SENTINELLE CHRETIENNE

Bienvenue sur mon blog: Homme 76 ans Retraité, Chrétien Évangélique, poète et écrivain publie sur blogs, n’aime pas la polémique ni la vulgarité, aime beaucoup les bonnes fructueuses échanges d’opinions. J’ai besoin de vos commentaires d’encouragement.

 

Storia del diabete 6 avril, 2013

Classé dans : Diabete in Italiano — Sentinelle Chrétienne @ 11:11

Storia del diabete dans Diabete in Italiano 220px-c__h__best_and_f__g__banting_ca__1924piccolo

Banting e Best, scopritori dell’insulina.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera

Il termine diabete deriva dalla lingua greca e significa “che passa attraverso” nella lingua latina questa malattia è stata identificata con il termine “diabetes” che significa “sifone” a significare che l’acqua bevuta, per la grande sete, era subito urinata.

Etimologia e definizione

Gli antichi usavano questa terminologia particolare per descrivere la malattia perché erano stati sicuramente colpiti dalla caratteristica forse più evidente di questa malattia, cioè l’abbondante quantità di urina emessa ogni giorno da un diabetico, in termini tecnici la poliuria.

Tutto ciò non si discosta dalle principali definizioni di Diabete date nei secoli precedenti il nostro: nel 1883 il « 

Dictionnaire encyclopèdique des Sciences Mèdicales » parla del diabete in questi termini: «Diabete è un termine generico che comprende molte specie distinte, le cui caratteristiche comuni sono: un aumento della sete e della fame, un’esagerata, talvolta eccessiva, secrezione renale, una modificazione variabile delle componenti dell’urina e infine una cachessia consuntiva, che chiude la scena dopo un tempo estremamente variabile, se il paziente non è già morto a causa di una delle numerose e terribili complicanze, così frequenti nel corso della malattia». Nel 1980 invece l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce il diabete «uno stato di iperglicemia cronica sostenuto da fattori genetici ed esogeni che spesso agiscono insieme», definizione ultima derivante da numerosi e accurati studi su questa malattia che hanno portato a rintracciarne anche una componente ereditaria.

Il diabete nell’antichità

Il rapporto fra diabete e antichità ha sicuramente un merito nel fatto che già allora sintomi come eccessiva sete (polidipsia) e poliuria erano associati alla presenza di questa malattia; ciononostante bisogna segnalare un grande limite, cioè l’ignorare la presenza di glucosio nel sangue e nelle urine. Come sempre nella storia esistono le eccezioni, infatti nella Medicina Indiana ricorreva il termine “urina di miele” proprio per indicare il sapore mellito delle urine dei diabetici. Sucruta, leggendario medico indiano, parlava del “madu méhé” (diabete) come della malattia dei ricchi, proprio perché questi erano maggiormente colpiti da questa malattia visto che consumavano maggiori quantità di riso, farina e zucchero.

Un particolare interessante rilevato da questo medico era che le formiche erano solite raggrupparsi attorno all’urina dei diabetici.

Anche la Medicina Cinese, che chiamava il diabete “malattia della sete”, era legata ad un particolare molto simile, infatti aveva notato che l’urina diabetica era così zuccherina da attirare i cani per strada. Il mondo Greco oltre ad aver dato un nome alla malattia (i diabetici erano chiamati DIABETIKOI), non ha prodotto personalità di spicco dedite allo studio e alla cura di tale malattia: basti pensare che il “padre della medicina”

Ippocrate ha parlato solo della poliuria ma mai di diabete vero e proprio; troviamo traccia di questo in un suo aforisma: «Se l’urina è acquosa o più abbondante di quanto dovrebbe essere in rapporto a ciò che al paziente è prescritto di bere, significa che il paziente non segue le prescrizioni, e beve più del necessario, oppure che egli non può assorbire le bevande».

Nel mondo Latino invece spicca in particolare la figura di Areteo di Cappadocia grazie al quale si ha la descrizione della malattia più completa a quel tempo. I Latini non adoperavano molto il termine diabete per designare questa malattia, preferivano piuttosto perifrasi come “profluvium urinae” o, come diceva Aulo Cornelio Celso, “nimia profusio urinae” (eccessiva profusione di urina). Gli unici ad usare il termine diabete sono stati Areteo di Cappadocia e Galeno, in particolare il primo ne è stato il divulgatore e per primo ne ha compreso l’etimologia greca e latina; per questo motivo nell’ambito della storia della medicina gliene si può attribuire la paternità.

Per quanto concerne la descrizione della malattia egli parla del dimagrimento spiegandone la causa in questi termini: “in questa affezione, […], le carni e le parti solide del corpo si fondono trasformandosi in urina”; cerca inoltre di dare una spiegazione della disidratazione di cui soffrivano i diabetici del tempo dicendo che “ I malati patiscono una sete intollerabile, ma le bevande che assumono sono sempre inferiori alla quantità di urina che emettono”.

In termini di eziologia della malattia secondo questo medico latino la causa era da rintracciare in “certe sostanze deleterie che attaccano di preferenza i reni e la vescica”, ipotizzando che fra queste sostanze la più probabile causa della malattia fosse il veleno delle vipere il quale effettivamente provocava una sintomatologia molto simile. Inoltre egli rintracciò nello stomaco la causa dell’incessante sete che colpiva i diabetici e per lenire questa sete egli raccomandò la consumazione di frutta e vino dolce, commettendo inconsapevolmente un gravissimo errore.

Galeno invece durante i suoi studi sulla malattia osservò che la causa del diabete è nei reni: «Quando i reni non sono più in grado di trattenere urina al loro interno, dovremo parlare di una loro atonia; escludendo dal discorso gli altri organi da cui passano le bevande» e ancora più esplicitamente egli afferma appunto che «il diabete è una malattia propria dei reni».

Diabete fra Medioevo e Rinascimento

Il periodo Medievale vede i maggiori progressi in questo campo provenienti dal mondo arabo, in particolare il miglior medico islamico del tempo, Avicenna, nel suo Canon Medicinae parla di “urine mellite”, intuendo perciò la presenza di zucchero nelle urine e rintracciando la causa della malattia nel fegato. Durante il periodo Rinascimentale il veneziano Vittorio Trincavella sfiora la scoperta basandosi proprio sull’assaggio delle urine. Nello stesso periodo Paracelso grazie ai suoi studi sul diabete è riuscito in un scoperta sensazionale che purtroppo ha mal interpretato: egli era riuscito a trovare delle alterazioni nel sangue che aveva attribuito alla presenza di una sostanza salina quando verosimilmente si trattava di glucosio.

Il Settecento e lo zucchero nelle urine

Risale agli ultimi anni del 1600 la prima di una serie di scoperte che metteranno capo ad una vera e propria svolta nella conoscenza e nella cura di questa malattia a partire però dal secolo successivo.

Thomas Willis nel 1674 scoprirà la presenza di zucchero nelle urine dei diabetici, cioè la caratteristica fondamentale di questa patologia che nessuno prima di lui aveva ancora individuato con certezza.

«L’urina era straordinariamente dolce, come se contenesse zucchero o miele» diceva a tal proposito dopo aver condotto queste analisi con l’assaggio delle urine; egli inoltre credeva che il diabete non fosse una malattia dei reni ma del sangue che si liquefa e passa attraverso i reni con tutti i “sali” in esso contenuti. Ciò che è importante sottolineare è che Willis non ha scoperto “chimicamente” lo zucchero nelle urine ma l’ha individuato.

Oltre questa scoperta, che verrà raccolta e meglio approfondita nell’800, a questo medico inglese va il merito di aver dato luogo alla distinzione fra diabete “anglicus” (termine coniato da Willis per indicare quello che Cullen chiamerà diabete “zuccherino” (oggi corrispondente al diabete mellito) e diabete “insipido” (denominato così ancora oggi). Sostanzialmente il Settecento non è stato un secolo molto prospero per la storia del diabete a parte l’individuazione dello zucchero nelle urine; infatti l’innumerevole quantità di teorie sviluppate sono state l’emblema di un sostanziale brancolamento nel buio dal quale si comincerà ad uscire solo negli ultimi anni di questo secolo.

Thomas Sydenham ad esempio credeva che il diabete fosse una malattia dovuta alla cattiva assimilazione del chilo che portava perciò al dimagrimento; Sauvages, invece, riuscì solo a dare una classificazione molto complicata delle sette forme di diabete possibili tra cui ricordiamo il diabete “legittimo” e quello “inglese”. Lo scozzese William Cullen considerò il diabete come una neuropatia e secondo la sua teoria gli spasmi giocavano un ruolo fondamentale nell’eziologia della patologia in questione.

Ciononostante è importante ricordare questo personaggio perché, se Willis ha segnalato la presenza di zucchero nelle urine, Cullen definisce questa presenza patognomica per la malattia che definisce tra l’altro idiopatica, infatti non avendo trovato una vera causa anche dopo aver preso in considerazione varie teorie egli affermò: «La causa prossima del diabete è così poco nota o così poco certa, che non mi è possibile proporre alcun metodo razionale per guarirlo».

La svolta della prima metà dell’Ottocento

Durante gli ultimi anni del 1700 è stata dimostrata chimicamente la presenza di zucchero nelle urine grazie agli esperimenti di Pool e Dobson nel 1775, di Thomas Cawley nel 1778 e di Frank nel 1791. L’inglese Matthew Dobson riesce a dimostrare la presenza di zucchero nelle urine usando metodologie come l’evaporazione delle stesse e dimostrando anche che esso non si forma nei reni, bensì nel sangue dei diabetici; secondo la sua teoria quindi tutta la sostanza zuccherina proveniente dal chilo (Fluido lattiginoso formato dagli alimenti parzialmente digeriti nell’intestino tenue) si accumulerebbe nel sangue per fuoriuscire poi tramite le urine.

Thomas Cawley oltre ad aver condotto esperimenti per tale scopo, è stato il primo a trovare un nesso tra il diabete mellito e il malfunzionamento del pancreas, dovuto secondo lui alla presenza di calcoli in quest’organo. Nel 1800 Nicolas e Gueudeville con le loro ricerche dimostrarono che lo zucchero presente nell’urina non è saccarosio, come si era creduto fino a quel momento, ma qualcosa di diverso a cui i due studiosi non diedero un nome. Nel 1815 Chevreul dimostrerà che esso è glucosio o “zucchero d’uva”.

Nello stesso periodo emerge un clinico inglese, medico della marina britannica, John Rollo, portatore di essenziali novità: per prima cosa egli cerca di curare il diabete con una dieta molto rigorosa, cura innovativa ma certo non del tutto adeguata come dimostreranno le scoperte moderne, inoltre egli è l’inventore della cosiddetta “teoria gastrica” secondo la quale la causa del diabete è da rintracciare nello stomaco.

Nella sua pubblicazione sul diabete, “An account of two cases of diabetes mellitus”, egli porta a compimento quello che si può considerare il primo tentativo scientifico di spiegare la patogenesi della malattia: i capisaldi della sua teoria sono che essa si può curare solo con la dieta, che la materia zuccherina presente nelle urine ha origine nello stomaco e che i reni sono colpiti secondariamente.

Oltre tutto questo egli è l’inauguratore di tutta una serie di esperimenti che investono la prima metà del XIX secolo, cioè la ricerca e la scoperta del glucosio nel sangue: egli conduce la sua ipotesi sul fatto che il sangue di un individuo sano, se conservato, va incontro a putrefazione, mentre quello di un individuo diabetico si conserva grazie alla presenza di una sostanza resinosa.

Durante tutta la prima metà del secolo si insiste ancora molto sulla “teoria gastrica” di Rollo sostenuta da moltissimi studiosi dopo di lui: si credeva che dei disturbi delle funzioni digestive permettessero una rapida trasformazione dell’amido in glucosio che passava poi nel sangue e da questo nelle urine per essere espulso. Tutto questo è stato dimostrato essere vero solo in parte da Wilhelm Griesinger il quale, ha dimostrato che esiste un’alterazione nei succhi gastrici dei diabetici che hanno questa tendenza particolare, ma ciò che non è stato dimostrato, anzi è stato smentito, è che solo i diabetici hanno glucosio nel sangue.

In questo senso è stato fondamentale l’apporto di Thomas Watson (1843) e Magendie (1847) che con i loro esperimenti hanno dimostrato che il sangue contiene sempre glucosio, sano o diabetico che sia il soggetto e hanno studiato una tecnica basata sulla fermentazione per determinare la quantità di glucosio nel sangue.

Più tardi, nel 1883, compare sul Dizionario Enciclopedico delle scienze mediche la seguente voce a proposito del glucosio nel sangue e della teoria gastrica ancora vigente: «Un nuovo progresso si è dunque compiuto: lo zucchero non è più considerato come un prodotto del tutto estraneo all’organismo; esso deriva, nello stato normale, dai prodotti della digestione, e penetra così nel sangue. Quando sopravviene un disturbo nelle funzioni digestive e assimilatrici, questo zucchero passa in quantità eccessiva nel sangue, si accumula e viene eliminato attraverso le urine, generando il diabete zuccherino».

Ciò che risulta ancora sconosciuta è la causa di questo eccesso di glucosio nel sangue e nelle urine dei diabetici anche se già nel 1855 si deve al medico e fisiologo Claude Bernard la scoperta della funzione glicogenica del fegato: egli infatti grazie agli esperimenti, condotti in particolar modo sui cani, scopre che il fegato possiede una “matière glycogène” (a cui successivamente darà il nome di glicogeno) la cui funzione è quella di generare glucosio da immettere nel circolo sanguigno.

Ecco quello che Claude Bernard diceva durante le sue lezioni al Collège de France: «Le ricerche sul fegato dimostrano chiaramente che esistono secrezioni che possiamo chiamare “interne”, i cui prodotti sono versati nel sangue, anziché essere liberati all’esterno»; «Si deve ritenere dimostrato che il fegato produce una secrezione esterna, la bile, e una secrezione interna, lo zucchero, che entra direttamente nel circolo»; «La presenza di glucosio nel sangue non dipende dall’alimentazione; essa è un fenomeno normale e costante dell’organismo sano».

Con questa importante scoperta C. Bernard mette capo ad un’altra fondamentale svolta nello studio della malattia, dimostrando che lo zucchero presente nel sangue non è solo derivante dell’alimentazione. Quello che lui ignorava però era che il diabete non è dovuto ad un malfunzionamento del fegato, ma ad un disturbo nella funzione endocrina del pancreas, come sarà dimostrato in seguito.

Durante questo secolo il diabete è stato conosciuto meglio anche grazie allo studio accurato delle sue complicanze: nel 1840 ad esempio William Prout ha dato per la prima volta la descrizione completa del coma diabetico definendone molto accuratamente le caratteristiche. Risale agli anni Cinquanta dell’Ottocento anche l’invenzione del “reattivo di Fehling” (1848), una soluzione di solfato di rame usata ancora oggi in laboratorio per mettere in evidenza la presenza di zucchero nei composti organici.

Seconda metà del XIX secolo

Con la seconda metà di questo secolo assistiamo all’evoluzione della “teoria gastrica” di John Rollo e alla scoperta che davvero segna la svolta per la cura di questa malattia, cioè il nesso fra il malfunzionamento del pancreas e il diabete mellito.

Apollinaire Bouchardat è stato il primo nella storia del diabete a sottoporre i suoi pazienti ad una dieta adeguata alla patologia (basti ricordare che nell’antichità i latini curavano il diabete con la somministrazione di vino dolce). Se Bernard è stato innovatore da un punto di vista teorico, Bouchardat lo è stato da un punto di vista pratico, chiaramente con lo stesso obiettivo: la terapia del diabete.

Bouchardat modifica la teoria di Rollo affermando che nei succhi gastrici dei diabetici c’è un enzima che favorisce la trasformazione dell’amido in glucosio, anticipando un processo che dovrebbe avvenire nell’intestino e favorendo il passaggio molto rapido di zucchero nel sangue e nelle urine. Il nome che Bouchardat da a questo enzima è «diastasi glicosurica» che egli estraeva direttamente dal vomito dei diabetici tramite l’uso di varie tecniche e sperimentazioni che l’hanno portato ad affermare come questa presenza fosse patologica e non fisiologica.

Pur commettendo anch’egli un errore ricercando la causa del diabete nello stomaco, ha avuto il grandissimo merito di stabilire un vero e proprio regime alimentare per la cura della malattia; la sua era una dieta così dettagliata che il suo lavoro è ancora molto apprezzato ai giorni nostri perché era l’unica cura del tempo contro questa malattia: egli vietava l’assunzione di pane, alcool, latte, frutta, legumi, miele, vino e consigliava di svolgere molta attività fisica in particolare dopo i pasti e di mangiare molta carne, pesce e salumi.

Per concludere l’analisi storica del personaggio non bisogna dimenticare i suoi studi molto accurati sulla retinopatia diabetica. Riguardo alla retinopatia e alla nefropatia oggi è noto come l’azoturia (presenza di corpi azotati nelle urine) sia sintomo del malfunzionamento dei capillari del rene e della retina; chi già nel 1800 aveva intuito tutto ciò era stato Bouchard, il quale aveva associato l’abbondanza di azoturia alla complicazione della malattia.

Nello stesso periodo emerge la figura di Etienne Lancereaux, uno dei primi fautori della teoria pancreatica del diabete. Nello studio della malattia egli procedette utilizzando le autopsie come metodo di indagine eziologica del diabete e la conclusione a cui è pervenuto è stata di fondamentale importanza per tutte le scoperte che seguiranno: egli aveva riscontrato in soggetti diabetici la presenza di un pancreas distrutto e atrofizzato con la presenza di calcoli biancastri di carbonato di calcio.

L’altro grande merito che va riconosciuto a questo studioso è quello di aver descritto ed individuato in maniera perfetta la distinzione fra diabete «grasso» e diabete «magro» (quelli che nella terminologia moderna, dopo la scoperta dell’insulina, sono stati denominati rispettivamente “diabete non insulino dipendente” e “diabete insulino dipendente”).

Le caratteristiche principali rintracciate nel diabete «grasso» erano l’obesità, il decorso lento della malattia che permetteva una vita lunga e la possibilità di contenere gli effetti della patologia con una dieta adeguata e molto rigida. Contrariamente a questa forma di diabete che Lancereaux definiva «benigno», egli parlava del diabete magro come caratterizzato da «deperimento progressivo», decorso molto rapido che nel giro di due o tre anni portava alla morte e inutilità di una dieta nel curare questa seconda forma della malattia; a tal proposito egli si esprimeva dicendo «siamo impotenti».

Riguardo al pancreas e alle sue alterazioni, Lancereaux aveva anche notato come nella forma “grassa” del diabete non comparissero alterazioni di questo organo, mentre nella sua forma più violenta esso portava alla distruzione del pancreas il quale non poteva più funzionare efficientemente nei processi digestivi, provocando così la malattia. Quest’ultimo passaggio della sua teoria è stato anche il suo limite perché ancora non era stato in grado di individuare la funzione endocrina del pancreas; ma nonostante questo Lancereaux era stato in grado di distinguere le due «forme morbose distinte» di diabete mellito nell’era preinsulinica.

Un’altra fondamentale nozione sul diabete mellito ci è stata fornita nel 1887 da Elias Rojas il quale affermava che «il diabete grasso non esiste nel bambino; il diabete è sempre magro», anticipando perciò la distinzione fra diabete mellito di tipo I (diabete insulino dipendente) tipico dell’età infantile e diabete mellito di tipo II (diabete non insulino dipendente) tipico dell’età adulta. Per concludere questa panoramica sul XIX secolo bisogna citare il nome del fisiologo francese Alfonse Baudoin che per primo ha descritto gli stati patologici di ipoglicemia e iperglicemia nell’uomo.

Pancreas e diabete

220px-gray1100pancreas dans Diabete in Italiano

 

Pancreas, sede principale della malattia

In realtà durante gli ultimi anni del XIX secolo sono state compiute due delle tre scoperte più importanti della storia del diabete: nel 1869 Paul Langerhans descrive le isole pancreatiche e intorno al 1890 Oscar Minkowski e Joseph Von Mering scoprono la funzione endocrina del pancreas.

Il pancreas come organo è stato “ignorato” fino al XVII – XVIII secolo o al massimo descritto vagamente e in maniera errata e i primi a fornirne una descrizione accurata sono stati Morgagni e Vesalio. Basti pensare che anche il Padre della Medicina, Ippocrate, ignorava la sua presenza. Successivamente, prima di Minkowski e Von Mering, era stato preso in considerazione solo per la sua funzione esocrina e per questo motivo la loro scoperta è stata davvero sensazionale.

Nel 1889 questi due studiosi dopo aver effettuato una serie di esperimenti che avevano come oggetto la pancreatectomia compiuta su dei cani, constatarono che c’era un legame fra pancreas e diabete mellito: tutti i cani sottoposti a pancreatectomia presentavano i sintomi classici del diabete mellito grave. Il dato interessante da riportare è che i due hanno compiuto questa scoperta per caso, non potendo assolutamente immaginare che la conseguenza sarebbe stata quella del diabete mellito;

ciononostante arrivarono a constatare che si trattava di «autentico diabete mellito permanente che, sotto tutti gli aspetti, corrisponde alla forma più grave di questa malattia nell’uomo» oltre al fatto che capirono come il diabete mellito non fosse dovuto al mancato apporto pancreatico nei processi digestivi (vedi Lancereaux) ma alla perdita di un’altra funzione di quest’organo, ancora sconosciuta ma chiaramente legata al metabolismo del glucosio.

Sarà nel 1892 che Minkowski dimostrerà come reimpiantando il pancreas estratto ai cani si possa curare il diabete mellito da pancreatectomia senza però il recupero della funzione digestiva (esocrina); aveva dimostrato così la connessione fra pancreas e metabolismo del glucosio e quindi grazie al lavoro portato avanti da questi due studiosi tutte le ricerche successive sono state orientate in questa direzione.

Nell’attribuire i meriti della scoperta non bisogna però dimenticare il già citato Thomas Cawley e Apollinaire Bouchardat, il quale aveva trovato una connessione fra glicosuria e alterazioni del pancreas avendo intuito anche la presenza di “un’altra funzione” del pancreas: «Il pancreas può essere in uno stato normale, e il succo pancreatico rifluire nello stomaco, […]; il pancreas può sembrare sano, e la modificazione non essere che funzionale» (1875).

Sarà nel 1892 che Minkowski dimostrerà come reimpiantando il pancreas estratto ai cani si possa curare il diabete mellito da pancreatectomia senza però il recupero della funzione digestiva (esocrina); aveva dimostrato così la connessione fra pancreas e metabolismo del glucosio e quindi grazie al lavoro portato avanti da questi due studiosi tutte le ricerche successive sono state orientate in questa direzione.

Nell’attribuire i meriti della scoperta non bisogna però dimenticare il già citato Thomas Cawley e Apollinaire Bouchardat, il quale aveva trovato una connessione fra glicosuria e alterazioni del pancreas avendo intuito anche la presenza di “un’altra funzione” del pancreas: «Il pancreas può essere in uno stato normale, e il succo pancreatico rifluire nello stomaco, […]; il pancreas può sembrare sano, e la modificazione non essere che funzionale» (1875).

paul_langerhansisolepancreas

Paul Langerhans, scopritore delle Isole pancreatiche

Le « Isole di Langherans »

Nel 1869 l’istologo tedesco Paul Langerhans descrive le isole del pancreas (chiamate oggi “isole di Langerhans”) grazie a studi istologici condotti al microscopio ma non si pronuncia sul ruolo di queste ultime. Sarà nel 1907 che Sir William Lane distinguerà le cellule α e β all’interno delle isole e nel 1916 Schaffer intuirà che le cellule β delle isole secernono una sostanza che controlla il metabolismo del glucosio e a questa sostanza egli attribuisce il nome di INSULINA e in generale fu riscontrato da molti studiosi del XX secolo il nesso fra degenerazione delle isole e diabete mellito.

220px-suckale08_fig2_islet_structureisole

L’INSULINA

Nei primissimi anni del 1900 si assiste alla scoperta dell’insulina, l’unica cura tuttora possibile per la terapia del diabete. I meriti di questa scoperta vanno attribuiti principalmente a Frederick Banting e Charles Best che nel 1921 riescono ad isolare questo ormone prodotto dalle cellule β del pancreas, ma non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale della scoperta di Minkowski e Von Mering oltre che la scoperta di Georg Ludwig Zuelzer che nel 1908 arriva ad isolare qualcosa di molto simile all’insulina e soprattutto va ricordato Nicolae Paulescu.

Zuelzer crea degli estratti ottenuti dal pancreas per il trattamento del diabete e uno di questi coincideva proprio con l’insulina; dopo una serie di sperimentazioni fu costretto ad abbandonare questa linea di ricerca perché i pazienti trattati con questi estratti erano colpiti da convulsioni probabilmente dovute a crisi ipoglicemiche. Il tentativo di mettere questo estratto sul mercato fallì perché esso era troppo poco purificato per essere utilizzato in ambito clinico ma resta comunque il merito di Zuelzer nell’aver isolato e individuato l’insulina per la prima volta nella storia.

 220px-banting_and_bestcaneesperimento

Banting e Best con uno dei cani usati per i loro esperimenti

Nel 1906 un medico rumeno di nome Paulesco, allievo di Lancereaux, aveva isolato un ormone antidiabetico, una soluzione acquosa di estratto pancreatico al quale aveva dato il nome di “pancreina”. Iniettando questo estratto aveva alleviato i sintomi di cani pancreatectomizzati ottenendo la variazione di stati iperglicemici in stati ipoglicemici e la scomparsa della glicosuria.

Egli descrive accuratamente gli effetti dell’estratto e non sembra esserci alcuna differenza con gli effetti della odierna insulina: «Se nella vena giugulare di un animale reso diabetico dall’asportazione totale del pancreas si inietta un estratto pancreatico si osservano: anzitutto, una temporanea diminuzione o anche un temporaneo annullamento della iperglicemia che può giungere fino all’ipoglicemia; si ha anche una soppressione passeggera della glicosuria; secondo: si constata una riduzione netta della concentrazione dell’urea, nel sangue come nelle urine».

Eugène Gley «scoprì l’insulina senza saperlo»; con una serie di tecniche isolò estratti pancreatici che somministrati a cani privi del pancreas davano come risultato la diminuzione della glicosuria, ma non pubblicò mai le sue scoperte se non dopo l’annuncio di Banting e Best, dopo il 1921. La scoperta del 1921 di Frederick Grant Banting e Best è perciò il risultato della composizione di un puzzle frutto del lavoro intenso di medici scienziati fra Ottocento e Novecento.

Banting, chirurgo ortopedico, compie questa eccezionale scoperta con l’aiuto di un assistente

Charles Herbert Best, a Toronto nell’anno 1921. Grazie a tecniche particolari studiate e sperimentate da Banting i due riuscirono a risolvere il problema della purezza di questo ormone.

Infatti riuscendo a far degenerare il tessuto esocrino del pancreas ottennero insulina “pura”. Interessante è anche ricordare come le isole di Langerhans utilizzate dai due studiosi fossero di origine fetale perché molto più abbondanti di quelle presenti in un animale adulto.

Il 14 agosto 1921 fu fatto il primo esperimento condotto con successo su un cane pancreatectomizzato e il 12 dicembre 1921 la scoperta sensazionale è stata annunciata. Dopo questa scoperta R. D. Lawrence, fondatore della British Diabetic Association, scrive: «Il diabetico non soffrirà mai più la fame o la sete.

Ora può scegliere fra una gran quantità di cibi, secondo il suo gusto e le possibilità, e può ricavarne sufficiente energia per qualsiasi occupazione della vita quotidiana»; tutto questo per testimoniare quello che l’insulina ha rappresentato per la medicina e per i diabetici in particolare. L’11 gennaio 1922 fu condotto il primo esperimento su un essere umano,

Leonard Thompson, un ragazzo diabetico di 14 anni vistosamente migliorato dopo il trattamento con questo ormone che Banting e Best inizialmente chiamarono “isletina” per poi mutuare il nome insulina da Schaffer.

Nel 1923 Banting diventa Premio Nobel per la Medicina per merito di questa scoperta; nel lavoro di questa équipe va tenuto in debito conto anche Joe Gilchrist, medico-diabetico, che fungeva da cavia per gli esperimenti di Banting e Best. Inoltre egli è stato il primo uomo nella storia della medicina a sperimentare l’ipoglicemia indotta da un trattamento terapeutico.

Deve essere ricordato anche il prezioso lavoro del biochimico James Collip che riuscì a purificare l’insulina in modo tale da ridurre al minimo i rischi nell’utilizzo terapeutico di questo ormone

La ricerca dal 1921 ad oggi

Dopo Banting e Best la ricerca ha compiuto passi da gigante fino alla creazione di preparati di insulina, insuline con effetto ritardato e insuline umane ottenute con la tecnologia del DNA ricombinante grazie alla modificazione genica dei batteri. Scoperta l’insulina è stato successivamente identificato il glucagone, altro enzima prodotto dalle cellule

α delle isole di Langerhans ad azione opposta rispetto all’ormone prima citato, cioè iperglicemizzante.

Anche la terapia della malattia si è notevolmente modificata, a partire da un’unica iniezione giornaliera di insulina lenta (anni Quaranta-Cinquanta) si è arrivati successivamente alla terapia multi iniettiva che ha dato i suoi maggiori frutti negli anni novanta, garantendo un maggior autocontrollo grazie all’azione combinata di insulina rapida e lenta.

Negli ultimi 10 anni è stata introdotta una vera e propria tecnologia capace di simulare l’azione naturale del pancreas, cioè i modernissimi e rivoluzionari microinfusori di insulina. Ad oggi sono stati già progettati microinfusori capaci di leggere istantaneamente il tasso glicemico e modificare l’infusione di insulina istante per istante, autonomamente, sulla base di questa rilevazione.

A cavallo fra gli anni ottanta e Novanta sono state sviluppate anche le strisce reattive per l’autocontrollo della glicemia, strumento indispensabile insieme ai misuratori della glicemia, i reflettometri. Per quanto concerne lo studio dell’eziopatogenesi della malattia le ultime scoperte indicano come causa principale prima di tutto una componente ereditaria che, unitamente a fattori ambientali, è alla base di meccanismi autoimmuni che distruggendo le isole di Langerhans provocano la malattia.

 

 

TUTTO SUL DIABETE (Che cos’é il diabete) 14 décembre, 2009

Classé dans : Diabete in Italiano — Sentinelle Chrétienne @ 17:18

                              diabet.bmp

Il diabete è una malattia cronica che accompagna il paziente per tutta la vita e si manifesta in diverse forme, che hanno però tutte un punto in comune: l’alterazione dell’utilizzo dei carboidrati, che si traduce in un aumento dei livelli di zucchero (glucosio) nel sangue.
Tale alterazione, dal punto di vista clinico, viene definita
iperglicemia.

Tale alterazione è dovuta alla carenza totale o relativa di un ormone prodotto dal pancreas, indispensabile per la vita, che si chiama insulina o all’eccesso di fattori che contrastano l’azione dell’insulina.
L’attuale classificazione (American Diabetes Association 2003) comprende quattro tipi di diabete:

- diabete di tipo 1, dovuto alla distruzione delle cellule beta del pancreas, con conseguente mancanza di insulina;- diabete di tipo 2, dovuto a un difetto della produzione di insulina preceduta da una condizione di resistenza all’azione dell’insulina stessa;

- altri tipi specifici di diabete, dovuti a varie cause, tra cui difetti genetici e malattie del pancreas;

- diabete gestazionale, diagnosticato durante la gravidanza

Le due forme principali sono comunque il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2, che ora spiegheremo meglio.

Diabete di tipo 1

Compare di solito nelle persone giovani, normalmente prima dei 35 anni. Nei casi tipici si presenta all’improvviso, con una sintomatologia variabile che comprende in particolare un’intensa sensazione di sete, un aumento del volume di urina e dell’appetito, nonostante il quale il paziente perde peso.

In alcuni casi la malattia viene svelata dalla comparsa di chetoacidosi durante una malattia intercorrente o dopo un intervento chirurgico (chetoacidosi significa alterazione dell’equilibrio acido-base del sangue dovuto all’accumulo di corpi chetonici derivanti dall’aumentato metabolismo degli acidi grassi; si manifesta con vari gradi di alterazione della funzione cerebrale che può arrivare fino al coma).

Questa forma di diabete viene considerata una malattia del sistema immunitario, nel corso della quale le cellule del pancreas che producono insulina vengono attaccate e distrutte da altre cellule del nostro stesso organismo. Esiste una certa predisposizione genetica a sviluppare questa malattia, ma non se ne conosce la causa vera e propria.

I pazienti ai quali è stato diagnosticato il diabete di tipo 1, dal momento della diagnosi devono essere trattati con insulina: non rispondono ad alcun altro trattamento farmacologico, in quanto non sono in grado di produrre insulina, per tale motivo questo tipo di diabete viene anche detto insulino-dipendente.

Diabete di tipo 2

È conosciuto anche come diabete dell’adulto a causa del fatto che si manifesta in persone di età più avanzata, tipicamente in sovrappeso; ha di solito un esordio molto meno evidente, motivo per cui non è raro che venga diagnosticato vari anni dopo l’inizio vero e proprio della malattia; per esempio, accade che il paziente abbia un infarto del miocardio (del cuore) e che, nel corso delle analisi, venga individuata una grave iperglicemia.

È la forma più comune di diabete (ne è affetto il 90-95% dei soggetti diabetici). Viene anche detto diabete non insulino-dipendente.

Questo diabete non ha origine da un disturbo immunologico come il precedente ed è caratterizzato da due aspetti:

I pazienti ai quali è stato diagnosticato il diabete di tipo 1, dal momento della diagnosi devono essere trattati con insulina: non rispondono ad alcun altro trattamento farmacologico, in quanto non sono in grado di produrre insulina, per tale motivo questo tipo di diabete viene anche detto insulino-dipendente.

la resistenza all’azione dell’insulina nei muscoli e nel fegato, cui si aggiunge progressivamente la diminuita secrezione di insulina da parte del pancreas. Con insulino-resistenza s’intende una condizione per cui i tessuti non sono in grado di utilizzare adeguatamente l’insulina presente nell’organismo. Fattori di rischio per la comparsa del diabete di tipo 2 sono: il sovrappeso, l’obesità, la sedentarietà, il consumo di diete ricche di grassi e povere di fibre, una storia di diabete gestazionale, la presenza di altri casi di diabete di tipo 2 nell’ambito della stessa famiglia e la cosiddetta “sindrome metabolica”, caratterizzata dall’associazione di elevati valori di trigliceridi nel sangue, di basso livello di valore di HDL.

pressione arteriosa elevata e obesità di tipo addominale.

Il trattamento di questi pazienti comincia prima di tutto con la dieta e l’esercizio fisico per passare progressivamente e a seconda delle necessità, a incorporare i farmaci antidiabetici orali. Negli stadi avanzati è possibile che diventi necessaria la terapia con insulina, quando il pancreas perde la capacità di produrre l’insulina necessaria.

PrevalenzaPianeta Diabete La prima fotografia italiana

Le ultime stime parlano di 2.000.000 di diabetici in Italia.
Il numero è destinato a salire: per il 2025 si prevede che raggiungerà i 5.000.000. Ogni anno si registrano circa 100.000 nuovi casi, ma il dato più allarmante è che il 30% dei casi di
diabete di tipo 2 non è diagnosticato.

Prendendo le mosse da questo scenario preoccupante e per rispondere alla “missione” associativa, l’AMD ha dato vita nel 2002 ad Aware: un progetto che nasce allo scopo di evidenziare al medico (specialista e di famiglia) il reale atteggiamento e le concrete necessità del paziente diabetico oggi.

Questo per aiutare il medico a colmare le lacune “culturali” e identificare nuove strategie di intervento per la gestione ottimale del paziente. Punto di partenza per il progetto, un’indagine sociologica, che ha messo in luce il vissuto psicologico e clinico del paziente diabetico, la percezione e la valutazione della patologia da parte della classe medica.

Per la prima volta, quindi, medico e paziente si confrontano allo specchio sui diversi aspetti del diabete e delle complicanze. L’indagine, realizzata nel novembre del 2002, si basa su un campione rappresentativo di 1000 pazienti e 1000 medici suddivisi tra medici di medicina generale e specialisti.

Il campione dei pazienti è stato selezionato in modo omogeneo in tutte le regioni italiane ed è composto per il 55,1% da uomini e per il 44,9% da donne; circa il 30% dei pazienti intervistati ha avuto diagnosticato il diabete prima dei 40 anni ed è affetto da questa patologia mediamente da 15.8 anni.Una convivenza difficile, quella con il diabete.La diagnosi arriva spesso all’improvviso e con essa le ansie legate alla comparsa delle gravi complicanze associate alla malattia.
Alcune di queste sono note da tempo e i pazienti ne parlano liberamente con il medico: è il caso delle malattie cardiovascolari e della
retinopatia, che sono fra i principali fattori di rischio associati al diabete.

Altre sono vissute in silenzio, come la disfunzione erettile, che spesso non viene percepita come una vera e propria patologia dal paziente stesso. Ma questi non sono gli unici aspetti “sommersi” del pianeta diabete: l’inesorabile appuntamento quotidiano con l’autocontrollo della glicemia e con le terapie, che hanno inevitabili e dirette ripercussioni sull’organizzazione quotidiana e di conseguenza sulla qualità della vita, tanto nei rapporti di lavoro quanto nella convivenza con familiari e amici, sono altri punti nodali sviscerati da questa indagine. Una realtà complessa quella del

diabete, che coinvolge molteplici livelli di analisi e di intervento.

L’indagine dell’Associazione Medici Diabetologi ha l’ambizione di dare un contributo in questa direzione.

I dati sulla prevalenza del diabete in Italia

http://www.salute.gov.it/dettaglio/pdPrimoPiano.jsp?id=107&sub=1&lang=it 

Diagnosi del diabète Un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (iperglicemia) non sempre è sufficiente per diagnosticare il diabete. Vi sono infatti situazioni di alterata glicemia a digiuno (valori tra 100 mg/dl e 125 mg/dl; “mg/dl” vuol dire “milligrammi di glucosio presenti in ogni decilitro di sangue”) e di cosiddetta “ridotta tolleranza al glucosio” (valori tra 140 mg/dl e 199 mg/dl dopo “carico di glucosio”, ovvero dopo 2 ore dall’ingestione di una soluzione contenente 75 grammi di glucosio), che attualmente si preferisce definire come prediabete.

Entrambe queste condizioni sono comunque un campanello d’allarme che il medico non sottovaluta; sono infatti già dei fattori di rischio per il diabete e le malattie del cuore e dei vasi. Criteri utilizzati dal medico per la diagnosi del diabete (è il medico che pone le diagnosi, evita il “fai da te”) Sintomi di diabete e il riscontro di una glicemia, indipendentemente dall’assunzione di cibo, maggiore o uguale a 200 mg/dl.

I classici sintomi del diabete includono: aumento della necessità di bere e urinare, e inspiegabile calo di peso. oppure Glicemia a digiuno (almeno 8 ore senza ingestione di cibo) maggiore o uguale a 126 mg/dl. oppure Glicemia dopo carico di glucosio maggiore o uguale a 200 mg/dl.

Il medico può ritenere opportuno confermare questi criteri ripetendo il test in un giorno successivo.

Riferimenti bibliografici. American Diabetes Association. Standards of Medical Care in Diabetes, 2006. Diabetes Care 2006; vol 2 (suppl 1); edizione italiana a cura dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): Gli standard ADA delle cure mediche per i pazienti con il diabete mellito, 2007.

 

Quali sono i sintomi tipici del diabete?

La principale causa dei sintomi tipici del diabete è l’iperglicemia (livelli elevati di glucosio nel sangue). Molti dei segni del diabete di tipo 1 e di tipo 2 sono simili: in entrambi i casi, il glucosio è presente in quantità eccessiva nel sangue e insufficiente all’interno delle cellule. I livelli elevati di glucosio nel diabete di tipo 1 sono dovuti a una carenza di insulina, dovuta alla distruzione delle cellule che la producono.

Il diabete di tipo 2 si sviluppa quando le cellule dell’organismo diventano resistenti all’insulina che viene prodotta.
La conseguenza, comunque, è che le cellule non ricevono il
glucosio di cui hanno bisogno e l’organismo del paziente lo informa del problema attraverso i segni e i sintomi. Cerca i seguenti segni e sintomi del diabete e riferiscili al tuo medico:

Visite frequenti in bagno

Di recente ti capita di avere bisogno più spesso di andare in bagno? Hai l’impressione di urinare tutto il giorno? Lo stimolo a urinare si fa più frequente quando nel sangue c’è troppo glucosio.
Se l’insulina manca o è inefficace, i reni non riescono a filtrare il
glucosio e lo rinviano nel sangue.

Di conseguenza i reni si sovraccaricano e cercano di estrarre acqua in più dall’organismo per diluire il glucosio. La vescica si riempie quindi di continuo e tu senti sempre il bisogno di correre in bagno.

Sete implacabile

Se ti sembra di bere molto più del solito e che l’acqua non ti basti mai, potrebbe essere un segno di diabete, soprattutto se si accompagna al bisogno di urinare di frequente. Se il tuo organismo estrae più acqua dal sangue e corri più spesso in bagno, ti disidrati e senti il bisogno di bere di più per rimpiazzare l’acqua che stai perdendo.

Dimagrire senza volerlo

Questo sintomo si nota maggiormente con il diabete di tipo 1, anche quando si assume più cibo per aumento dell’appetito. Dal momento che le cellule non ricevono il glucosio, l’organismo inizia a scomporre il tessuto muscolare e il grasso, ricavando così energia.
Il
diabete di tipo 2, invece, si sviluppa gradualmente, man mano che aumenta la resistenza all’insulina; pertanto, la perdita di peso non è altrettanto evidente, anche perché spesso si tratta di soggetti che partono da condizioni di sovrappeso/obesità.

Debolezza e affaticamento

Il responsabile di questi disturbi è sempre il glucosio. Il glucosio presente nel cibo raggiunge il sangue, dove l’insulina dovrebbe favorirne il passaggio nelle cellule dell’organismo. Le cellule utilizzano il glucosio per produrre l’energia che ci serve per vivere. Se manca l’insulina, o se le cellule non reagiscono più alla sua presenza, il glucosio rimane al di fuori delle cellule, nella corrente sanguigna. Le cellule restano prive di energia, facendoti sentire stanco e abbattuto.Formicolio, intorpidimento e/o dolore alle mani, alle gambe o ai piediQuesti sintomi accompagnano una complicanza del diabete mellito detta neuropatia. Si presentano gradualmente nel corso del tempo, man mano che la glicemia costantemente elevata danneggia il sistema nervoso, soprattutto a livello degli arti.Il diabete di tipo 2 ha un esordio graduale e, spesso, le persone non si rendono conto di soffrirne. Pertanto, la glicemia può restare elevata per più di qualche anno, prima che la malattia venga diagnosticata.
I danni ai nervi possono verificarsi subdolamente, senza che ce ne rendiamo conto.
Molto spesso la neuropatia può migliorare quando si riesce a ottenere un miglior controllo del glucosio nel sangue.

Altri segni e sintomi possibili

Anche disturbi della vista dovuti alle complicanze del diabete mellito a carico degli occhi, pelle secca o prurito, infezioni frequenti o tagli e lividi che impiegano molto tempo per guarire, possono segnalare che qualcosa non va. Anche in questo caso, se questi segni sono associati al diabete, sono la conseguenza dei livelli elevati di glucosio nell’organismo.
Se noti qualcuno di questi segni, parlane con il tuo medico, che potrà valutare una possibile diagnosi di
diabete.

In casi estremi il diabete può dar luogo al coma (che nel diabete mellito di tipo 1 dipende dalla formazione di corpi chetonici per aumentato metabolismo degli acidi grassi, mentre nel diabete mellito di tipo 2 deriva da una grave disidratazione dovuta al fatto che il paziente, che ha perso molta acqua con le urine, non beve a sufficienza per reintegrare le perdite di liquidi).

Che conseguenze ha il diabete sull’organismo?

Nel sangue i livelli di glucosio aumentano oltre il normale e parte di esso comincia a essere eliminato con l’urina (glicosuria), portando via con sé acqua e minerali; per tale motivo, il paziente urina molto, perde molti liquidi e prova una forte sensazione di sete. Se questa sensazione perdura nel tempo, è possibile che provochi disidratazione.
Perché può anche capitare che si dimagrisca, nonostante si mangi di più? L’organismo, non potendo assorbire
glucosio per ricavarne energia, ne sente la mancanza e allerta i centri dell’appetito, in modo che il paziente provi fame.

Inoltre, l’organismo inizia a utilizzare i grassi accumulati, producendo acetone, perdita di peso e stanchezza, e causando una situazione di chetosi che può alterare lo stato di coscienza, fino ad arrivare al coma.

L’iperglicemia grave può provocare problemi a lungo termine?

I livelli elevati di glucosio nel sangue (iperglicemia), che persistono a lungo, possono danneggiare diversi organi: gli occhi, con perdita progressiva della vista, fino a determinare la cecità; i reni, con perdita progressiva della funzione renale, fino ad arrivare alla dialisi;

il sistema nervoso periferico, con alterazione della sensibilità degli arti inferiori, che comporta un grave rischio di ulcere e amputazioni; il sistema nervoso autonomo, con alterazioni dell’apparato digerente e urinario, nonché della sfera sessuale (impotenza).

L’iperglicemia influisce inoltre sui grandi vasi sanguigni del cuore, con rischio di infarto del miocardio e sulle arterie degli arti inferiori, con rischio di amputazioni.

Sebbene queste complicanze si manifestino con il passare del tempo, in alcuni pazienti affetti da diabete di tipo 2 nei quali la malattia viene diagnosticata tardivamente, è possibile che siano presenti sintomi di queste complicanze già al momento della diagnosi del diabete.

http://www.farmacia.it/main/comunita/test/calcolodelbmi

CuraQuali sono gli obiettivi del trattamento Ottenere un controllo glicemico adeguato, secondo gli obiettivi concordati con il tuo medico. Alleviare ed evitare la comparsa dei sintomi tipici del diabete. Evitare lo sviluppo di possibili complicanze acute e croniche dovute al cattivo controllo del diabete, mantenendo così una migliore qualità della vita. Tenere sotto controllo la pressione arteriosa, il colesterolo, i trigliceridi e altri fattori che possono far aumentare il rischio di comparsa di altre infermità, soprattutto di natura cardiovascolare (infarto cardiaco).

Tu puoi fare molto per prevenire o rallentare la manifestazione dei problemi legati al diabete. Come ?

Resta attivo

Concorda con il tuo medico un’alimentazione sana e un’attività fisica regolare adatta a te.

Mantieni il controllo glicemico

Il controllo glicemico è fondamentale nella gestione del diabete mellito. Importanti studi clinici hanno dimostrato che un adeguato controllo glicemico si associa a una riduzione prolungata dell’incidenza di patologie della retina, dei reni e dei nervi.

Sono due le principali tecniche che il medico ha a disposizione per valutare l’efficacia del piano terapeutico in atto:

a). Autocontrollo glicemico. L’autocontrollo è utile per adeguare terapia, dieta e attività fisica e per prevenire il rischio dell’ipoglicemia. La frequenza con cui effettuare l’autocontrollo deve essere stabilita con il proprio medico, in base alle proprie esigenze e agli obiettivi della cura. Se si è in trattamento con insulina vengono comunque di solito raccomandate 3 o più misurazioni al giorno.b). Emoglobina glicata (HbA1c). L’emoglobina glicata riflette il valore della glicemia media degli ultimi 2-3 mesi. Di solito questo esame viene richiesto dal medico almeno due volte all’anno; può ritenerne necessaria l’esecuzione con frequenza trimestrale se il controllo metabolico non è ottimale o se la terapia è stata variata. Per poter meglio valutare il controllo glicemico di un certo paziente, il medico spesso prende in considerazione sia i risultati dell’automonitoraggio sia i valori di emoglobina glicata.

Obiettivi solitamente raccomandati per un efficace controllo del diabete

Emoglobina glicata minore di 7,0%

Glicemia a digiuno 90-130 mg/dl

Glicemia 1-2 ore dopo il pasto minore di 180 mg/dl 

Gli obiettivi devono essere comunque individuali, vengono quindi stabiliti dal medico, in base alle particolari caratteristiche del singolo paziente.

American Diabetes Association. Standards of Medical Care in Diabetes, 2006. Diabetes Care 2006; vol 29(suppl 1); edizione italiana a cura dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): Gli standard ADA delle cure mediche per i pazienti con il diabete mellito, 2006.

Tieni sotto controllo la pressione del sangue

Come deve essere la mia pressione?

Avere una pressione arteriosa, cioè del sangue, normale aiuta a prevenire i danni agli occhi, ai reni , al cuore e ai vasi sanguigni.
La
pressione arteriosa viene indicata con due cifre separate da una barra. Per esempio, 120/70 si legge “120 su 70”.Il primo numero dovrebbe restare sotto 130 e il secondo 80.
Cerca di tenere la
pressione arteriosa il più vicino possibile a questi numeri.
Se hai già un disturbo ai
reni , chiedi al tuo medico quali sono i valori migliori per te. Il programma alimentare, l’attività fisica e i farmaci prescritti dal medico possono aiutarti a raggiungere il valore ideale della pressione arteriosa.American Diabetes Association. Standards of Medical Care in Diabetes, 2006. Diabetes Care 2006; vol 29(suppl 1); edizione italiana a cura dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): Gli standard ADA delle cure mediche per i pazienti con il diabete mellito, 2006.

Controllati il colesterolo

Come deve essere il mio colesterolo

Avere livelli normali di colesterolo e altri grassi nel sangue aiuta a prevenire la cardiopatia e l’ictus, i problemi di salute più gravi per le persone con il diabete. Mantenere sotto controllo il colesterolo può favorire la circolazione del sangue. Controlla i livelli dei lipidi (grassi) nel sangue almeno una volta l’anno.
Il programma alimentare, l’
attività fisica e i farmaci prescritti dal medico possono aiutarti a raggiungere il valore ideale del colesterolo nel sangue.

Livelli ideali dei lipidi ematici per i pazienti diabetici

Colesterolo LDL meno di 100

Colesterolo HDL oltre 40 (uomini) oltre 50 (donne)

Trigliceridi meno di 150

American Diabetes Association. Standards of Medical Care in Diabetes, 2006. Diabetes Care 2006; vol 29(suppl 1); edizione italiana a cura dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): Gli standard ADA delle cure mediche per i pazienti con il diabete mellito, 2006.

Non fumare

Il fumo e il diabetesono una combinazione pericolosa.
Chi fuma aumenta il rischio di problemi legati al
diabete.
Se smetti di fumare, ridurrai il rischio di
infarto cardiaco, ictus, neuropatie (malattie dei nervi) e nefropatie (malattie dei reni).
Possono inoltre migliorare i livelli di colesterolo e della
pressione arteriosa. Migliorerà anche la circolazione del sangue.

Cose da fare ogni giorno per curare bene il diabete Il paziente ha un ruolo importantissimo nella terapia. Per curare bene il diabete occorre che il paziente segua in particolare 8 regole d’oro. Segui il programma alimentare sano che avete elaborato insieme tu e il tuo medico. Fai attività fisica per un totale di 30-45 minuti per 3-5 giorni la settimana. Chiedi al tuo medico quali sono le attività adatte a te.

Assumi sempre le tue dosi quotidiane dei farmaci per il diabete. I pazienti con diabete di tipo 1 devono sempre assumere insulina, quelli con il tipo 2 devono consultare il medico, che prescriverà il farmaco appropriato. Controlla la glicemia con la frequenza indicata dal medico. Controlla tutti i giorni di non avere tagli, bolle, piaghe, gonfiori o rossori sui piedi, né alterazioni delle unghie dei piedi. Spazzolati i denti e puliscili con il filo interdentale tutti i giorni. Controllati la pressione arteriosa e il colesterolo. Non fumare.

Consigli

La dieta e una regolare attività fisica sono due punti fondamentali del tuo trattamento. Consigliati con il dietologo per seguire una dieta personalizzata. Il dietologo farà in modo che nella tua dieta giornaliera sia presente una quantità di carboidrati sufficiente al tuo fabbisogno, tenendo presente che sia la quantità totale sia il tipo di carboidrati possono influenzare la glicemia.

Devi prestare particolare attenzione al contenuto e alla preparazione dei cibi. Rispetta il numero di porzioni degli alimenti, in quanto la dimenticanza di una porzione può provocare la comparsa di ipoglicemia, cioè far abbassare troppo gli zuccheri nel sangue. Se sei in sovrappeso cerca di dimagrire. Questo obiettivo viene solitamente raggiunto riducendo l’apporto di calorie e aumentando l’attività fisica.

Una moderata riduzione dell’apporto calorico permette una lenta ma progressiva riduzione del peso: per dimagrire in sicurezza, rivolgiti al medico e/o al dietologo! Mantenere costante il peso corporeo facilita il controllo del diabete.

Le bibite contengono generalmente grandi quantità di zuccheri, e quindi devi evitarle; se vuoi consumarle, ricordati di scegliere bibite con dolcificanti artificiali, del tipo light. Segui un regolare programma di attività fisica, adattato alle tue caratteristiche individuali.

L’attività fisica raccomandata all’inizio del programma deve essere modesta, per essere aumentata gradualmente in durata e frequenza. L’obiettivo da raggiungere è quello di 30-45 minuti di moderata attività aerobica (camminata, bicicletta, nuoto) per 3-5 giorni la settimana: in tutto dovresti arrivare a fare almeno due ore e mezza di attività fisica la settimana! In ogni caso, consigliati con il tuo medico. L’esercizio fisico migliora il controllo della malattia riducendo i livelli di zucchero nel sangue e favorisce la perdita di peso.

Alcuni esercizi/sport non si possono praticare in presenza di alcune complicanze del diabete oppure richiedono l’esecuzione di un test da sforzo da parte di uno specialista: parlane con il tuo medico. Non saltare mai nessuna dose dei farmaci antidiabetici e neppure le iniezioni di insulina, anche se hai livelli di glicemia bassi. In questo caso puoi ridurre la dose di insulina, ma non evitare di assumerla. In queste situazioni è sempre meglio consultarti con il tuo medico.

Esegui i controlli di automonitoraggio della glicemia seguendo le raccomandazioni del tuo medico. È necessario misurare la glicemia prima dei pasti, per calcolare la dose di insulina e dopo i pasti per valutarne l’effetto. Controlla la glicemia nel caso noti dei sintomi di ipoglicemia. Esegui dei controlli rigorosi quando devi guidare a lungo o fai un lavoro pericoloso, nonché prima e dopo aver fatto esercizio fisico.

È necessario prevenire la comparsa di possibili lesioni ad altri organi. Controllati tutti i giorni i piedi, mantenendo una buona igiene e una buona idratazione. Se compare una piccola lesione, consultati con il tuo medico. Sottoponiti a una visita oculistica, salvo diversa indicazione dell’oculista. L’associazione di ipertensione arteriosa e/o alterazioni dei grassi del sangue è frequente. Non dimenticare che curare questi problemi è molto importante per la prevenzione di altre complicanze.

Ogni anno vaccinati contro l’influenza. Almeno una volta nella vita sottoponiti anche alla vaccinazione anti-pneumococco. Lo pneumococco è il batterio più frequente nelle polmoniti. Una singola rivaccinazione è raccomandata per i soggetti con età superiore a 64 anni che abbiano già effettuato una prima vaccinazione più di 5 anni prima.  

Informazioni scaricabili:

Che cos’è il diabete

Le complicanze

L’ABC dell’insulina

Guida all’assunzione dell’insulina

 

Accueil

/author/salvatorecomisi/

 

 

 
 

koki |
EGLISE DE DIEU Agapè Intern... |
UNION DES EVANGELISTES INTE... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | bornagain
| وَلْ...
| articles religieux