il secondo grande incendio di Roma, avvenuto sotto il principato di Tito nell’81 d.C., e l’immane eruzione del Vesuvio, che il 24 agosto del 79 d.C. (ma qualcuno pensa piuttosto al 25 ottobre) cancellò dalla faccia della Terra Pompei, Ercolano e Stabia: in entrambi i casi il calore (del fuoco e del magma) incenerì migliaia di persone, e il fumo nero si levò così alto da oscurare il sole.

Ma veniamo alla sesta coppa, che viene versata sull’Eufrate: il fiume si prosciuga e i popoli invasori possono fare irruzione nelle province orientali dell’Impero Romano. Si allude presumibilmente a un fatto storico ben preciso: essendo in secca il fiume che segnava i confini orientali dell’Impero, i Parti e gli Sciti poterono dilagare verso occidente:

« Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate, e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente » (16:12).

La reazione della Trinità Satanica è terribile: come dal Santuario nel Cielo sono usciti i Sette Angeli, così dalla bocca del Drago, della Bestia e del Falso Profeta escono tre spiriti immondi, evidentemente demoni che vogliono contrapporsi agli Spiriti del Cielo, che hanno curiosamente la forma di rane. Esse richiamano così la seconda piaga d’Egitto:

« Il Signore disse a Mosè: « Comanda ad Aronne: Stendi la mano con il tuo bastone sui fiumi, sui canali e sugli stagni e fa’ uscire le rane sul paese d’Egitto! » Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto » (Esodo 8:1-2)

« Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane: sono infatti spiriti di demoni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente » (16:13-14).

Da notare che la rana, analogamente ad altri animali che oggi noi consideriamo delle prelibate leccornie, era considerata impura dagli Ebrei osservanti, e quindi a buon diritto può incarnare uno spirito maligno:

« Fra gli animali che strisciano per terra riterrete immondi la talpa, il topo e ogni specie di lucertola, il toporagno, la rana, la tartaruga, la lumaca, il camaleonte » (Levitico 11:29-30).

Il versetto 15 appare come fuori contesto: «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne »

Probabilmente si tratta dell’inserzione di un copista che, davanti alla spaventevole visione dei tre spiriti maligni con corpo di rane, ha inserito qui l’ammonimento a vigilare sempre, temendo l’arrivo del Signore come si teme un guardone che ci spia dentro casa. Ma probabilmente a scatenare la reazione atterrita dell’ignoto copista contribuisce anche la famigerata parola che si trova nel versetto 16: « E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon »

Armageddon

Certamente è questa una delle parole più suggestive dell’intera Apocalisse, che ha dato il titolo anche ad un celebre film catastrofico del regista Michael Bay (1998), in cui la lotta era ingaggiata contro un meteorite gigantesco, intenzionato a distruggere la Terra.

Ma qual è il suo senso? « Har Meghiddohn » in ebraico (testimonianza quindi delle origini ebraiche dell’Autore dell’Apocalisse) significa « montagna di Megiddo », e Megiddo è una località della Galilea, posta nella piana di Esdrelon, alle falde del Monte Carmelo, riportata alla luce dagli archeologi.

Qui il 16 aprile 1457 a.C. (secondo altri nel 1479 a.C.) il faraone Tutmosi III combatté una battaglia decisiva che gli consentì di impadronirsi dell’intera Palestina, la prima della storia della quale abbiamo il resoconto completo, compilato dallo scriba del faraone. Ma, soprattutto, nel 609 a.C. vi si combatté la battaglia in cui, secondo 2 Re 23:29-30, trovò la morte il pio Giosia, ultimo grande re di Giuda, del quale abbiamo parlato nell’ipertesto dedicato ai Libri Storici della Bibbia.

Il contesto storico è il seguente. Nel 612 a.C. il re dei Medi Ciassare ed il re di Babilonia Nabupolassar espugnarono Ninive, capitale dell’impero assiro, e così il faraone volendo contrastare il dominio babilonese sulla Mesopotamia, che avrebbe minacciato anche l’Egitto, entrò in guerra contro di loro.

Per raggiungere la Mesopotamia doveva attraversare il regno di Giuda, ma Giosia gli sbarrò la strada con le sue truppe. Perché? Il re di Giuda, rimasto celebre per la sua riforma religiosa che eliminò dalla Giudea ogni traccia di paganesimo, non sapeva fare calcoli politici: per lui gli Assiri erano e restavano i nemici mortali che avevano raso al suolo Samaria e distrutto il Regno d’Israele, e così cercò di impedire a Necao di portare loro aiuto.

Naturalmente il povero Giosia venne travolto dalle armate egiziane e morì in battaglia proprio presso Megiddo, cosicché quel luogo divenne simbolo di sconfitta rovinosa per il Popolo di Dio, nonché di dolore e sofferenza per la perdita di un sovrano lodato da tutti quale era Giosia.

È anche possibile che il riferimento a Megiddo sia dovuto ad un evento molto più vicino nel tempo alla composizione dell’Apocalisse: sembra infatti che l’esercito romano si sia radunato proprio presso Megiddo nel 67 d.C., durante le manovre per schiacciare l’insurrezione giudaica.

Non è dunque incredibile che, individuando in questo suggestivo luogo il raduno degli eserciti del bene e del Male in vista della battaglia escatologica che prelude al Giudizio Finale, Giovanni abbia fatto riferimento a qualche evento del quale era stato testimone, o di cui aveva conosciuto dei testimoni oculari. Se è davvero così, appare corretta l’interpretazione secondo cui la settima coppa dell’ira di Dio si riferisce agli eventi che portarono alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Ecco il testo:

« Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: « È fatto! » Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra.

La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente.
Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine come una pioggia di talenti scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello » (16:17-21)

La descrizione è chiaramente iperbolica: ogni chicco di grandine pesa un talento cioè circa mezzo quintale; le isole affondano, i monti si sciolgono e un terremoto devasta ogni opera creata dall’uomo. Presumibilmente l’Autore ritorce su Roma, « la grande città », una versione amplificata e devastante della distruzione della Città Santa operata dalle truppe di Tito.

Anche allora la città venne praticamente rasa al suolo, come per effetto di un terremoto; il fatto che la distruzione di Babilonia/Roma avviene ad opera di cataclismi naturali indica che il regista della devastazione è il Signore, che fa bere all’Impero del male tutto il calice della propria ira fino all’ultima goccia.

Per restare nell’ambito del parallelo mosaico di cui si è parlato sopra, a Roma tocca la stessa sorte del Faraone, le cui truppe non furono spazzate via da un esercito nemico ma dalla furia del mare, solo che nell’Apocalisse la violenza contro i seguaci della Bestia è praticamente centuplicata.

Ma attenzione. Chi, come noi, ormai conosce lo stile colorito di San Giovanni, tutto intrecciato di rimandi biblici e di immagini tolte dalle altre apocalissi dei suoi tempi, è avvertito a non prendere alla lettera gli elementi della descrizione, come fanno certi protestanti o i Testimoni di Geova;

l’Autore non sta facendo una cronaca degli Ultimi Tempi così come un telecronista sportivo farebbe una cronaca di una partita di calcio. Più che perdersi nei particolari, talvolta oscuri ed enigmatici, del messaggio profetico, chi legge l’Apocalisse ai nostri giorni non deve mai perdere di vista l’insegnamento chiarissimo che risulta dalla pagina dal settenario delle coppe, che è questo: la superbia umana di un impero politico terreno, come quello di Roma pagana, mira invano ad instaurare un dominio duraturo, una statolatria usurpatrice dei fondamentali diritti del cittadino e del credente, che duri in eterno, come sognato da O’Brien, il « cattivo » del romanzo « 1984″ di George Orwell.

La giustizia divina, quando la misura sarà colma, colpirà infallibilmente, travolgendo anche l’Impero che gli uomini crederanno più saldo e immarcescibile!

Per assistere a quale fine farà secondo Giovanni la superbia delle potenze di questo mondo, cliccate qui sottoe passate alla pagina successiva.

(18)     http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/18-apocalisse-la-caduta-di-babilonia-la-grande-prostituta/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(18) Apocalisse: La caduta di Babilonia La grande prostituta

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:35

(18) Apocalisse: La caduta di Babilonia La grande prostituta dans Apocalisse It DragoAnticristo Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La caduta di Babilonia La grande prostituta, Il simbolismo della Bestia,

Ormai ci avviciniamo al culmine dell’Apocalisse, cioè quello che è stato conosciuto nei secoli come Giudizio Universale, ed è stato oggetto di innumerevoli rappresentazioni artistiche e letterarie. In quest’ambito i capitoli 17-19 dell’Apocalisse riprendono, come si è già accennato, il tema del giudizio di Dio su Babilonia/Roma. Essi non aggiungono sostanzialmente niente di nuovo ai temi già fin qui trattati da Giovanni ma, dal punto di vista artistico-letterario, costituiscono una delle sezioni più belle dell’ultimo libro della Bibbia.

Non è difficile comprendere perché Giovanni insista cosi a lungo sull’argomento; se ci portiamo alla sua epoca con un’ideale Macchina del Tempo, non ci sarà difficile renderci conto delle pietose condizioni in cui erano costretti a vivere i cristiani di allora, fatti oggetto di una persecuzione senza quartiere che spesso portava alla morte fisica, e che sempre e comunque portava alla morte civile, cioè all’esclusione dalla vita pubblica, dalle attività commerciali, dalle associazioni operaie, e quindi miseria, disprezzo, carcere ed esilio.

La persecuzione di Domiziano, tale da far impallidire quella di Nerone, faceva pensare che tra cristianesimo ed impero romano era impossibile un’intesa, in quanto mai la Chiesa avrebbe accettato di riconoscere all’Augusto dei titoli divini, e che quindi i cristiani, rei soltanto di essere tali, sarebbero stati il bersaglio del formidabile apparato statale romano fino alla loro completa estinzione.

Stando cosi le cose, non ci poteva essere una parola di più coraggiosa speranza che quella pronunciata da Giovanni in questa sezione:

« È caduta, è caduta Babilonia la grande! ».

Ed ecco dunque apparire sulla scena del libro una delle più impressionanti figure da esso tratteggiate: la « grande prostituta che siede presso le grandi acque » (17:1). Come si è già detto, infatti, la Bibbia di solito traduce il termine « idolatria » con l’espressione « prostituzione agli idoli »; senza contare il fatto che presso i cananei era diffusa la cosiddetta « prostituzione sacra ».

In altre parole, il fedele nel Tempio si accoppiava con una sacerdotessa, e ciò secondo le credenze del tempo equivaleva ad unirsi alla stessa dea: una pratica che la Bibbia condanna a più riprese e con la massima severità.

I profeti poi erano soliti designare con il termine di « prostituta » le grandi potenze del loro tempo, come Tiro, Ninive, Babilonia; e San Giovanni non fa certo eccezione a questa regola, applicando ovviamente il termine a Roma. Ecco dunque come egli tratteggia questa paurosa figura:

« L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione.

Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: « Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. » E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. » (17:3-6)

37-durerBabilonia-207x300 dans Apocalisse It

37 – Albrecht Dürer, La Grande Prostituta, xilografia

« Seduta sulle grandi acque »

si riferisce presumibilmente allo strapotere di Roma sul mar Mediterraneo, definito non a caso dai romani « Mare Nostrum ». « Porpora e scarlatto »sono segno di lusso e di grande splendore, perchè questi colori venivano tratti da una conchiglia chiamata murice, ed occorrevano migliaia di conchiglie per tingere di porpora una sola stoffa, il che rendeva questo colore molto costoso e pregiato, e quindi riservato ai ricchi, ai potenti e ai re.

Inoltre il manto scarlatto era una delle prerogative degli Imperatori Romani, passata poi agli imperatori bizantini; oggi se ne trova un residuo nel manto rosso dei Papi. La « coppa d’oro » è poi un tradizionale attributo di Babilonia, già presente in Geremia 51:7, e qui trasferito alla nuova Babilonia, Roma. « Ebbra del sangue dei santi e dei martiri » si riferisce alle persecuzioni di Nerone e di Domiziano, ed in questa espressione si riflette probabilmente la descrizione della persecuzione neroniana che ci ha lasciato Tacito nei suoi « Annali »:

«Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo.

Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole un gran numero di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne.

Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per sadismo di un solo uomo » (Annales XV, 44).

Tacito era noto per la sua astiosità nei confronti dei cristiani, come dimostrano le espressioni « pericolosa superstizione », « odio nei confronti del genere umano » ed « uomini che si meritavano l’estremo supplizio »: per un pagano del I secolo d.C., la convinzione che la fine del mondo ed il giudizio finale fossero vicini dovevano probabilmente apparire come avversione nei confronti dell’umanità ed odio nei confronti dell’ordine costituito. Eppure, nonostante questo, egli arriva a provare « compassione » per gli odiati cristiani; da buon repubblicano, egli manifesta la sua avversione verso Nerone sospettando che sia il suo « sadismo » l’unico vero motore della persecuzione.

Il simbolismo della Bestia

A questo punto, lo stesso angelo che guida Giovanni nelle sue visioni gli fornisce una spiegazione dettagliata della visione: forse una delucidazione richiesta dai suoi stessi discepoli.

« « La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà.

Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione.

Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia. Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli. »

Poi l’angelo mi disse: « Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. La donna che hai vista simboleggia la grande città, che regna su tutti i re della terra. » » (17:8-18).

Andiamo per ordine. Della bestia cavalcata dalla prostituta si racconta la morte, ma anche una strana risurrezione: « salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione ». Secondo alcuni si tratta di un riferimento alla crisi dinastica che colpì l’Impero Romano dopo il suicidio di Nerone: l’impero fu dilaniato dalle lotte intestine, le truppe stanziate nelle province elevarono alla dignità imperiale i propri comandanti, e in pochi mesi si susseguirono ben quattro imperatori: Servio Sulpicio Galba, Marco Salvio Otone, Aulo Vitellio Germanico e Tito Flavio Vespasiano, a cui si aggiunsero le ribellioni di Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, di Lucio Virginio Rufo, prefetto delle legioni della Germania superiore, e del prefetto del pretorio Ninfidio Sabino.

La potenza di Roma parve sul punto di disgregarsi, come narra Svetonio, ma l’elezione imperiale di Vespasiano, fondatore della dinastia Flavia, il 22 dicembre del 69 d.C., riportò l’ordine e spezzò le speranze di coloro che speravano davvero di assistere alla caduta di Roma.

Naturalmente, come si è già detto parlando del Dragone che insidiava la Donna Vestita di Sole, le sette teste rappresentano i sette colli su cui Roma è costruita (Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale), ma anche sette sovrani: « i primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco ».

Si pensa che i primi cinque, già morti, siano Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone; quello in vita sarebbe Vespasiano, e quello che rimarrà per poco sarà Tito, che effettivamente regnò solo per due anni. Ma c’è un ottavo re, identificato con la Bestia tornata in vita: probabilmente si tratta di Domiziano, ritenuto la reincarnazione della Bestia, cioè di Nerone (vedi il discorso intorno al numero 666), perchè ripeté le sue ben poco eroiche gesta scatenando la persecuzione contro i cristiani.

Naturalmente, essendo Domiziano regnante (e questo ci riporta al tempo di composizione dell’Apocalisse), Giovanni si guarda bene dal chiamarlo per nome, indicandolo tuttavia con una perifrasi che ai cristiani suoi contemporanei doveva apparire chiara come il sole.

Quanto alle dieci corna, qui sono identificate con dieci re vassalli di Roma che, alleandosi con la Bestia, riescono ad ottenere un successo effimero: essi regneranno tutti per un’ora soltanto, cioè per un tempo brevissimo. Forse Giovanni aveva in mente dei re specifici, perchè a quel tempo Roma aveva tutta una cintura di regni satelliti: l’Armenia, il Regno del Bosforo, il regno dei Nabatei nell’attuale Giordania, la Mauretania, e molti altri.

A noi non è più possibile rintracciare i nomi di questi vassalli, ma una cosa è certa: essi collaborarono alla persecuzione, scatenando una guerra senza tregua contro l’Agnello che è Cristo.

Naturalmente secondo Giovanni l’esito di questa battaglia è scontato perchè Dio non può che trionfare, essendo « il Signore dei signori ». Ma non solo: i re vassalli si rivolteranno contro la Prostituta, cioè contro Roma, e la annienteranno, mangiandone le carni, cioè spartendosi il bottino, e bruciandola con il fuoco, cioè mettendola a ferro e fuoco. Paradossalmente, questa profezia si è compiuta davvero quattro secoli più tardi, attraverso le invasioni barbariche, anche se l’impero era ormai già divenuto cristiano.

In ultimo si ribadisce una volta per tutte l’identità di questa donna: è « la grande città, che regna su tutti i re della terra », e dunque altri non può essere se non Roma, la potenza politica di turno, dopo l’Egitto, l’Assiria, Babilonia, la Persia e la Siria seleucide, che opprime il Popolo di Dio.

Per continuare, per saperne di più, cliccate qui sotto e passate con me alla pagina successiva.

 (19) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/19-apocalisse-la-grande-prostituta-tutti-gridano-in-coro/

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(19) Apocalisse: La grande prostituta, Tutti gridano in coro

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:08

(19) Apocalisse: La grande prostituta, Tutti gridano in coro dans Apocalisse It ApBabele

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La grande prostituta, Tutti gridano in coro, The Day After

Ed eccoci ora di fronte alla caduta di Babilonia/Roma, annunciata da un angelo che discende dal Cielo ed illumina tutta la Terra con il suo splendore (un’allusione forse agli Angeli che nella notte di Natale annunciarono ai pastori la nascita del Salvatore): La descrizione della fine della potenza romana è intessuta, come al solito, con parecchie citazioni veterotestamentarie, in particolare dai capitoli 14, 21, 47 di Isaia e dai capitoli 50 e 51 di Geremia.

« È caduta, è caduta Babilonia la grande, ed è diventata covo di demoni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato. » (18:2-3)

« Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia. Siedi a terra, senza trono, figlia dei Caldei, poiché non sarai più chiamata tenera e voluttuosa. Siedi in silenzio e scivola nell’ombra, figlia dei Caldei, perché non sarai più chiamata Signora di Regni. » (Isaia 47:1.5).

« Proclamatelo fra i popoli e fatelo sapere, non nascondetelo, dite: Babilonia è presa, Bel è coperto di confusione, è infranto Marduk: sono confusi i suoi idoli, sono sgomenti i suoi feticci. Poiché dal settentrione sale contro di essa un popolo che ridurrà la sua terra a un deserto, non vi abiterà più nessuno; uomini e animali fuggono, se ne vanno » (Geremia 50:2-3).

Da notare come Roma al tempo di Giovanni sia ancora ben salda e potentissima, ma l’Evangelista ne dà notizia come se la sua caduta fosse già avvenuta; per lui, infatti, Roma è ormai condannata per colpa dei suoi orribili peccati, e la sua caduta può essere solo procrastinata, ma non rimandata.

Da notare, per inciso, come a quel tempo esistessero quattro grandi imperi nel Vecchio Mondo: oltre a quello Romano c’erano l’Impero dei Parti nelle attuali Persia e Afghanistan, l’Impero Kushano in India e Asia centrale, e l’Impero Cinese degli Han.

Ora, al giorno d’oggi esistono tuttora Iran, India e Cina, e si tratta di quattro grandi nazioni, il cui ruolo non si limita più a quello di potenza regionale. Invece l’Impero Romano, caduto convenzionalmente nel 476, non si è mai più ricostituito nonostante gli sforzi in tal senso di Giustiniano, Carlo Magno, Ottone il Grande, Federico Barbarossa, Carlo V, Napoleone ed Hitler.

Un’eco della condanna definitiva pronunciata su Roma e sul suo impero dall’Angelo ammantato di luce del capitolo 18 dell’Apocalisse?

38-Babilonia_Angers-300x242 dans Apocalisse It

38 – La caduta di Babilonia, arazzi del castello di Angers (Anjou, Francia), XIV secolo

Si è detto che la descrizione del crollo di Babilonia assomiglia a un grandioso arazzo, e tale appare davvero osservando gli arazzi di Angers, capoluogo del dipartimento della Maine-et-Loire, in cui si trova uno dei celeberrimi Castelli della Loira.

Questo castello ospita proprio un importante ciclo di arazzi, una serie di sei pannelli con 69 soggetti eseguiti tra il 1373 e il 1382 da Nicolas Bataille per il duca Luigi I d’Angiò, ed interamente dedicati all’Apocalisse; qui sopra se ne vede un esempio tra i più eloquenti, che mostra proprio la caduta della Città degli Uomini.

Questa superpotenza del mondo antico, che sottomise tutte le millenarie civiltà del bacino del Mediterraneo e tentò a più riprese anche l’assalto al Medio Oriente, viene descritta al culmine della sua potenza, e subito dopo sprofondata nell’abisso e messa a ferro e fuoco:

« I suoi peccati si sono accumulati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità. Pagatela con la sua stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.

Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.

Poiché diceva in cuor suo: « Io seggo regina, vedova non sono e lutto non vedrò »; per questo, in un solo giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco, poiché potente Signore è Dio che l’ha condannata» (18:5-8).

Qui probabilmente è al lavoro la suggestione di quanto capitato al grande Impero Assiro quasi 700 anni prima: come annunciato dai profeti, esso passò in pochi anni dall’apogeo della propria potenza e della propria espansione territoriale, sotto Sennacherib, Assaraddon e Assurbanipal, al crollo fin dalle fondamenta, perchè non si trattava di una nazione coesa: i molti popoli assoggettati erano tenuti assieme solo dal terrore suscitato dai vincitori, che non esitavano a radere al suolo intere città, sterminandone o deportandone le popolazioni.

Questa costruzione artificiosa era destinata a rovinare alla prima seria sconfitta subita dagli Assiri, come accadde all’impero napoleonico dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812; dunque l’Autore dell’Apocalisse si dice convinto che la stessa cosa capiterà a Roma, che ha trattato i vinti allo stesso modo. Certamente è una visione lontana mille miglia dagli ottimistici versi di Virgilio:

« Tu regere imperio populos, Romane, memento
(hae tibi erunt artes): pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos » (Aen. VI, 851-53)
[Tu con l’imperio reggere le genti
devi, Romano, è l’arte tua: dettare
norme alla pace, esser clemente ai vinti
e debellare i popoli superbi] (trad. di Guido Vitali)

Contemporaneamente, si ribadisce la certezza che Domineddio è l’unico vero Signore della storia, non l’Augusto o il governatore di turno, e quindi Egli potrà spezzare l’arroganza del tiranno nonostante l’apparente inossidabilità del suo potere.

Tutti gridano in coro

Giova osservare come la rappresentazione della caduta di Babilonia è affidata a un coro di voci, esattamente come accadeva nel teatro antico, in cui al coro era affidato il racconto degli eventi salienti del contesto in cui si svolgeva l’azione dei protagonisti. Giovanni si rivela perciò anche buon conoscitore della cultura ellenistica dei suoi tempi, né c’è da stupirsene, visto che operò il suo ministero nell’Asia Proconsolare, cioè l’ex regno di Pergamo, che fu uno dei centri propulsori dell’Ellenismo.

Il coro è composto dalle voci di personaggi reali e fittizi, legati in qualche modo alla vicenda romana, sia sostenitori dell’Impero che avversari in attesa del suo castigo da parte della Divinità. Il tutto è aperto da una voce che scende dall’alto, quasi « fuori campo », tanto per continuare ad usare il linguaggio teatrale e cinematografico.

Essa si rivolge ai cristiani residenti in Roma, sulla scia di 1 Pietro 5:13, invitandoli ad abbandonarla prima che su di essa piombino i castighi divini. Su questo ammonimento pesa probabilmente la suggestione dell’invito lanciato dagli angeli a Lot affinché abbandoni Sodoma prima della catastrofe.

« Udii un’altra voce dal cielo: « Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli! » » (18:4)

« Morte, lutto, fame e fuoco » è ciò che l’angelo promette alla grande città. Questi flagelli richiamano in maniera inconfondibile quelli con cui i

Quattro Cavalieri dell’Apocalisse sono autorizzati a vessare il genere umano:

« Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra » (6:8).

Inoltre Giovanni fa sfoggio di immagini tolte come al solito dal repertorio profetico: Isaia 21, Isaia 47, Geremia 50-51 ed Ezechiele 26-28. Il concetto di Babilonia resa « vedova » dall’intervento del Signore è preso di peso da Isaia 49:7.

Udiamo poi le voci lamentose dei costernati ammiratori della potenza romana, cioè i re vassalli, i mercanti e i naviganti che si sono arricchiti con il bottino rastrellato dalle legioni. Logicamente il coro viene aperto dalla voce degli

alleati dell’impero:

« I re della terra che si sono prostituiti e hanno vissuto nel fasto con essa, piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio, tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti, e diranno: « Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna! » (18:9-10).

Questi re indicano evidentemente il potere politico, che imita in tutto le infedeltà di Roma /Babilonia. Continuano il lamentoso coro i mercanti, indicati con il termine greco « emporoi », che solitamente designa i commercianti all’ingrosso e gli importatori di merci molto richieste; anch’essi sono presentati in una luce molto negativa, perchè sono stati gli strumenti della prosperità di Babilonia, e quindi della sua corruzione, traendo volentieri profitto dalla rapacità e dall’ingordigia dei maggiorenti della città:

« Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci: carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamomo, amomo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane (…) I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno: « Guai, guai, immensa città, tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle! In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza! » » (18:11-13.15-17).

La lista delle merci elencate in questo passo è composta non a caso per lo più da articoli di lusso, che Roma era solita importare dalle varie province dell’impero e dalle regioni più lontane, fino alle remote e misteriose Indie. Il cinnamomo è la cannella (nome scientifico Cinnamomum zeylanicum), nativa dello Sri Lanka e costosissima per via del lungo viaggio necessario per l’importazione di questa spezia.

L’amomo o zenzero del Malabar (Zingiber officinale) è una pianta aromatica dell’India sudorientale da cui si ricavava un unguento molto usato per i capelli. Con il termine « profumi » (in greco thymiamata) si indicavano in generale essenze come l’incenso, ricavato in Arabia dalla Boswellia sacra, atte ad essere accese per purificare l’aria (siccome è usato tipicamente nei templi, i Re Magi lo portano in dono a Gesù bambino come simbolo della sua divinità).

La mirra è una gommaresina aromatica, estratta dalla Commiphora myrrha, diffusa in Somalia, Etiopia, Sudan e penisola arabica. Già conosciuta nell’antico Egitto, dove era utilizzata nell’imbalsamazione, veniva usata anche come profumo, e come tale è citata sette volte nel Cantico dei Cantici; anch’essa fu portata in dono dai Re Magi al Bambino Gesù, come simbolo della sua sofferenza e della sua morte per l’espiazione dei peccati del mondo.

Il bisso è una specie di seta naturale marina, ottenuta da un filamento secreto dal mollusco Pinna nobilis, la cui lavorazione era molto diffusa nell’area mediterranea; dal bisso si ricavavano pregiati e costosi tessuti con i quali si confezionavano, nell’antichità, gli abiti dei personaggi più altolocati. Dello scarlatto e della porpora si è detto già sopra.

Il triplice coro di lamenti, che ricorda le prefiche care alla tradizione antica, si chiude con i naviganti che facevano affari d’oro trasportando le merci destinate a Babilonia/Roma, e che ora si gettano sul capo manciate di polvere in segno di lutto, e riconoscono che Dio sta rendendo giustizia alle vittime delle persecuzioni scatenate dall’immensa città: la caduta della città peccatrice segna infatti la fine delle loro fortune.

« Tutti i comandanti di navi e l’intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza, e gridano guardando il fumo del suo incendio: « Quale città fu mai somigliante all’immensa città? » Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono: « Guai, guai, immensa città, del cui lusso arricchirono quanti avevano navi sul mare! In un’ora sola fu ridotta a un deserto! » (18:17-19).

La successiva voce è quella di un nuovo Angelo che, con un gesto quasi michelangiolesco, raffigura simbolicamente la caduta della città, sollevando un enorme masso e scagliandolo nel mare, quasi volesse ripetere la caduta dell’astro Assenzio, per pronunciare poi la condanna definitiva sulla superba metropoli:

« Con la stessa violenza sarà precipitata Babilonia, la grande città, e più non riapparirà. La voce degli arpisti e dei musici, dei flautisti e dei suonatori di tromba, non si udrà più in te; ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; e la voce della mola non si udrà più in te; e la luce della lampada non brillerà più in te; e voce di sposo e di sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra; perché tutte le nazioni dalle tue malie furono sedotte. In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi, e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra » (18:21-24).

Le espressioni usate per costruire questa sorta di « Dies Irae » sono quelle adoperate dai profeti, in particolar modo da Geremia ed Ezechiele, per descrivere il giudizio divino su Gerusalemme e su altre potenze del loro tempo, ma Giovanni è bravissimo ad attualizzarle e trasportarle ai propri giorni. Ecco in proposito il commento del grande teologo Ugo Vanni:

« Babilonia la Grande, la Prostituta (17:1) è una concentrazione di tutto il male. Essa cavalca un mostro vestito di scarlatto (17:3): si tratta della città secolarizzata, nel senso più radicale del termine. È sorretta, questa città mostruosamente consumistica, da uno Stato, il mostro scarlatto, che si fa adorare, cioè pretende di essere al di sopra di tutto e si sente al di sopra di tutto. Alla distruzione della « Grande Prostituta » farà riscontro il trionfo della Città-Sposa, la Gerusalemme Celeste»

The After Day

In netto contrasto con il lamento intonato sulla terra dai signorotti e dai trafficanti di merci preziose, si passa ora al canto di gioia ed alla liturgia celeste in onore della giustizia divina: il coro degli eletti intona un inno che celebra il crollo della Città del Male, madre di ogni oppressione e di ogni idrolatria. Sconvolgente in particolare è la visione del fumo dell’incendio della perversa Babilonia, che sale in eterno verso il cielo quale monito per tutte le genti, e ci ricorda da vicino l’analoga sorte toccata a Sodoma nel libro della Genesi:

« Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle, e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace » (Genesi 19:27-28)

«Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio; perché veri e giusti sono i Suoi giudizi, Egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi! Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli! » (19:1-3).

Tuttavia questa visione ci richiama alla mente anche un « fumo » molto più attuale: gli spettrali funghi atomici che si levano al cielo dopo l’esplosione di ordigni nucleari nell’atmosfera. Per questo ho inserito qui sopra una sequenza del celebre film

« The Day After » (1983) di Nicholas Meyer, che mostra i devastanti effetti sulla popolazione e sulle infrastrutture di Kansas City di una guerra nucleare tra USA ed URSS, scatenata in seguito al degenerare della contesa sulla città di Berlino.

Una situazione che, secondo molti analisti, poteva verificarsi sul serio; in questo caso la Babilonia di Giovanni viene ad identificarsi con la nostra superba civiltà tecnologica, che veramente « in un’ora sola » verrebbe spazzata via dagli ordigni atomici, asseverando l’affermazione di Albert Einstein:

« Io non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta si combatterà con asce e frecce »!!

Non è certo un caso se è stato battezzato « Orologio dell’Apocalisse » (Doomsday Clock) un orologio simbolico ideato dagli studiosi del « Bulletin of the Atomic Scientists » dell’Università di Chicago nel 1947: la mezzanotte di tale orologio indica la fine del mondo, causata nel nostro caso da una guerra atomica. Al momento della sua invenzione, l’orologio è stato impostato sette minuti prima della mezzanotte, e la lancetta dei minuti è stata ripetutamente spostata avanti o indietro, durante la guerra fredda, a seconda dello stato delle politiche mondiali e del pericolo nucleare.

Tra il 1953 e il 1960 l’orologio è giunto a soli due minuti dalla mezzanotte, quando in tutto il mondo si diffuse la psicosi da conflitto nucleare, ed anche il gruppo heavy metal « Iron Maiden » incise un brano intitolato « 2 Minutes to Midnight », un chiaro riferimento al rischio che gli incubi di San Giovanni diventassero realtà; nel 2010 l’Orologio dell’Apocalisse si trova alle 23.54.

Certamente il rischio della mutua distruzione ha finora impedito il compiersi della profezia su Babilonia nel nostro XXI secolo, ma in un’epoca di terrorismi come la nostra la guardia deve sempre rimanere alta, pur confidando nella verità delle parole cantate dalla folla celeste: « gloria e potenza sono del nostro Dio; perché veri e giusti sono i Suoi giudizi »!

Ma ecco che, proprio in mezzo alla visione di tante distruzioni e rovine, quali sono illustrate nel filmato soprastante, ritorna sulla scena il protagonista assoluto di tutta l’Apocalisse e di tutto il Nuovo Testamento.

Per saperne di più, cliccate qui sotto e passate con me alla pagina successiva.

(20) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/20-apocalisse-il-giudizio-universale-il-verbo-invincibile/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(20) Apocalisse: Il Giudizio Universale, Il Verbo Invincibile,

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 13:12

(20) Apocalisse: Il Giudizio Universale, Il Verbo Invincibile, dans Apocalisse It 40-Firenze_GU-300x238

40 – Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (1260-70), Battistero di San Giovanni, Firenze

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Amen, Alleluia! La disfatta e la condanna delle due Bestie

Nel capitolo 19 dell’Apocalisse ritroviamo i ventiquattro vegliardi, i quattro esseri viventi e l’Assemblea dei Santi che abbiamo già incontrato nella descrizione della Corte Celeste, nel capitolo 4; ed allora non possiamo che ritrovare anche il protagonista del libro, cioè l’Agnello, del quale si celebrano con inni le mistiche Nozze con la Chiesa Sua sposa:

« Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: « Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente. » La veste di lino sono le opere giuste dei santi. » (19,6-8).

Queste nozze rappresentano l’instaurarsi definitivo del Regno di Dio, che subentra all’impero terreno di Roma/Babilonia, e il compimento ultimo e definitivo dell’Alleanza tra Dio e l’Umanità. La sposa, cioè la Chiesa, è abbigliata con una veste di lino splendente, analoga a quella dei centoquarantaquattromila di Ap 7,4, che rappresenta le opere giuste compiute dai Santi, come specifica un versetto che probabilmente rappresenta l’interpolazione di un copista zelante, desideroso di rendere esplicito quel simbolo per lui così importante.

Il simbolismo nuziale, poi, ricorre spessissimo nella Bibbia, per esprimere il legame tutto particolare che si instaura tra Dio ed il suo popolo, Israele. JHWH si presenta in genere come lo Sposo, e Israele come la Sposa: un ruolo che qui è attribuito naturalmente alla Chiesa di Cristo. Le fonti sono Isaia 54:5-6, Osea 2:16-18 e, naturalmente, il Cantico dei Cantici.

Subito Giovanni si prostra davanti all’Angelo, che abbiamo già incontrato in 17:1 e che ritroveremo in 21:9-15, ma questi lo ammonisce e lo invita a non farlo. Questo fatto è analogo al dialogo tra l’Angelo e Manoach, padre di Sansone, nel capitolo 13 del Libro dei Giudici:

« Manoach disse all’angelo del Signore: « Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto! » L’angelo del Signore rispose a Manoach: « Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore. » » (Giudici 13:15-16).

« Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: « Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare. » La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia » (19:10).

In questi passi si trova l’esplicita dichiarazione che gli Angeli sono creature di Dio, non déi essi stessi. Se ciò appare indispensabile da ricordare in un momento storico in cui Israele è l’unico popolo monoteista in mezzo a milioni di abitanti del Medio Oriente tutti politeisti o al più enoteisti, questo richiamo nell’Apocalisse probabilmente evoca la polemica contro il culto delle potenze celesti, già condannato da San Paolo nella Lettera ai Colossesi:

« Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli… » (Colossesi 2:18) e il Primato di Cristo su tutte le gerarchie angeliche, come sottolinea la Lettera agli Ebrei, in realtà un’omelia della fine del I secolo, di poco posteriore all’Apocalisse (essa rappresenta dunque l’ultimo libro in ordine cronologico del Nuovo Testamento):

« Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo futuro, del quale parliamo. Anzi, qualcuno in un passo ha testimoniato: « Che cos’è l’uomo perché ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu te ne curi? Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi. » Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso » (Ebrei 2:5-8).

Troviamo qui, mescolati al testo greco dell’Apocalisse, due termini ebraici: « Amen » e « Alleluia » (19:4), che ritornano con grande frequenza nell’Apocalisse, e che la liturgia e le preghiere hanno conservato fino al giorno d’oggi. « Amen » deriva dalla radice ebraica « aman », che indica la certezza, la solidità, l’immutabilità: non è un caso se da essa derivano anche i termini emuna, « fede », ed emet, « fedeltà ». Per questo Cristo nell’Apocalisse viene chiamato « l’Amen » (3:14) e « il fedele » (19:11). Invece « alleluia » deriva dal verbo ebraico halal, « lodare », e da Jah, abbreviazione del nome divino JHWH, e significa « lodate JHWH »: si tratta di un’acclamazione di gioia e di lode molto frequente nei Salmi.

Il Verbo Invincibile

Ed ecco il protagonista apparire sulla scena in una serie di meravigliosi affreschi, uno più grandioso dell’altro, che hanno ispirato artisti di ogni tempo. Si tratta sempre di visioni, come sottolinea lo stesso Giovanni ripetendo tre volte il verbo « vidi », nei versetti 11, 17 e 19.

Nella prima domina un cavaliere su un cavallo bianco; il nome di chi lo cavalca è Fedele e Veritiero, che come si è visto sono traduzioni dell’ebraico « aman », da cui « Amen »:

« Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio.

Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori. » (19:11-16).

Qui ritroviamo una sintesi di molti dei simboli già incontrati nell’Apocalisse: i suoi occhi sono come fiamma di fuoco, veste di bianco e dalla bocca gli esce una spada affilata, esattamente come il Primo, l’Ultimo e il Vivente apparso a Giovanni nella visione inaugurale dell’Apocalisse, quindi è evidente che si tratta della stessa persona. Egli reca i simboli della Passione (il mantello insanguinato), ma anche della sua regalità eterna: ha in capo infatti molti diademi, confermando il titolo di Re dei Re, ma anche in chiara opposizione ai diademi portati in capo dalle varie Bestie da noi incontrate durante la nostra lettura ragionata dell’Apocalisse, a partire e dalla Bestia del Mare. dal Dragone Rosso

Il nome che nessuno conosce se non lui solo richiama l’impronunciabile nome di Dio, e quindi la Divinità del cavaliere; infine, per togliere ogni dubbio, viene specificato un altro suo nome: il Verbo di Dio. Forse quest’ultima è l’aggiunta di un discepolo per sgombrare ogni dubbio circa il fatto che questo cavaliere sia Cristo, ricollegandosi direttamente al Prologo del Vangelo di Giovanni.

Egli è l’artefice del Giudizio di Dio, raffigurato come una vendemmia, così come era già stato fatto in 14:19-20, ed appare a noi circondato dal corteo dei Suoi angeli e dei Suoi santi: una raffigurazione, come si vede qui sopra, molto diffusa nelle chiese di ogni tempo e di ogni stile (con termine greco il Cristo viene definto Pantocrator, cioè « Colui che tutto domina »).

Questa è l’ultima delle descrizioni simboliche della persona di Cristo che incontriamo nell’Apocalisse. Riepiloghiamo le principali. Egli è visto:

Come Figlio dell’Uomo e Pastore della sua Chiesa (1:9-20);

Come Agnello immolato che prende posto sul trono di Dio ed assume la direzione della storia e dello svolgersi del piano provvidenziale su di essa (4:1-5:14);

Come appartenente al genere umano,  nato da Dio per la chiesa,  annunziatoci sin dell’Antico Testamento, per penare nella sua Passione e Morte sotto le minacce di Satana (12:1-6);

ricinto di maestà divina con i suoi eletti sul monte Sion (14:1-5);

come sposo della Chiesa (19:4-8).

Tra queste visioni e impossibile scegliere quale sia la più bella; tutte contengono diverse sfaccettature della nostra fede nella persona di Gesù Cristo Vero Dio e Vero Uomo, ma l’ultima è l’unica in cui il Redentore è chiamato con il nome assegnatogli dal Prologo del Vangelo di Giovanni, come se la sinfonia apocalittica in un continuo crescendo avesse qui raggiunto il suo culmine più alto e definitivo.

La disfatta e la condanna delle due Bestie

Ed ecco aprirsi ai nostri occhi un’altra scena di straordinaria potenza, che evoca gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina: « Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: « Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi. » Vidi allora la Bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.

Ma la Bestia fu catturata, e con essa il Falso Profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della Bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni » (19:17-21).

Lo scontro escatologico tra Cristo e la Bestia-Satana è solo evocato, non narrato, attraverso l’affrontarsi dei due titanici personaggi, la cattura della Bestia e del Falso Profeta (cioè la Bestia della Terra) ed il loro sommergimento nello stagno di zolfo e fuoco, da noi

Come e facile capire, questa simbolica descrizione non indica più UN giudizio di Dio che sopravviene durante il corso della storia, bensì IL supremo giudizio di Dio al termine della storia stessa: lo «stagno di fuoco e di zolfo » indica infatti la dannazione eterna dell’Inferno, e da questo stagno non si torna mai più alla ribalta della vita e della storia. 

Può fare un po’ di meraviglia che Giovanni parli della condanna eterna a proposito di due personaggi fantastici e simbolici come sono le due Bestie, ma ogni perplessità sparirà appena si penserà a quanto abbiamo imparato sinora circa il simbolismo giovanneo. Quei due personaggi sono simbolici, ma incarnano persone in carne ed ossa, vale a dire tutti i tiranni, i dittatori, i potenti della storia che hanno vissuto unicamente per il proprio egoismo e per la propria grandezza terrena, magari formalmente facendo sfoggio di pratica religiosa, ma in realtà disprezzando bellamente la Parola di Dio e i dettami della propria coscienza.

La loro sorte (battaglia perduta e condanna eterna) è ben rappresentata dal destino delle due immaginarie Bestie che li rappresentano tutti nelle loro astratte ma vivide figure. Da notare come la Bestia del Mare, simbolo di ogni potenza politica ostile a Cristo ed alla sua Chiesa, si è espressa, al tempo di San Giovanni, nell’impero della Roma pagana; ma essa non si identifica con Roma. Dopo la fine dell’impero romano, infatti, quella Bestia politica continuerà ad esprimersi attraverso altri imperi ed altre superpotenze, fino al termine della storia.

Lo dimostra il fatto che il giudizio di Dio sulla Roma pagana è ben distinto e separato da quello sulla Bestia del Mare, come quest’ultimo è separato da quello che riguarda il Dragone-Satana. Inoltre, ad eseguire la condanna della Roma pagana sono i sette Angeli di cui si è parlato in quel che precede, mentre ad eseguire quella della Bestia del Mare è Gesù Cristo in persona, poiché, come si è detto, la Bestia del Mare rappresenta, nella scimmiottatura diabolica della Trinità, il rovescio speculare del Verbo di Dio. Tutti i conti tornano!

A questo proposito, probabilmente vi sarete già resi conto del fatto che tutte le immagini diaboliche descritte nell’Apocalisse, ipostasi di tutte le malvagità e tutte le perversioni di questo mondo e dell’altro, vengono giudicate e scompaiono dalla scena in ordine inverso a quello della loro comparsa. L’ordine di comparsa e stato, come si ricorderà, il seguente: il Dragone-Satana, le due Bestie, Babilonia/Roma.

L’ordine del loro giudizio e della loro condanna è invece il seguente: Babilonia/Roma, le due Bestie, il Dragone-Satana. Perciò è logico aspettarci, dopo la liquidazione delle due Bestie, quello del Dragone, di cui le Bestie erano come l’emanazione e lo strumento nella lotta contro Gesù Cristo e contro la Chiesa cristiana (analogamente agli Angeli, emanazione di Dio). Ed infatti, subito dopo il giudizio della Bestia e del Falso Profeta, ecco arrivare quello di Satana in persona.

41-diesiraeBeever-300x233 dans Apocalisse It

41 – Dies Irae, spettacolare dipinto su fondo stradale dell’inglese Julian Beever

Per continuare ti è proposto, di cliccare quis otto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(21) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/21-apocalisse-il-regno-dei-mille-anni-gog-e-magog/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(21) Apocalisse: Il Regno dei Mille Anni, Gog e Magog

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 11:21

(21) Apocalisse: Il Regno dei Mille Anni, Gog e Magog dans Apocalisse It 13-durerquattrocavalieri-209x300

 Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La sconfitta del Nemico

Se questa pagina dell’Apocalisse contenesse soltanto la descrizione della disfatta e della maledizione eterna del Dragone, non presenterebbe difficoltà di sorta a noi lettori. Invece, il capitolo 20 del libro è probabilmente il più difficile di tutti, come ora vedremo, a causa del mistero dei Mille Anni che esso contiene. Anzitutto, ricorre ancora per tre volte (20:1.4.11) il verbo « vidi » com’era accaduto nel capitolo precedente, segno del fatto che davanti agli occhi ci si presenta un nuovo trittico simbolico. Ed ecco la prima visione:

« Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il Dragone, il Serpente antico, cioè il diavolo, Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo.

Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la Bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione.
Beati e Santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni » (20:1-6).

La « chiave dall’Abisso » qui citata richiama la «chiave del pozzo dell’Abisso » che è stata data alla stella Assenzio in Ap 9:1. La chiave è un simbolo del potere decisionale: nella Bibbia, possedere la chiave di qualcosa significa esserne il padrone, come testimonia questo passo di Isaia: « Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire » (Isaia 22:22) (all’epoca le chiavi erano grossi bastoni di legno e venivano portate appoggiate alla spalla, come un fucile o un’accetta) e questo notissimo passo evangelico:

« E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. » (Matteo 16:18-19).

Del resto, già al principio dell’Apocalisse il Primo, l’Ultimo e il Viventeaveva detto a Giovanni: « Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi » (Ap 1:18)

Come si vede, Cristo solo può disporre dell’Abisso, evidentemente inteso come luogo di castigo perenne; in altre parole, Lui solo possiede il supremo Potere Giudiziario sul genere umano. Il Drago, che qui è identificato con il Serpente dell’Eden e con il supremo Avversario di Dio (forse la precisazione è del solito copista scrupoloso, che non voleva malintesi), viene incatenato per mille anni.

Il Regno dei Mille Anni

Questa cifra, forse la più misteriosa di tutta l’Apocalisse, ha dato adito, in venti secoli di esegesi, alle interpretazioni più svariate. Fin dalla più remota antichità cristiana questo testo venne interpretato alla lettera, dando vita alla cosiddetta eresia millenarista o chiliasta (dal greco chilioi, « mille »), da sempre condannata dalla Chiesa Cattolica: secondo i suoi adepti, prima della fine della storia umana si instaurerà sulla Terra un regno di Cristo della durata di mille anni, senza che il diavolo possa più infierire contro di esso, come ha fatto nei secoli precedenti.

Per questo è nata la tradizione del « mille e non più mille! », secondo cui il compiersi del primo millennio cristiano avrebbe visto il ritorno di Cristo sulla Terra. L’opinione secondo cui l’intera popolazione europea il 31 dicembre 999 era sconvolta dal terrore è niente più che una leggenda: i millenaristi furono sempre un’esigua minoranza all’interno della cristianità e, se ebbero una certa eco, è solo perchè i loro predicatori gridavano forte i propri slogan nelle piazze (si sa che chi urla più forte viene sempre creduto), e perchè la mente umana si è sempre fatta suggestionare dai numeri tondi come i multipli di 1000.

In realtà il 1 gennaio dell’anno mille la vita continuò come prima, senza sorprese né delusioni; ma i chiliasti trovarono subito una risposta a chi li derideva tacciandoli di aver sbagliato i calcoli, poiché affermarono che i mille anni non andavano contati dalla nascita di Cristo, bensì da altri eventi, a partire dalla Sua morte e resurrezione. Ovviamente anche il 1033 è passato senza troppi scossoni, ma i millenaristi non hanno mai gettato la spugna, ed infatti nel già citato « Nome della Rosa » di Umberto Eco ne compare uno che annuncia la fine del mondo per il millesimo anniversario della presunta « donazione di Costantino », cioè proprio per il 1327 in cui il romanzo è ambientato.

Ancora negli anni recenti si sentiva ripetere « duemila e non più duemila! », ed infatti alcuni hanno esultato alla notizia dell’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, speranzosi circa il fatto che le trombe dell’Apocalisse stessero per suonare. Ma il Cielo ha rimandato tutto un’altra volta a data da destinarsi.

Così come sono andate frustrate finora tutte le previsioni dei Testimoni di Geova, eredi in certo qual modo del chiliasmo medioevale, i quali da un secolo a questa parte ormai fissano presunte date « certe » della fine del mondo, salvo far sparire ogni traccia delle previsioni sballate appena quella data è trascorsa. A tutti questi adoratori del numero mille bisogna rammentare le significative parole di Cristo:

« Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli Angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre » (Marco 13:31-32)Sicuramente 1000 è un altro numero simbolico, come 666 e 144000 anzi, da questo punto di vista è il più facile da riconoscere, essendo la terza potenza di 10, e sia 10 che 3 sono considerati numeri perfetti. Si tratta dunque di un tempo, compiuto, perfetto, assolutamente completo: è presumibile che in questa cifra Giovanni intenda racchiudere la vita stessa della Chiesa Militante, cioè la storia terrena della comunità rinnovata dalla Pasqua di Cristo, che avrà sempre la vittoria sul peccato e sulle forze del Male.

Un altro grosso problema presentato da questo capitolo 20 è il concetto di Prima Risurrezione. Secondo la maggior parte dei commentatori, quest’ultima va intesa come il Battesimo, ovvero come la Vita nuova ricevuta da Cristo, che comporta il vivere e il regnare con Lui. Su questa vita ha potere la « prima morte« , cioè quella corporale, ma non la « seconda morte« , quella spirituale, vale a dire la condanna eterna e la privazione della gioia della comunione con Dio.

A questo passo si è ispirato certamente San Francesco d’Assisi (1182-1226), in questo celebre passo del suo Cantico delle Creature:

« Laudato sì, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male. »

ApoArmagedon dans Apocalisse It

Gog e Magog

Il versetto 20:7 indica invece la fine del tempo storico della Chiesa, e l’inizio del racconto degli Ultimi Tempi con lo scontro finale tra Bene e Male:

« Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli. » (20:7-10).

Lo scontro escatologico, il « Crepuscolo degli Dei » per dirla con la mitologia scandinava, è narrato in poche ma efficaci battute, simili a colpi di scalpello di un genio della scultura contro un blocco di marmo. Per illustrarlo, Giovanni utilizza immagini tolte dal capitoli 38 del profeta Ezechiele, in cui si parla di una coalizione immensa di popoli che muoverà guerra all’indifeso popolo d’Israele:

« Mi fu rivolta questa parola del Signore: « Figlio dell’uomo, volgiti verso Gog nel paese di Magog, principe capo di Mesech e Tubal, e profetizza contro di lui. Annunzierai: Dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe capo di Mesech e Tubal, io ti aggirerò, ti metterò ganci alle mascelle e ti farò uscire con tutto il tuo esercito, cavalli e cavalieri tutti ben equipaggiati, truppa immensa con scudi grandi e piccoli, e tutti muniti di spada. La Persia, l’Etiopia e Put sono con loro, tutti con scudi ed elmi. Gomer e tutte le sue schiere, la gente di Togarma, le estreme regioni del settentrione e tutte le loro forze, popoli numerosi sono con te. (…)

 In quel giorno, quando il mio popolo Israele dimorerà del tutto sicuro, tu ti leverai, verrai dalla tua dimora, dagli estremi confini del settentrione, tu e i popoli numerosi che sono con te, tutti su cavalli, una turba grande, un esercito potente. Verrai contro il mio popolo Israele, come un nembo per coprire la terra. Sul finire dei giorni io ti manderò sulla mia terra perché le genti mi conoscano quando per mezzo tuo, o Gog, manifesterò la mia santità davanti ai loro occhi » (Ezechiele 38:1-6.14-16).

Come si vede, anche in questa pagina ricorrono accoppiati i nomi di due personaggi, Gog e Magog, che nei secoli suggestionarono i credenti, spinti ad identificarli di volta in volta con Alarico, Attila, Alboino, Gengis Khan, i Turchi Ottomani, Stalin, insomma genericamente con possenti nemici di Cristo e della Chiesa, che arrivano armati fino ai denti dal cuore dell’Asia. Ma chi erano costoro?

Il termine Magog è citato per la prima volta nel capitolo 10 del libro della Genesi, nella cosiddetta Tavola delle Genti, per la quale rimando al mio Ipertesto su Genesi 1-11. Tale capitolo elenca tutti i popoli conosciuti dall’autore biblico del VI secolo a.C., identificandoli con i loro fondatori eponimi, figli o nipoti dei tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet. Gog non è citato nella Tavola, ma Magog sì, tra i figli di Jafet, insieme a Mesech, Tubal, Gomer e al figlio di questi Togarma: « I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. I figli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. » (Genesi 10:2-3).

Siccome ogni nome della Tavola corrisponde ad un popolo dell’antichità, è ovvio che questo deve valere anche per il nostro Magog. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si tratti di un popolo chiamato Sahi, stanziato a ovest dell’Armenia, noto ai Greci con il nome di Saci: si tratta infatti di una popolazione affine agli Sciti, i cui principi portavano spesso il nome di Gag (Gagu nelle iscrizioni assire). Mat-Gagu in assiro significherebbe « Paese di Gagu », dal quale si spiegherebbe in una volta sola sia il significato di Gog che quello di Magog.

Le cronache assire fanno esplicito riferimento anche a Mesech e a Tubal, indicando questi due popoli indoeuropei con il nome di Mushki e Tabal: come i Germani per l’Impero Romano, entrambi rappresentavano una continua minaccia per l’Impero Assiro, che spese parecchie energie per scacciarli fuori dai propri domini, e addirittura per inseguirli fin sulle coste del Mar Nero. I regni di Frigia e di Cilicia in Asia Minore sono stati probabilmente fondati da loro, ma la loro patria originaria, come per tutti gli indoeuropei, va ricercata oltre il Caucaso.

Pertanto non è del tutto azzardato identificare la regione di Magog con le steppe russe ed ucraine: non a caso Ezechiele 38:15 colloca la loro patria negli « estremi confini del settentrione ». Quanto agli altri popoli che compongono questa coalizione sciagurata e diabolica, Gomer va identificato con i Cimmeri, popolo proveniente da oltre il Caucaso menzionato nelle cronache assire con il nome di Gimirrai, che nel VII secolo a.C. invase l’Asia Minore, annientando il regno frigio dei Mushki. Togarma, altro alleato di Gog, è poi presente come Tilgarimmu nelle iscrizioni assire e Tegarama in quelle ittite, ed andrebbe identificato con gli antenati degli Armeni.

Dell’orda intravista da Ezechiele poi fanno parte tutti i popoli più remoti, e quindi considerati feroci, mostruosi ed assetati di sangue e di bottino, tra cui i persiani, gli etiopi ed addirittura gli abitanti di Put, nome che gli antichi egizi davano al Corno d’Africa, estremo avamposto verso sud raggiunto dalle navi faraoniche. In ogni caso, la lista di Ezechiele, poi condensata da Giovanni nei soli nomi di Gog e Magog, intende indicare tutte le grandi potenze pagane e nemiche del popolo di Dio, che si daranno convegno per cercare di impedire la vittoria dell’Agnello, un po’ come una micidiale coalizione composta da Ramses II, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Gengis Khan, Napoleone e Hitler!!

Secondo alcuni studiosi, tuttavia, in Gog sarebbe da identificare Gige, re di Lidia tra il 716 e il 678 a.C. e fondatore della dinastia dei Mermnadi. Secondo la leggenda, egli possedeva un anello donatogli da Zeus, che gli consentiva di diventare invisibile. Egli spostò la capitale lida a Sardi, che guarda caso era una delle Sette Chiese d’Asia, e ciò contribuisce all’identificazione.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(22) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/22-apocalisse-il-giudizio-finale-lultima-battaglia/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(22) Apocalisse: Il Giudizio Finale, L’Ultima Battaglia 29 novembre, 2011

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 23:40

(22) Apocalisse: Il Giudizio Finale, L'Ultima Battaglia dans Apocalisse It Apocalypse07

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Naturalmente, nonostante le micidiali armi messe in campo da questa congrega di tiranni, l’esito della lotta è scontato: il fuoco divino, analogo a quello di Sodoma e Gomorra, li consuma e li annienta. Anche gli apostoli Giacomo e Giovanni, di fronte al rifiuto da parte dei Samaritani di accogliere Gesù, rispondono domandando: « Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? » (Luca 9:54). « Ma Gesù si voltò e li rimproverò ».

Infatti, come insegna la parabola della zizzania (Matteo 13:24-30), non bisogna cercare di annientare il Male che alberga nella storia attraverso armi fantascientifiche di distruzione di massa, altrimenti si colpiranno anche i buoni. Lapidaria è la conclusione della parabola: « Lasciate che [il buon grano e la zizzania] crescano insieme fino alla mietitura, e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio » (Matteo 24:30).

Si tratta di un evidente annuncio di quello che ora Giovanni sta descrivendo nel suo Libro: il tempo della mietitura è venuto, ora la zizzania sarà separata dal buon grano. E così si apre la terza scena grandiosa di questo capitolo: « Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.

Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.

Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco. » (Apocalisse 20:11-15).

Questa scena è stata rappresentata mille volte nella storia dell’arte, senza mai dimenticare il

« libro della vita » che abbiamo già incontrato nelcapitolo 5 dell’Apocalisse: la summa cioè di tutte le vicende umane, contenente tutte le azioni compiute da ciascuno, così da poter giudicare « i vivi e i morti », ovvero quelli scampati e quelli travolti dalla Seconda Morte, quella dell’anima: le pecore ed i capri, insomma, tanto per usare l’efficacissima metafora di Matteo 25:32.

Assistiamo alla risurrezione dei morti, già annunciata in Daniele 12:2 e ben rappresentata dal Beato Angelico (vedi l’immagine soprastante) nella sua versione del Giudizio con quei sepolcri scoperchiati che occupano il centro prospettico della scena. La Vita Beata del Paradiso, consistente nell’essere con Dio per 1′eternità, non è assolutamente da concepirsi, secondo Daniele e San Giovanni, alla maniera platonica: essa non è soltanto il regno delle anime e degli spiriti come lo pensavano gli Gnostici, rifiutando tutto ciò che è legato al corpo e alla materia; al contrario, come vedremo meglio nel capitolo successivo, è una Creazione Nuova, nella quale l’uomo partecipa alla gloria di Dio anche con il suo corpo, nel contesto di una realtà resa affatto nuova dalla potenza di Dio.

Da notare che il mare restituisce i morti da esso custoditi: il mare, come ricorderemo, è simbolo del Male, della Rovina e della Morte, e ciò spiega come mai non siano citati i morti inumati nella terra. Gli Inferi qui citati sono lo Sheol ebraico, cioè il luogo indistinto dell’attesa delle anime, pensato dagli autori veterotestamentari prima che nell’ebraismo entrassero i concetti di Inferno e Paradiso, che ora restituisce i suoi morti affinché vadano alla beatitudine o alla dannazione eterna.

Alla fine, la stessa Morte e lo stesso Sheol sono gettati nello stagno di fuoco, cioè distrutti per sempre. Sembra qui di cogliere un’eco di un’epistola paolina che probabilmente l’autore dell’Apocalisse conosceva:

« Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la Morte » (1 Corinzi 15:24-26).

Dies Irae

Un’opera che meglio di ogni altra ha colto la carica profetica ed anche l’alta dignità letteraria di questo passo è il « Dies Irae », attribuito al francescano fra Tommaso da Celano (1200-1270) e considerato una delle composizioni poetiche più riuscite di tutto il Medioevo. Ispirato al testo di Sofonia 1:15-16, quest’inno è scritto in latino, ma abbandona il tradizionale metro quantitativo per passare a una metrica accentuativa basata sulle rime, sconosciute al mondo classico. Le sue terzine, soprattutto quelle iniziali, martellano le orecchie di chi lo legge con un ritmo davvero paragonabile a quello delle sette trombe dell’Apocalisse. Ecco alcune strofe:

Dies Irae, dies illa:               Giorno di collera, quel giorno:
solvet saeclum in favilla,    struggerà il mondo in scintille,
teste David cum Sybilla. lo attestano re Davide e la Sibilla.

Quantus tremor est futurus,         Quanto terrore arriverà
Quando judex est venturus,    quando giungerà il giudice,
Cuncta stricte discussurus.per giudicare severamente ogni cosa!

Tuba, mirum spargens sonum   La tromba, emettendo un suono
per sepulcra regionum,   stupefacente sui sepolcri del mondo,
coget omnes ante thronum.           spingerà tutti davanti al trono.

Mors stupebit et natura, Stupiranno la morte e la natura
cum resurget creatura,     quando ogni creatura risorgerà
judicanti responsura.                per rispondere al giudice!

Liber scriptus proferetur Sarà presentato un libro scritto
in quo totum continetur,             in cui tutto è contenuto,
unde mundus judicetur. con cui il mondo sarà giudicato.

Judex ergo cum sedebit,E così, quando il Giudice siederà
quidquid latet, apparebit:         tutto ciò che è nascosto sarà manifesto,
nil inultum remanebit. (…)   nulla nascosto resterà. (…)

Preces meae non sunt dignae,  Le mie preghiere non son degne,
sed tu bonus fac benigne,  ma tu, o buono, fai benignamente sì
ne perenni cremer igne!   che io non sia arso nel fuoco eterno!

Inter oves locum praesta,        Fammi posto tra le pecore,
et ab haedis me sequestra,      e dai capri tienimi lontano,
statuens in parte dextra. (…)   ponendomi alla Tua destra.

L’Ultima Battaglia

Ma una rappresentazione letteraria dell’Ultimo Giorno non meno scultorea di quella di fra Tommaso da Celano è stata data dal poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) nel suo sonetto intitolato « Er giorno der giudizzio », gia citato in precedenza:

« Quattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno per ccantone
a ssonà: poi co ttanto de vocione
cominceranno a ddì: Ffora a chi ttocca.

Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone,
pe’ rripijà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca.

E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bianca e nera:
una pe anna’ in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera
d’angioli, e, come si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera. » (25 novembre 1831)

Qui c’è tutta l’Apocalisse concentrata in quattrordici versi, filtrata attraverso le suggestioni del barocco romano; come scrisse il commentatore Giorgio Vigolo, questo è un sonetto surreale nella sua rivisitazione delle verità di fede attraverso la sensibilità del popolino della Roma dell’ottocento, e sarebbe un errore d’interpretazione vedere il sarcasmo nelle immagini della « bbiocca », cioè della chioccia, della cantina, del tetto, della sonagliera degli « angioli » e dello spegnersi dei lumi.

La « bbiocca » viene dal Vangelo (Matteo 23:37), ed in quella « sonajjera » d’angeli, parola dal connotato fonico intraducibile che evoca un senso di frastuono e di rumorosità, tipica di una strada romana supertrafficata, c’è una sinestesia degna di Dante. Ma c’è anche il senso pessimistico di uno spazio escatologico ulteriore, al di là del premio o del castigo, sul tetto o in cantina, nel regno delle ombre, della notte perenne, in cui i lumi sono « smorzati » per sempre, e l’unico perenne augurio è quel triste « bbona sera »: un’inquietudine sorda che anticipa le angosce del Novecento.

Infine, un chiaro riferimento alle pagine dell’Apocalisse che abbiamo letto in queste pagine si trova nel grande ciclo fantasy delle « Cronache di Narnia » dello scrittore irlandese Clive Staples Lewis (1898–1963), uscite tra il 1950 e il 1956, che si chiude con « L’Ultima Battaglia ».

In questo romanzo conclusivo della serie lo stesso universo di Narnia va distrutto dopo una battaglia escatologica tra Tash, il demone adorato dai nemici Calormeniani, ed Aslan, il leone protettore dei narniani che impersona un chiaro simbolo cristologico. Infatti esso rimanda al Leone di Giuda di Genesi 49:9 (ancor oggi simbolo dell’Etiopia), ed inoltre secondo una leggenda medioevale la leonessa partorisce leoncini morti e il leone dà vita ad essi con il proprio fiato, come Dio soffiò la vita in Adamo: anche Aslan ne « Il leone, la strega, l’armadio » restituisce la vita ai narniani trasformati in statue dalla Strega Bianca alitando su di esse con il proprio fiato.

Del resto il demone Tash è descritto né più e né meno come la Bestia dalle molte teste e dalle molte corna dell’Apocalisse. Dopo la fine di Narnia, devastata da mostri orrendi e il cui sole è stato spento da Padre Tempo, i personaggi vedono tutti gli abitanti mai vissuti su Narnia dividersi in due schiere, una delle quali scende tra le tenebre, l’altra entra nella dimora di Aslan, descritta come un’immensa prateria fiorita dalla quale tutto è visibile: una vera e propria « Narnia Celeste »!

43-Brunello-300x209 dans Apocalisse It

43 – Maestro di Brunello, i Dannati, particolare del Giudizio Universale, affresco del 1470 circa nella Chiesa di Santa Maria Annunciata, Brunello, Varese (foto dell’autore di questo sito)

L’Ultima Battaglia

Siamo così giunti al culmine supremo della vicenda umana, l’Ultimo Giudizio, la cui sacra rappresentazione qui tratteggiata con parole cosi scarne eppure così efficaci non vuole costringere l’umanità a vivere nel terrore di una condanna imminente, come la si viveva nei secoli più difficili del Medioevo, scarnificati da guerre, scorribande, carestie e pestilenze.

Ai Cristiani della fine del primo secolo, vessati dalle persecuzioni delle sinagoghe e delle autorità statali, l’Apocalisse addita come meta della Storia la definitiva sconfitta del Male, il severo giudizio di Dio sulla condotta dei malvagi, la glorificazione dei martiri e dei perseguitati per causa di Cristo, l’Inferno e il Paradiso, lo Stagno di Fuoco e la Gerusalemme Celeste, che vedremo risplendere nel prossimo capitolo.

Nessun messaggio può essere più chiaro e più palese di questo. Chi invece, considerando erroneamente il libro dell’Apocalisse alla stregua di una raccolta di enigmi e di rebus da decifrare per conoscere il futuro, sul modello delle centurie di Nostradamus, cercherà una fantasiosa risoluzione dei difficili simbolismi come quelli classici del Numero della Bestia e del Millennio, è destinato a finire inevitabilmente fuori strada.

A questo proposito è bene ricordare le parole di Vittorio Messori, ripetute innumerevoli volte nei suoi libri: la Bibbia ha in serbo tanta luce per chi si trova nelle tenebre e cerca la verità, quanta oscurità contiene per chi non si arrende alla semplicità del messaggio e cerca significati nascosti, piani segreti, complotti cosmici alla Dan Brown.

L’utopistica e comoda interpretazione del Regno dei Mille Anni come un’età dell’oro che sarà vissuta dai cristiani su questa terra prima della fine del mondo, così come i tentativi della gematria di scoprire l’assassino di John Fitzgerald Kennedy in mezzo alla foresta di simboli e di numeri magici dell’Apocalisse, si scontra e si scontrerà per sempre con l’essenziale trasparenza del capitolo 20 del nostro libro: nella lotta eterna tra il Bene e il Male, anche se al momento sembra trionfare quest’ultimo, sarà il primo ad avere l’ultima parola:

« Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! » (Giobbe 19:25)

Non ci resta oramai che l’ultima, splendida, fantasmagorica visione dell’Apocalisse, degno coronamento dell’intero volume. Per leggerla insieme a me, cliccate qui sotto.

(23)  http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/23-apocalisse-il-nuovo-eden-la-fine-del-tempo/

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(23) Apocalisse: Il Nuovo Eden, La fine del tempo?

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 22:52

(23) Apocalisse: Il Nuovo Eden, La fine del tempo? dans Apocalisse It Apocalypse04

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Il Nuovo Eden, La fine del tempo? Sono io Giovanni

La descrizione raggiunge il culmine quando illustra la felicità dei beati, utilizzando una lunga citazione del capitolo 60 di Isaia che ci mostra la processione dei Santi diretta verso il loro Dio:

« Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. » (21:22-27).

Una scoperta che lascia sorpreso lo stesso Giovanni consiste nel fatto che nella Nuova Gerusalemme non esistono più templi.

Infatti Dio stesso e Cristo, l’Agnello immolato, sono il tempio vivente, perchè ora non è più necessaria nessuna mediazione tra Loro e l’uomo, ed i Salvati possono contemplare direttamente in faccia il loro Signore, con il Quale sono in piena comunione per sempre. Allo stesso modo sono scomparsi sole, luna, stelle e tutti i luminari creati da JHWH nel Quarto Giorno dell’Eptamerone, lasciando il posto alla straripante Luce della Maestà Divina.

Segue poi una descrizione bucolica della Nuova Patria Celeste, che ha ispirato da vicino centinaia di artisti, tra cui il Beato Angelico che l’ha raffigurata sul lato sinistro del suo Giudizio Universale, come abbiamo visto nel capitolo precedente:

« Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli » (22:1-5).

Evidentemente questo ritratto è modellato su quello del Paradiso Terrestre descritto nel capitolo 2 della Genesi, con l’immagine del fiume e, al versetto 14, dell’Albero della Vita

« Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi » (Genesi 2:8-10).

Il fiume della Gerusalemme Celeste non si divide più, perchè tutta l’Umanità Redenta è stretta intorno al Trono dell’Agnello. L’Albero della Vita è un’evidente allusione all’albero dell’Eden, piantato al principio della Storia della Salvezza, il cui significato è chiaro: i Beati hanno a disposizione la fonte stessa della Vita, e quindi non morranno mai e non saranno più soggetti al ciclico divenire del nostro mondo fatto di materia.

« Accanto all’Albero della Vita » , argomenta in proposito Pietro Citati, « nell’antico Paradiso Terrestre esisteva l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, dal quale derivò la divisione del mondo in due sfere opposte: bene e male, sacro e profano, puro e impuro, permesso e proibito, vita e morte, divino e demoniaco, libro bianco della Grazia e del Rito e libro rosso del Peccato e della Vendetta.

Nel Nuovo Eden è rimasto solo l’Albero della Vita. Invece di essere divisa negli opposti, l’Essenza di Dio è ora intera e indivisa: i Suoi due volti si sono riunificati al di sopra del Bene e del Male, come i colori antitetici si sono riunificati nell’unità della Luce. »

48-GerusalemmeCelesteBamberga-239x300 dans Apocalisse It

48 – La Gerusalemme Celeste, 1000 d.C., da una Apocalisse
conservata alla Staatsbibliothek di Bamberga, Germania

La fine del tempo?

Da notare che l’albero dà dodici raccolti all’anno, uno per mese, assicurando ricchezza e prosperità infinite: torna l’interminabile simbolismo del numero dodici in questo ultimo scorcio dell’Apocalisse. Questo affollarsi di simboli tolti dal primo libro della Bibbia ci dice che il Peccato Primordiale aveva distrutto la comunione tra Dio e l’Uomo che era nel progetto originario del Signore, ma nel Paradiso Celeste tale unità di intenti viene ripristinata, e la salvezza dell’intero universo è assicurata per sempre. Contemporaneamente, nel comporre questo brano Giovanni è suggestionato dal ritratto ideale della Terra Promessa che ci presenta Ezechiele nel capitolo 47 del suo libro profetico:

« Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. (…) Era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a guado. Allora egli mi disse: « Hai visto, figlio dell’uomo? » Poi mi fece ritornare sulla sponda del fiume; voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era un grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra. » (Ezechiele 47:1-2.5-7).

Anche in questo caso il messaggio è trasparente: sulla Terra, nel corso della Storia umana, noi non siamo a casa nostra, ma siamo esuli in quella che C.S. Lewis, l’autore delle « Cronache di Narnia », chiamava con termine significativo « la Terra delle Ombre« . Siamo come Mosè, che attraversa il deserto diretto alla patria promessa, e come gli esuli di Babilonia, che attendono di tornare alla terra natale e di ricostruire il Tempio. Così ha scritto in proposito il teologo gesuitaUgo Vanni:

« Tutte le promesse di Dio nell’Antico Testamento si trovano qui realizzate al di sopra di ogni immaginazione. A questo punto il lettore non solo sa, ma sente e percepisce dal di dentro che la Gerusalemme Nuova è davvero la sua città: vale la pena di attraversare il guado della precarietà, della sofferenza, della lotta sfibrante contro il male, di superare le lusinghe insidiose delle Babilonie disseminate nell’arco della storia per raggiungerla. Consapevole fin dall’inizio della lettura-ascolto dell’Apocalisse che il nome di Gerusalemme si trova scritto sulla sua fronte, avverte adesso con gioia e commozione di portarla nel cuore. »

Eppure, Pietro Citati ha ancora qualcosa da dirci in proposito:

« Se né sole né luna misurano i giorni, se non c’è più notte, se l’uomo abita in Dio, se la luce domina senza ostacoli e senza sosti, possiamo credere che il Tempo abbia finito di esistere. Ci sembra che il Vecchio Tiranno abbia cessato per sempre di battere i suoi colpi regolari e sinistri. Eppure, non è così. Ci sono ancora dei mesi: dei frutti vengono a maturazione; e delle nazioni dei re, che non appartenevano alla città cubica, entreranno dalle porte sempre aperte della Gerusalemme Celeste.

Dunque accadono eventi: resta aperto il futuro: il movimento della storia non è finito; non c’è nessuna pagina ultima, nessuna sosta definitiva, nessuna meta raggiunta per sempre. Forse siamo giunti al punto segreto dove l’eterno ed il tempo coincidono. Il tempo, una volta così oppressivo, ha accettato il ritmo estatico dell’infinito, mentre l’eterno, invece di cristallizzarsi in un punto immobile, si muove senza fine, come il rivo d’acqua che scaturisce dal trono, come la sorgente d’acqua che zampilla verso la Vita Eterna. »

Sono io, Giovanni

Il più suggestivo libro biblico si avvia così al suo epilogo, costruito attraverso un dialogo tra Giovanni e l’Angelo che lo ha guidato fino all’ultima visione. Quest’ultimo, parlando come se incarnasse Cristo stesso, così come accadeva per Mosè con l’Angelo del roveto ardente, annuncia come imminente la propria venuta gloriosa, secondo la convinzione che era propria dei primi secoli cristiani:

« Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro » (22:6-7)

Subito dopo Giovanni si rivolge direttamente al lettore:

« Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate » (22:8).

Questo ricorda irresistibilmente un passo del Vangelo di Giovanni, confermando l’ipotesi dell’identificazione tra gli autori delle due straordinarie opere:

« Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera » (Giovanni 21:24)

Ed ecco che Giovanni, come gli abbiamo già visto fare nel capitolo 19, si prostra davanti all’Angelo, dato che Cristo in persona aveva parlato per bocca sua, ma la reazione dello spirito è ancora la stessa:

« Ma egli mi disse: « Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare! » » (22:9).

Segue l’invito a divulgare il più possibile le visioni avute, anche a chi ne rifiuterà il messaggio (sembra di sentire l’eco della parabola evangelica del seminatore):

« Poi aggiunse: « Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro, il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. » » (22:10-11)

49-GerusalemmeCelesteCloister-300x288

 49 – La Gerusalemme Celeste, XIV secolo, miniatura dell’Apocalisse di Cloister

Siamo ormai alle ultime battute: Per leggerla insieme a me,

cliccate qui sotto.

(24) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/24-apocalisselalfa-e-lomega-gli-ultimi-tempi/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

(24) Apocalisse:L’Alfa e l’Omega, Gli Ultimi Tempi

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 21:30

L'Alfa e l'Omega, Gli Ultimi Tempi

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

L’Alfa e l’Omega, Gli Ultimi Tempi, La calligrafia cifrata dei Cieli,

Vieni, Signore Gesù!

Siamo ormai alle ultime battute: entra in scena il protagonista stesso dell’opera, Cristo, nella Sua duplice funzione di Colui che suggella definitivamente la storia, e di Colui che giudica ogni vivente, scacciando dalla propria Città Santa ogni perversione ed ogni idolatria:

 « Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.
Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!

Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. » (22:12-16).

Il suggestivo ricorso alla prima e all’ultima lettera dell’alfabeto greco per indicare la Divinità era già stato da noi incontrato in Apocalisse 1:8, e a buon diritto viene qui riproposto al termine dell’opera e di tutta la Storia della Salvezza, così come il Principio e la Fine richiama

« il Primo, l’Ultimo e il Vivente » di Ap 1:17-18. Come la prima e l’ultima lettera abbracciano e racchiudono tutto quanto l’alfabeto stesso, cioè tutto l’esprimibile dalla mente umana e, per estensione, tutta la realtà dell’essere, cosi Dio nella Sua Immensità abbraccia, comprende, racchiude, inizia e pone termine a tutto l’universo.

 Questo vuole ribadire Giovanni: tutto ha origine da Lui e tutto infine confluisce in Lui. La grande avventura della Storia non ha mai a monte il puro caso o l’azione di forze cieche, come il Fato degli antichi pagani, ma l’atto di amore e di donazione di un Essere infinito e buono, a cui tutti gli uomini, fin dall’origine della specie umana, hanno dato infiniti nomi, e che noi chiamiamo Dio.

Gli Ultimi Tempi

Per usare le parole di Giovanni Canfora, così come tutto l’Antico Testamento attendeva la venuta di Cristo, cosi noi, i discepoli del Nuovo Testamento, siamo in attesa del ritorno di Cristo e della Sua definitiva vittoria sul male, né può essere altrimenti, perché tutta l’opera di Dio ha come centro e fine Cristo, il punto di fuga della lunga prospettiva della Storia.

Perciò la speranza e l’attesa del ritorno di Cristo non sono qualcosa di marginale nel cristianesimo:  l’attesa cristiana della fine, la speranza cristiana nell’instaurarsi della Nuova Gerusalemme, fanno parte integrante dello svolgersi di questa storia, e, per usare le parole del teologo luterano

Oscar Cullmann (1902-1999), « si situano nella linea che, partendo dalla Creazione e passando per il popolo d’Israele, il Resto, il Cristo unico, la Chiesa e l’umanità convertita e riscattata, sfociano nella Nuova Creazione ».

La nostra speranza di cristiani non può essere che la speranza nella Parusia, nel ritorno del Signore, al di là di tutti gli stolidi tentativi di calcolare la data del Suo ritorno, perché il quando è nascosto nel segreto di Dio. Non ci devono trarre in inganno le espressioni di Giovanni come « presto » o « vicino », le quali, più che calendarizzare una cronologia precisa, si riferiscono alla nostra situazione, poiché di fatto negli « ultimi tempi » della Creazione noi siamo già, impegnati nell’attesa fiduciosa che il Redentore dia finalmente compimento alla nostra storia.

L’Antico Testamento, che è tutto una preparazione pedagogica dell’umanità alla venuta del Salvatore, costituisce ormai i « tempi passati », i « primi tempi »; Cristo, compiendo l’opera del Padre Suo e riportando una vittoria definitiva sulle potenze del male (« abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! » dice in Giovanni 16:33), ha aperto ed iniziato gli « ultimi tempi ». Questa vittoria naturalmente non ha ancora sortito i suoi ultimi effetti, e non si estende ancora a tutta la terra né a tutta l’umanità: la vittoria completa sarà ottenuta solo nella sfera soprannaturale e puramente spirituale (e il nostro immaginoso « Cielo » non vuol fare altro che evocare questa sfera).

L’umanità conserva la sua piena libertà e può anche rifiutare la vittoria di Cristo, permettendo alle forze del Male di continuare la lotta. Ecco perché l’Apocalisse ci ha mostrato la lotta del bene e del male in questo mondo (i servitori di Dio contro i servitori della Bestia e del Dragone-Satana) in stretto collegamento con la lotta tra Bene e Male della sfera ultraterrena (angeli buoni ed angeli cattivi, Dio e Satana). Ed è per questo che, più che parlare alla nostra curiosità, le pagine dell’Apocalisse parlano alla nostra speranza.

Vieni!

Queste estreme battute dell’Apocalisse concludono perciò nel modo migliore sia il messaggio del libro sia quello di tutta la Bibbia. Esse sono ritmate sul verbo « venire », che invoca l’irruzione di Cristo nella storia per porre un freno a tutte le sue storture e crudeltà.

« Lo Spirito e la sposa dicono: « Vieni! » E chi ascolta ripeta: « Vieni! » Chi ha sete venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita. Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose dice: « Sì, verrò presto! » Amen. Vieni, Signore Gesù! » (22:17-20).

Le ultime parole di Giovanni, prima dell’Amen finale, sono un’invocazione liturgica molto usata dalle comunità cristiane primitive, che nell’originale aramaico ci è stata tramandata da San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi: « Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: vieni, o Signore! » (1 Cor 16:21-22).

Da notare che quest’invocazione nella lingua originale costituisce un gioco di parole. Infatti può essere letta in due modi:

Maran atha si può tradurre « Il Signore viene », cioè è presente già da ora in mezzo alla comunità dei credenti, mentre Maranà tha significa invece « Vieni, Signore! » ed è un’invocazione affinché Egli torni presto tra noi. Duplice è il significato in Paolo, duplice è dunque il significato anche in Giovanni. Che, si noti, conosce bene questa lettera, perchè ne riproduce fedelmente la chiusa secondo lo schema: saluto autografo + ammonimento a non tradire il Signore Gesù + invocazione al Signore stesso + rendimento di grazie + Amen.

L’ultimo versetto dell’opera, come se si fosse trattato di un’unica colossale preghiera, si chiude infatti con un pensiero rivolto ai lettori di ogni tempo e con un « così sia »: « La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen! » (22:21)

La calligrafia cifrata dei Cieli

E con questo siamo arrivati al termine di questa nostra cavalcata nell’Apocalisse, nella quale abbiamo accumulato una serie di « ipotesi » per cercare di decifrare i tanti misteri celati in questo affascinante libro. Non mi illudo certo di averli svelati tutti, anzi! Comprendere la vera chiave di un testo come questo è come cercare di raggiungere la velocità della luce: secondo la Relatività di Einstein, più ci si avvicina ad essa, e più cresce lo sforzo necessario per avvicinarcisi ulteriormente.

Anche perchè, secondo alcuni, comprenderla al 100 % non solo sarebbe impossibile, ma andrebbe contro le stesse intenzioni dell’Autore. Questo infatti è il commento finale di Pietro Citati a proposito delle molteplici chiavi di lettura di questa che si presenta a noi fin dalla prima parola come la « Rivelazione » piena ed assoluta:

« In realtà, scrivendo l’Apocalisse, Giovanni non ha voluto essere capito. Come i saggi e i poeti, contava sul mistero, sull’enigma, sull’equivoco, sulla polivalenza dei significati. Sapeva che, per quanto gli interpreti traforassero il suo testo, vi sarebbe rimasto qualcosa di tenebroso: molto o moltissimo di insondabile; e quindi il rotolo appena aperto sarebbe stato interpretato in tutti i sensi, applicato in tutte le epoche e situazioni, frainteso, tradito e realizzato senza fine.

L’oscurità ne garantiva il futuro: quel futuro al quale soprattutto teneva; solo quando i nostri occhi si sveglieranno senza più ombre nella luce leggerissima della Gerusalemme Celeste, potremo comprenderne appieno ogni lettera. Giovanni sapeva che i libri chiari e aperti muoiono appena nati. Solo i libri scritti con la calligrafia cifrata dei Cieli, solo i libri che nessuno può dissigillare completamente, continuano a infuocare per secoli i nostri pensieri. »

 Se così è, dopo tanto ipotizzare, mi sia concesso di chiudere con l’unico messaggio sicuramente « chiaro e aperto » dell’Apocalisse per tutti i lettori e i commentatori di tutti i tempi, l’unico che tutti possono cogliere e immergere direttamente nel proprio vissuto, l’unico che possono sentirsi di ripetere instancabilmente fino alla discesa dal Cielo della città di diaspro cristallino:

« Vieni, Signore Gesù! »

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

Bibliografia

AA.VV., « La Bibbia per la famiglia, Nuovo Testamento », volume 2, edizioni San Paolo, Alba

AA.VV., « La Bibbia di Gerusalemme », edizioni Dehoniane, Bologna

AA.VV., « Patmos, l’isola dell’Apocalisse », da « Il Mondo della Bibbia », n° 44, settembre-ottobre 2008

AA.VV. « La Bibbia, prima lettura », Principato, Milano a cura di Giovanni Canfora, « La Bibbia Illustrata », edizioni San Paolo, Alba

Ugo Vanni, « L’Apocalisse: ermeneutica, esegesi, teologia », EDB, Bologna

S.Canelles, C.Caricato, L.Piscaglia, S.Simonelli, « Introduzione alla Bibbia », ed. Newton, Roma

Matteo la Grua, « Cristo nelle pietre preziose », Soc. Coop. Rinnovamento nello Spirito Santo, Roma

Pietro Citati, « La Luce della Notte », I Miti Mondadori, Milano

Vittorio Messori, « Pensare la Storia », Sugarco edizioni, Milano

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

STORIA E DESTINO DI GERUSALEMME 25 novembre, 2011

Classé dans : Storia di Isdraele — Sentinelle Chrétienne @ 13:27

muro.bmp

Gerusalemme è una città che ha un passato, un presente e un futuro che ci sorprende.

Ci sorprende il suo nome: Gerusalemme significa « fondamento della pace » è molto paradossale, fino a quasi l’ironico quando vediamo che per millenni la guerra ha infuriato ed infuria in e per questa città?

Le date sono spesso approssimative e arrotondate, una storia semplificata, ma che parla dell’essenziale.

Vediamo secondo la Bibbia, il suo passato, il presente ed il futuro ….

1900 aC. La prima menzione della città è fatta durante la vita di Abramo in Genesi 14:18, « … Melchisedek, re di Salem, offrì del pane e del vino, egli era sacerdote del Dio altissimo … » Salem è il nome dato a Gerusalemme, vedi nel Salmo 76:3.

1500 aC.La città si chiamava Jebus, è menzionata nel libro di Giosuè 15:8 e 15:63, « … ed i figli di Giuda non poterono espropriare i Gebusei che abitavano Gerusalemme … »

1100 anni prima di Cristo. Davide occuperà la città per farne la capitale del suo regno. 2 Samuele 5:7-9, « … Davide prese la fortezza di Sion che è la città di Davide … / … chiunque batterà i Gebusei … / … Davide abitò nella fortezza, che chiamò la città di Davide … »

1050 (?) AC,Davide comprò l’aia di Arauna il Gebuseo per offrire un sacrificio durante un’epidemia, 2 Samuele 24:17-25, « Gad venne da Davide e gli disse: Va’ su, innalza un altare al Signore, nella zona di ‘Arauna il Gebuseo … / … … Quel giorno io l’ho comprato in tutta regola … / … Davide costruì un altare al Signore e offri dei sacrifici … « Senza dubbio fù in questo luogo che si costruì il tempio di Gerusalemme, 1 Chronicle 22:1, « … David disse, ecco, qui sarà la casa del Signore Dio, e qui sarà l’altare per l’olocausto di Israele … »

1000 anni prima di Cristo, Costruzione del tempio (ora in questo luogo si trova una moschea). Questo tempio è comunemente chiamato il « Tempio di Salomone », il nome del re che l’ha costruito.

586 aC, La città fu presa e distrutta da Nabucodonosor, re di Babilonia, leggere 2 Re capitolo 25.
Tre importanti editti reali per Gerusalemme:
538 aC, Cyrus (Ciro re dei Medi e dei Persiani), propone agli ebrei di ritornare a Gerusalemme per ricostruire il tempio.

526 aC, Dario (Re dei Medi e dei Persiani) favorisce la ripresa della costruzione.

445 aC, Artaserse (re dei Medi e dei Persiani) scrive un ordine in favore della ricostruzione delle mura, rendendo a Gerusalemme il suo statuto di città.

Alessandro il Grande (re dei Greci) investe Gerusalemme e mette fine all’egemonia dei Persi.

Gerusalemme passo’ sotto il dominio dei Diadochi (titolo di principe ereditario dato ai generali di Alessandro il Grande, che si divisero il suo impero dopo la sua morte nel 323 aC) e dei loro successori.

167 aC, Antioco Epifane contamina il Tempio di Gerusalemme.

165 aC, Giuda Maccabeo purifica il Tempio di Gerusalemme.

53 aC, Pompeo prende Gerusalemme.

In sintesi:

200 anni prima di Cristo il Medio Oriente è sotto il dominio romano. La cultura greca invade Gerusalemme e gli ebrei s’ellénizano rapidamente. Per esempio, i giochi del circo si istallano a Gerusalemme, il Tempio è dedicato a Zeus e la circoncisione è vietata. Ma una famiglia di Gerusalemme sorge per difendere il particolarismo ebraico.

Così nel 165 aC, i Maccabei liberano Gerusalemme e purificano il tempio. Gerusalemme divenne così per 80 anni la capitale di uno stato ebraico fiorente.

37 avanti Gesù Cristo, Le legioni, romane al soldo di Erode il Grande riprendono il regno di Giuda e, naturalmente, Gerusalemme.

Nell’anno uno, della nostras era, Gesù viene presentato al tempio di Gerusalemme secondo la legge ebraica.

33 anni dopo In que(a Gerusalemme) Gesù vi è crocifisso e risorto.

In quello stesso anno Gerusalemme vede l’inizio della Chiesa e della persecuzione contro i cristiani.

70, Secondo la storico Giuseppe Flavio, l’esercito romano vincerà la ribellione che ha avuto inizio tre anni prima, la città fu distrutta e il tempio pure.

117 Sotto l’imperatore Traiano, una révolta fu soffocata nel sangue e il suo successore Adriano ha deciso di fare di Gerusalemme una città romana. Ma la creazione della colonia cause ancora un sussulto di ribellione ….

L’imperatore Adriano cambia il nome della provincia della Giudea, chiamandola Palestina.

132-134 In primo luogo i romani dovranno evacuare la città e per 2 anni la sovranità ebraica viene ripristinata. Ma la reazione impériale di Roma sarà spietata, e procederà con l’espulsione degli ebrei per introdurre coloni provenienti da tutto l’impero.

La città di Gerusalemme è vietato agli ebrei,

323, Siccome il cristianesimo divenne religione di stato, Gerusalemme divenne un luogo di pellegrinaggio,

Fino al 632, Gerusalemme è oggetto di numerosi conflitti, delle chiese sono construite poi distrutte. Si vieta o si permette, di volta in volta l’accesso degli ebrei alla città.

638, Il Califfo Umar si presenta davanti a Gerusalemme ed il Patriarca Sofronio opta per una resa senza combattere. Sulla spianata del Tempio, che prende il nome di Haram al-Sharif e dove, secondo la credenza musulmana, si svolgerà il Giorno del Giudizio, Umar farà costruire una piccola moschea in legno.

641, La clausola che vieta agli ebrei di vivere a Gerusalemme è abolita. Alcuni ebrei s’istallano a sud della città, sono 70 famiglie che vi si stabilirono.

685-705, Il califfo Abd al-Malik, avendo nuove concezioni, vuole fare di Gerusalemme un centro di pellegrinaggi simile alla Mecca e percio iniziò la costruzione della Cupola della Roccia.

Poi la situazione fra arabi musulmani, cristiani ed ebrei si deteriora. Carlo Magno firmerà un accordo, ma questo dura solo un breve periodo. Il Califfo Hakim ha iniziato una politica di eliminazione dei cristiani e fa distruggere il Santo Sepolcro.

1077, I turchi entrarono nella città, seminando la desolazione assassinando la popolazione uccidendo tutti quelli che poterono. I pellegrinaggi cessarono. Le Accademie rabbiniche scompaiono. I cristiani fuggono. Questa terribile disastrosa situazione innescherà la reazione delle Crociate.

15 luglio 1099, E ‘la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, con un nuovo massacro di tutta la popolazione (come i turchi pochi anni prima) un orribile bagno di sangue. La breve presenza della Francia segnerà la città.

1240-1260 (circa) vi è una occupazione mongola.

1260-1500, E ‘il regno dei Mamelucchi d’Egitto. Con i Franchi di Acri, questi firmeranno un accordo che li obliga alla condivisione dei santuari. I luoghi santi sono posti quindi sotto la giurisdizione delle tre grandi religioni, ebrei, musulmani e cristiani.

1516-1917, è l’occupazione ottomana (i turchi).

30 Dicembre 1516, Selim I° fece il suo ingresso in Gerusalemme. Selim firma anche un accordo con Francesco I di Francia, che garantisce, insieme ad alcuni vantaggi politici, la protezione dei cristiani. Ma questa situazione di equilibrio finisce con la sua morte.

Solimano il Magnifico, suo figlio, fornisce la città di acquedotti, porte e muri tali che possiamo vedere ancora oggi.

E’ molto interessante vedere nelle muraglie della Città Vecchia di Gerusalemme, i muri con una porta che è stata murata, è la porta Dorata, o Porta della Misericordia. Questa non si dovrebbe aprire che per il Messia affinché possa attraversarla al suo ritorno.

Curiosamente un testo biblico ne parla: Ezechiele 44:1-2: « … la porta esterna del santuario, che si trova a oriente. Ma era chiusa. E il Signore mi disse , questa porta sarà chiusa, essa non si aprirà… »

1917, Il Generale Allenby entra a Gerusalemme, a piedi. In un clima di instabilità (attacchi terroristici, la violenza). Dal 1918, dei quartieri ebraici emergono a ovest ed a sud della città vecchia, e il numero di rifugiati ebrei dell’Europa centrale è aumentato in modo significativo. Questo insediamento ebraico causa delle reazioni arabe, che scoppiano a Gerusalemme negli anni 1920. L’Alto commissario britannico in qualche modo frena l’immigrazione ebraica.

Dopo la seconda guerra mondiale l’ONU succede alla Lega delle Nazioni e cerca una soluzione perché gli inglesi non potendo mettere ordine volevano rimettere il loro mandato.

L’ONU nomina nel 1947 una comitato di 11 stati, nessuno dei quali poteva essere tra le grandi potenze, e questo per motivi di neutralità, due possibilità si offrirono a loro disposizione, hanno scelto l’idea di creare uno stato ebraico e arabo indipendente, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Questo piano è stato respinto da molti paesi arabi, ad eccezione di pochi, ma gli arabi del posto l‘accolgono favorevolmente. La maggior parte degli ebrei erano anche loro d‘accordo.

29 NOVEMBRE 1947, Dopo molte trattative si ha il piano di spartizione della Palestina in due stati, uno arabo e uno ebraico, Gerusalemme ha uno statuto speciale sotto l’egida delle Nazioni Unite. La convergenza tra le due potenze (russi e americani) in conflitto ha causato sensazione. I paesi arabi rifiutarono il piano di spartizione: gli arabi di Palestina e i governi di tutti gli Stati arabi, rifiutano di accettare le raccomandazioni della risoluzione 181, e fanno sapere che si opporranno con la forza a l’applicazione di queste raccomandazioni.

14 Maggio 1948 Davide Ben Gurion proclama l’indipendenza di Israele, il giorno dopo gli inglesi si ritirarono lasciando la guerra alle spalle …

05-10 Giugno 1967, o la Guerra dei Sei Giorni, la città vecchia di Gerusalemme cade nelle mani dell’esercito israeliano, quasi intatta. La città è subito riunita e amministrata come parte intégrante del suo territorio da parte di Israele.

Realizzando così un versetto del Salmo 122:3, « … Gerusalemme, tu che sei costruita come una città che forma un insieme ben unito … »

30 Luglio 1980 Il parlamento israeliano ha approvato una legge proclamando « Gerusalemme riunificata capitale eterna di Israele ».

Alcune riflessioni su profetica Gerusalemme
Nell’anno zero (!) L’angelo Gabriele annuncia a Maria la nascita del Messia dicendo: Luca 1:31-33 « … Ed ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e lo chiamerai Gesù.. Egli sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine … « 

Gesù è il Messia annunciato … e ora regnerà sul trono di Davide suo padre!
Se la prima parte è stata completata, la seconda parte non è ancora stata completata, è ancora da venire, suggerisce che se la prima parte è stata eseguita alla lettera, la seconda lo sarà pure come la prima, allora Gesù verrà per regnare a Gerusalemme.

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour novembre 2011

Les paraboles de Jésus.

Classé dans : religion — Sentinelle Chrétienne @ 12:20

 

                        untitledjsuslebonpasteur2.bmp

 

                     Par …, :: #480 :: rss

C’est l’une des méthodes oratoires utilisant une allégorie pour illustrer une vérité morale ou religieuse. En d’autres mots c’est utiliser une comparaison tirée de la vie courante. La vérité ainsi présentée s’inscrit plus facilement dans notre mémoire qu’un simple exposé sur le sujet.

Il est possible de compter 39 paraboles différentes de Jésus…

Paraboles rapportées dans un seul Évangile.

Dans l’Évangile de Matthieu

L’ivraie, chapitre 13.24-30, Justes et injustes vivent ensemble jusqu’au moment du jugement.

Le trésor caché, chapitre 13.44, Valeur de l’évangile.
La perle de grand prix, chapitre 13.45,
Recherche et découverte du salut.
Le filet, chapitre 13.47-50. Le monde religieux, un mélange de justes et de méchants.

Le serviteur impitoyable, chapitre 18.23-35. L’ordre de pardonner.

Les employés embauchés à des heures différentes, chapitre 20.1-16. La durée du service ne donne pas droit à un salut plus grand.

Les deux fils, chapitre 21.28-32. Manque de sincérité et repentance.

Les noces du fils du Roi, chapitre 22.2-14. Nécessité d’être revêtu d’une robe adéquate, (de justice).

Les 10 vierges, chapitre 25.1-13. La préparation spirituelle au retour de Jésus ou l’insouciance.

Les talents, chapitre 25.14-30. La fidélité dans l’emploi des dons et talents.

Dans l’Évangile de Marc

La semence qui pousse en secret, chapitre 4.26-29. Loi de la croissance spirituelle.

Le maître absent, chapitre 13.33-37, Nécessité de la vigilance.

Dans l’Evangile de Luc.

Les 2 débiteurs, chapitre 7.41-43. Reconnaissance suscité par le pardon.
Le bon Samaritain, chapitre 10.30-37.
Secours manifesté envers un étranger.
L’ami qui exagère, chapitre 11.5-13. Persévérance dans la prière apporte l’exaucement.

Le riche insensé, chapitre 12.16-21. L’appât du gain.

Les serviteurs qui attendent le retour du maître, chapitre 12.35-40. Vigilance dans l’attente.

L’intendant fidèle, chapitre 12.42-48. Un service consciencieux.
Le figuier stérile,
chapitre 13.6-9. Rejet de la faveur divine.
Le festin, chapitre 14.16-24. Universalité de l’appel de Dieu.
Construction d’une tour…, chapitre 14.28-35. Se rendre compte de ce que cela comporte de suivre et servir Jésus.

La pièce perdue, (une drachme) chapitre 15.8-10. Les anges se réjouissent de la conversion d’un pécheur.

Le fils prodigue, chapitre 15.11-32. Le Père attend et accueille le pécheur repentant.

L’économe infidèle, chapitre 16.1-13. Être fidèle dans les biens d’autrui, et acquérir les biens spirituels.

Le riche et lazare, chapitre 16.19-37. Désespoir de l’incrédule dans le séjour des morts.

Les serviteurs inutiles, chapitre 17.7-10. Dieu a droit à notre service.
Le juge injuste, inique, chapitre 18.1-8. persévérance et efficacité de la prière.

Le pharisien et le péager, chapitre 18.9-14. Propre justice et conviction de péché.

Les mines, chapitre 19.11-27. Le travail récompensé et la paresse punie

Paraboles rapportées dans 2 évangiles

Dans Matthieu et dans Luc

La maison bâtie sur le roc ou le sable, Matthieu 7.24-27; Luc 6.47-49. Une vie basée sur la sagesse ou sur la folie.

Le levain, Matthieu 13.33; Luc 13.20. Propagation rapide du mal rajouté à l’évangile.

La brebis perdue, Matthieu 18.12-14; Luc 15.3-7. La repentance du pécheur provoque de la joie dans le ciel.

Paraboles rapportées dans 3 évangiles.

Dans l’évangile de Matthieu, Marc et Luc

Il n’y a pas de parabole dans l’évangile de Jean

La lumière sous le boisseau, Matthieu 5.14-16; Marc, 4.21; Luc 8.16. Notre témoignage ne doit pas être caché.

Une pièce neuve à un vieil habit, Matthieu 9.16; Marc 2.21; Luc 5.36. Un enseignement nouveau ne peut pas s’adapter à des vieilles coutumes.
Du vin nouveau dans de vieilles outres, Matthieu 9.17; Marc 2.22; Luc 5.37.
Un coeur non régénéré ne peut pas aller avec la vie nouvelle.
Le Semeur,
Matthieu 13.3-23; Marc 4.2-20; Luc 8.4-15. Les différentes catégories d’auditeurs avec les résultats.
Le grain de sénevé, Matthieu 13.31; Marc 4.30-32; Luc 13 .18. Développement du christianisme dans le monde.
Les méchants vignerons,
Matthieu 21.33-45; Marc 12.1-12; Luc 20.9-19. Le peuple d’Israël rejette Jésus le Christ.
Le figuier, Matthieu 24.32-44; Marc, 13.28-32; Jean 21.29-33. Les signes précurseurs du retour de Jésus.

Il est possible de classer les paraboles de Jésus en trois groupes principaux. Puis il en restera encore quelques autres avec des thèmes divers.
1- 8
paraboles qui révèlent la nature du royaume des cieux.
2- 5 paraboles sur le jugement et le retour de Jésus.
3- 19 paraboles qui illustrent l’effet de l’évangile sur la vie des hommes.

Aucun discours sur la bienveillance divine envers les pécheurs repentants n’aurait produit l’effet de la parabole du fils prodigue, dans Luc 15.11-32.

Jésus savait transmettre sa pensée d’une façon à la fois simple et riche non seulement pour ses contemporains mais encore pour toutes les générations à venir.
Sans aucun doute nous pouvons encore y trouver pour instruire notre vie quotidienne.
 

 

12
 
 

koki |
EGLISE DE DIEU Agapè Intern... |
UNION DES EVANGELISTES INTE... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | bornagain
| وَلْ...
| articles religieux