SENTINELLE CHRETIENNE

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(14) Apocalisse: La trinità diabolica, La Bestia del Mare 1 décembre, 2011

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27 – La Bestia del Mare, di Fernando Monzio CompagnoniDa: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Dopo aver portato in scena l’orrendo dragone che perseguita la Donna e Suo figlio, cioè la Chiesa e Cristo, l’Apocalisse ci mostra altre due bestie dall’aspetto non meno terrificante, indicate convenzionalmente con i nomi di Bestia del Mare e Bestia della Terra, e descritte nel capitolo 13. Ecco la prima:

« Vidi salire dal mare una Bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La Bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il Drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla Bestia, e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla Bestia e adorarono la bestia dicendo: « Chi è simile alla Bestia e chi può combattere con essa? »

Alla Bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu permesso di far guerra contro i Santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. La adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato » (13:1-8)

Questo brano si rifà al testo di un’altra apocalisse, l’apocrifo Quarto Libro di Esdra, in cui si legge che un’aquila dalle dodici ali sale dal mare; ma entrambe queste visioni apocalittiche sono chiaramente ispirate alla formidabile visione di Daniele 7:2-8:

« Io, Daniele, guardavo nella mia visione notturna ed ecco, i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Mar Mediterraneo e quattro grandi bestie, differenti l’una dall’altra, salivano dal mare.

La prima era simile ad un leone e aveva ali di aquila. Mentre io stavo guardando, le furono tolte le ali e fu sollevata da terra e fatta stare su due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d’uomo.
Poi ecco una seconda bestia, simile ad un orso, la quale stava alzata da un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: «Su, divora molta carne».

Mentre stavo guardando, eccone un’altra simile a un leopardo, la quale aveva quattro ali d’uccello sul dorso; quella bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio.

Stavo ancora guardando nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d’una forza eccezionale, con denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava: era diversa da tutte le altre bestie precedenti e aveva dieci corna.

Stavo osservando queste corna, quand’ecco spuntare in mezzo a quelle un altro corno più piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte: vidi che quel corno aveva occhi simili a quelli di un uomo e una bocca che parlava con alterigia. »

Nel caso di Daniele, è all’opera la persecuzione di Antioco IV Epifane (e non quella di Nabucodonosor, perchè l’autore del libro viveva al tempo dei Maccabei). Anche in quel caso le bestie salgono dal mare, tradizionale simbolo del male, del disordine, della morte e in generale di tutte le forze che si oppongono al Piano di Dio sulla Creazione.

Le bestie sono quattro, e secondo i commentatori rappresentano altrettante epoche storiche ed altrettanti imperi politici. Il leone simboleggerebbe l’Impero Neobabilonese di Nabucodonsor, l’orso l’Impero dei Medi, il leopardo l’Impero Persiano, e la quarta l’Impero Greco fondato da Alessandro Magno (cui infatti i contemporanei attribuivano « una forza eccezionale », in grado di vincere ogni nemico con il un rullo compressore della sua falange macedone) e poi spartito tra i suoi successori, i Diadochi. Altri studiosi parlano invece dell’Impero Neobabilonese, dell’Impero dei Medi e dei Persiani, dell’Impero di Alessandro Magno e dell’Impero Siriano dei Seleucidi.

In tutte le interpretazioni, comunque, i dieci corni della bestia sono proprio altrettanti sovrani ellenistici (la loro individuazione è discussa), mentre il corno più piccolo, con occhi e bocca come in un incredibile fumetto ante litteram, sarebbe proprio Antioco IV Epifane, il nemico giurato dei Maccabei.

Le incarnazioni delle Quattro Bestie di Daniele sono di solito ricondotte ad altrettante figure dello Zodiaco Mesopotamico, individuate dal moto in esse dei sette pianeti, un po’ come la celebre « Era dell’Acquario » di cui favoleggiano tanto i cultori della New Age. Ad ogni modo il messaggio di Daniele è chiaro: il potere politico rivela sempre un terribile aspetto bestiale.

Anche la Bestia del Mare di Giovanni è simile ad una pantera, ha le zampe di un orso e le fauci come quelle di un leone. Essa insomma assomma in sé tutte le caratteristiche negative degli imperi visti da Daniele: il leone è simbolo di prepotenza regale, l’orso di altera ferocia, la pantera di rapidità e infallibilità nel cacciare la preda. Ne viene di conseguenza che la Bestia del Mare rappresenta la potenza politica e militare che si contrappone e combatte Cristo e la sua Chiesa.

Come il Drago, anche la bestia ha sette teste e dieci corna, quindi ne è la riproduzione fedele, simbolo del fatto che ne ricalca la malvagità: le corna sono qui simbolo della capacità di ferire e di uccidere, e le sette teste (sette è il numero della perfezione) sono simbolo di immenso potere; il loro significato sarà spiegato in 17:9-14. I nomi blasfemi sono ovviamente i titoli divini che gli imperatori romani si arrogavano.

Nelle mani di Satana

Il Dragone dà alla Bestia la sua potenza, il suo trono e la sua autorità: se ricordiamo che il Dragone è Satana (12:9), questo significa che il potere imperiale non viene da Dio, ma dal demonio. Non dimentichiamo quanto quest’ultimo ha detto a Gesù durante le tentazioni del deserto:

« Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio » (Luca 4:6).

Da notare che una delle teste della Bestia appare ferita a morte, ma la sua ferita mortale è stata guarita. Questo potrebbe essere interpretato come una sconfitta militare subita dall’Impero Romano sotto il regno di Domiziano, che non brillò certo per prodezza e gloria, ma c’è probabilmente un altro significato, che vedremo alla fine. Una cosa è certa: la Bestia, appena arrivata, riscuote un successo immediato ed immenso.

Una folla incalcolabile la osanna e la crede un nuovo Cristo venuto in terra; ed essa proferisce, come c’era da aspettarsi, parole arroganti e bestemmie. Questa terribile visione ci fa pensare agli abbaiamenti isterici di Adolf Hitler di fronte a folle sterminate in delirio, che lo acclamavano e ripetevano le sue parole di odio e di prevaricazione. Davvero, nell’immaginario collettivo, egli più di ogni altro ha proferito bestemmie contro Dio, compiendo l’agghiacciante profezia di Giovanni.

Del resto, il recente romanzo « The Castle in the forest » di Norman Mailer è tutto costruito intorno all’assunto secondo cui Hitler è il profeta che annuncia l’Anticristo, e il Nazismo è tutta un’orribile creazione di Satana. Così disse Mailer in un’intervista: « La famiglia di Hitler non era peggiore di tante altre. Il male che era in lui veniva dal Maestro [Satana, è così che il Maligno è chiamato nel romanzo]. Vi furono all’epoca cento o forse mille occasioni in cui Satana cercò una persona in Europa e alla fine scelse Hitler.

Le condizioni erano propizie, Satana aveva bisogno della persona giusta e la trovò. Satana non scelse Hitler perché era particolarmente malefico, ma per le sue virtù: veniva da origini umili, era un uomo ordinario, non si considerava un sessista. Era perfetto per il disegno che si prefiggeva ». Era insomma una perfetta Bestia del Mare, per dirla con Giovanni.

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Naturalmente io rifuggo da concezioni millenariste che vedono nell’illustratore austriaco l’annunciatore della Fine del Mondo da compiersi nel solito anno 2000, che peraltro è passato senza troppi scossoni: egli è diventato nell’immaginario popolare incarnazione del Male, così come Einstein è diventato l’incarnazione del Genio e Madre Teresa dell’Amore, ma quanto detto per lui potrebbe ripetersi per mille altri criminali assurti al massimo onore, da Stalin a Pol Pot, da Pinochet a Idi Amin Dada, le cui vittime mietute nel corso del Secolo Breve non si calcolano a migliaia, ma a milioni.

In ogni caso le parole di Giovanni, che si possono applicare a tutti i tiranni e i Göring della storia, sono efficacissime nell’esprimere il fascino esercitato sugli uomini da un impero assolutista, da un potere accentratore, da un Uomo Forte che sembra addirittura mandato da Dio per mettere ordine nel marasma della storia, e che poi sostituisce il culto della propria persona al culto dell’Unico Vero Signore, come si è visto dai tempi di Antioco IV Epifane fino a quelli di Saddam Hussein.

La costanza dei Santi

Eppure, San Giovanni ci ricorda con insistenza che il potere assoluto di questi despoti è comunque limitato nel tempo, durando al massimo quarantadue mesi: i soliti tre anni e mezzo che indicano un tempo circoscritto e destinato alla caduta. Solo per questo periodo, per quanto buio e sanguinario, il Male può scatenare la propria offensiva contro la Chiesa di Dio, e sembrare apparentemente vincitore, sopprimendo santi ed innocenti.

Viene in mente a questo proposito Franz Jägerstätter (1907-1943), padre di famiglia austriaco che rifiutò ad ogni costo la chiamata alle armi tra le SS per le sue convinzioni religiose, e che fu per questo processato e ghigliottinato a Berlino il 9 agosto 1943; martire della libertà di coscienza, è stato proclamato beato il 26 ottobre 2007. Non sembrava forse vittorioso il Nazionalsocialismo, quando infuriava ed assassinava crudelmente chiunque si opponeva alla sua volontà di dominio universale? Eppure esso pure è stato sconfitto, conformemente alle assicurazioni dell’Apocalisse. In questo senso essa costituisce una profezia: perchè descrive ciò che la Chiesa deve soffrire lungo tutta la durata della storia dell’uomo.

A questo punto Giovanni stesso leva la sua voce e ci fa sentire il proprio ammonimento:

« Chi ha orecchi, ascolti: Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi. » (13:9-10).

Quest’ammonizione è ripresa da Geremia 15:2, dove il profeta rivolge al popolo aspre minacce per le sue molte infedeltà al Signore.

Il testo dell’Apocalisse invece è manifestamente un incoraggiamento rivolto ai cristiani che soffrono per le persecuzioni. Essi corrono sempre il pericolo di voler ricorrere ai mezzi (violenza, vendetta…) che vedono adoperare dagli avversari; la cosa più facile, ad esempio, è quella di rispondere all’oppressione con il terrorismo, stile Osama Bin Laden.

Invece i cristiani devono convincersi che la loro unica, invincibile arma sarà la propria fede. Come ha detto un commentatore, il paradosso del cristianesimo è quello di Dio: riportare vittoria su potenze apparentemente soverchianti e prevaricanti mediante la fede e la bontà, apparentemente tanto umili e modeste, eppure così potenti agli occhi del Signore.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(15)   http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/01/15-la-bestia-ed-il-suo-numero-666-i-centoquarantaquattromila/

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(15) La Bestia ed il suo numéro (666), I centoquarantaquattromila

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:52

(15) La Bestia ed il suo numéro (666), I centoquarantaquattromila dans Apocalisse It 33-angeli_Anagni1-300x268

Dahttp://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La Bestia ed il suo numéro (666), I centoquarantaquattromila

Dato che stiamo parlando di moderne dittature ed assolutismi, nella nostra era dei Mass Media appare inconcepibile un regime autoritario ed autocratico che non abbia a sua disposizione un immenso apparato propagandistico: pare che nell’era moderna il primo a comprenderlo fu Napoleone, che asservì tutta la stampa dell’epoca al suo potere.

E proprio questo vuol dire Giovanni, mettendo in scena un’ennesima Bestia, che stavolta sale dalla terra. Essa rappresenta tutto l’apparato della propaganda che nell’Asia Proconsolare Romana era al servizio dell’impero romano, e che sarà sempre al servizio di qualsiasi altro impero fino al presente: polizia, scuola, arte, letteratura, propaganda e perfino compiacenti culti religiosi interamente succubi dello Stato.

« Vidi poi salire dalla terra un’altra Bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita.

Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della Bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla Bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta.

Le fu anche concesso di animare la statua della Bestia, sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tale cifra è seicentosessantasei. » (13:11-18).

Questa nuova bestia verrà poi chiamata «il Falso Profeta » (16:13; 19:20; 20:10), « pseudoprophetes » nell’originale greco, e fin da subito la sua rappresentazione è ingannevole, perchè ha la parvenza di un agnello ma la voce di un mostro. Ci ricorda insomma il Gerione dantesco, che ha la « faccia d’uom giusto » e il corpo di serpente, armato di una coda velenosissima.

Questo Falso Profeta corrisponde evidentemente all’Anticristo, anche se questo termine non si trova mai nell’Apocalisse ma solo nelle Lettere di San Giovanni (1 Giovanni 2:18-22 e 4:3; 2 Giovanni 4:3). Come ogni buon profeta che si rispetti, compie coram populo molti miracoli, e quindi seduce molti affinché si prostrino ad adorare la prima Bestia, cui egli è totalmente dedito.

Sicuramente Giovanni con questa figura intende condannare la religione asservita al potere imperiale, gli auspici che traggono presagi e scrivono oroscopi immancabilmente favorevoli al Cesare di turno, i santoni che asservono Dio ai loro scopi e a quelli del loro padrone, se è vero che Dio si serve dei buoni, e i cattivi si servono di Dio.

Tuttavia anche in questo caso la mente non può non correrci a Joseph Goebbels e agli altri capopropagandisti, che hanno imbibito le masse con le menzogne delle varie ideologie, ottenendo l’adorazione incondizionata del loro Führer soprattutto da parte dei giovani, i più facilmente manipolabili, tanto da venire cresciuti fin da lattanti con la camicia nera o con il fazzoletto rosso addosso.

E come i vari « Figli della Lupa » erano caratterizzati da tutti i lugubri simboli della loro divisa militare, conditi con teschi e manganelli, così i seguaci di questo subdolo essere sono contrassegnati, quasi marchiati a fuoco come schiavi, da un marchio indelebile che reca un numero emblematico: 666, divenuto da allora e per sempre il Numero della Bestia, così caro ai culti satanici di ogni tempo.

Come si è visto nel capitolo precedente, la Bestia del Mare rappresenta qualsiasi impero politico autoritario ed assolutista, ostile a Cristo ed alla sua Chiesa. Al tempo di Giovanni un tale impero era rappresentato dalla Roma pagana, che nell’Apocalisse riceverà il nome simbolico ma trasparente di Babilonia, dalla grande città Mesopotamica che aveva perseguitato per secoli il popolo di Dio dell’Antico Testamento e distrutto il Tempio di Gerusalemme.

Per questo Giovanni insiste tanto a lungo sull’esecuzione del Giudizio di Dio sopra la Roma pagana. E così, dopo un profetico annunzio anticipatore che proclama il giudizio di Dio come già avvenuto (la solita anticipazione che rappresenta uno dei principali elementi stilistici dell’Apocalisse), si passa alla descrizione del castigo di Roma pagana. Tanto per cominciare, in contrapposizione alla scena precedente, dominata dalla trinità diabolica, entrano ora in scena i giusti, cioè i centoquarantaquattromila eletti di cui si è parlato in 7:1-8. Naturalmente si tratta dei martiri e più in generale dei Cristiani seguaci dell’Agnello, che ora si erge glorioso sul Monte Sion:

« Poi guardai, ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo » (14:1)

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32 – L’Agnello dell’Apocalisse, miniatura dell’870 circa, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek

L’Agnello appare qui ritto sul Monte Sion, quello su cui sorgeva il Tempio di Gerusalemme, come segno di vittoria e di glorificazione suprema. Anche in un altro testo apocrifo, il Quarto Libro di Esdra, si guarda al Monte Sion in questa luce escatologica:

« Io, Esdra, vidi sul Monte Sion una grande moltitudine che non si poteva contare e che lodava il Signore con canti (…) Io domandai all’angelo: « Chi sono, mio signore? » Ed Egli mi rispose: « Questi sono quanti hanno gettato via le vesti mortali ed hanno indossato quelle immortali, confessando il Nome di Dio » » (2:42-45).

Si vede bene come San Giovanni si ispira ad una tradizione apocalittica già molto consolidata e ad un repertorio di simboli certo non sconosciuti ai lettori del suo tempo. Così come i seguaci del Falso Profeta portano impresso il

Numero della Bestia, così i seguaci di Cristo portano sulla fronte il nome di Dio: un’immagine, questa, che richiama i filatteri, piccoli astucci di cuoio contenenti un pezzo di carta con versetti biblici che gli Ebrei osservanti portano sulla fronte nel corso delle cerimonie più solenni.

I giusti intonano un « canto nuovo », cioè perfetto, analogo a quello di Mosè in Esodo 15: un inno che celebra la liberazione piena e definitiva degli Eletti dall’oppressione del Male. Di essi inoltre si dice:

« Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia » (14:4-5).

Essi sono descritti come « vergini » nel senso che si sono astenuti dal venerare il dragone: nelle Scritture, infatti, l’idolatria è sempre tratteggiata con la metafora della prostituzione. Sono le « Primizie di Dio », cioè le realtà più preziose tra tutte quelle consacrate al Signore, come avveniva per le primizie offerte a Dio nei sacrifici sul Tempio.

Non a caso, sulla scia di Isaia 53:9 e di Sofonia 3:13 essi risultano liberi da ogni menzogna, essendo la Verità uno degli attributi di Dio, mentre Giovanni nel suo Vangelo definiva il demonio « Padre della Menzogna » (Gv 8:44); e, sulla scia di Esodo 12:5, sono « senza macchia » come le offerte sacrificali.

Al canto dei giusti fa eco la voce di tre angeli che proclamano un « Vangelo Eterno », cioè una Buona Novella che non avrà mai bisogno di alcun perfezionamento né aggiunta, e che non verrà mai più smentita da alcun capovolgimento storico. Il lieto annuncio è quello della caduta della città simbolo di tutte le idolatrie, di tutte le oppressioni e di tutte le perversioni, che umilia il popolo di Dio sulla scia di Isaia 40:41:

« Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo. Egli gridava a gran voce: « Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque. »

Un secondo angelo lo seguì gridando: « È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione. » Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: « Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà il vino dell’ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell’Agnello.

Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome. » Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.
Poi udii una voce dal cielo che diceva: « Scrivi: Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono. » » (14:6-13).

Il giudizio divino sarà inesorabile per chi ha adorato la Bestia Satanica, come si è visto nel capitolo precedente, e ne è stato marchiato come uno schiavo con un sigillo indelebile; il giudizio è eseguito con il tradizionale simbolismo punitivo dello zolfo e del fuoco, usato anche nei Vangeli; ed infatti, come farà più avanti la stessa Apocalisse, l’Inferno sarà descritto come uno stagno di fuoco e di zolfo ardenti (19:20; 20:10; 21:8): I giusti invece riposeranno nella pace divina, ricevendo la debita ricompensa per le loro opere buone.

Le parole « Beati i morti che muoiono nel Signore » vengono da allora scritte sui cimiteri cristiani, tanto da essere leggibili persino nel cimitero del mio paese natale, Lonate Pozzolo

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(16)  http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/01/16-luomo-sulla-nube-il-primo-e-secondo-settenario-degli-angeli/

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(16) L’Uomo sulla Nube, Il Primo e secondo Settenario degli Angeli,

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 16:19

(16) L'Uomo sulla Nube, Il Primo e secondo Settenario degli Angeli, dans Apocalisse It Apocalypse04

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

L’Uomo sulla Nube, Il Primo e secondo Settenario degli Angeli,

Ed ecco che, a dare compimento alle parole dei Suoi Angeli, appare Gesù Cristo in persona, simile a un Figlio di Uomo (cfr. Daniele 7:13), su di una nube bianca nel cielo, con una corona d’oro in capo (dunque nello splendore della Sua regalità) e una falce tagliente in mano. In tal modo Egli dà compimento alle proprie stesse parole, che Giovanni deve aver udito innumerevoli volte con le proprie stesse orecchie:

« Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. » (Matteo 24:30)

« Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. » (Marco 13:26-27).

 A proposito del biancore della nube, giova riportare un’altra citazione di Pietro Citati da « La Luce della Notte »:

« Credo che in tutta la letteratura non esista, come comprese Dante in uno degli ultimi canti del « Purgatorio », un libro più bianco dell’Apocalisse: un bianco incandescente a forza di essere imbevuto e sopraffatto di luce: il bianco dei capelli di Cristo, dei corpi e delle vesti trasfigurate, delle liturgie cosmiche, delle ultime profondità dei Cieli, della purificazione e della vittoria: bianco di cui nessuna pittura umana, nemmeno il più luminoso mosaico paleocristiano o la più radiosa icona, riesce a trasmetterci il ricordo. »

Cristo ha in mano una falce, con la quale compirà un’opera di mietitura e di vendemmia. Entrambe queste azioni, tipiche di una civiltà contadina come quella ebraica, compaiono già nell’Antico e nel Nuovo Testamento come immagini del Giudizio Divino. Questo tema ricorre infatti nella famosissima parabola della zizzania (Matteo 13:24-30); Isaia 63:3 e Gioele 4:13 descrivono il giudizio anche con la metafora, indubbiamente di grande efficacia, della pigiatura dell’uva, qui ripresa al versetto 20:

« Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano, tanto grande è la loro malizia! » (Gioele 4:13).

« Allora colui che era seduto sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, anch’egli tenendo una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, uscì dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: « Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature. »

L’angelo gettò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e gettò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città, e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi. » (14:16-20).

Milleseicento stadi è una misura enorme, equivalente a circa 300 chilometri, che dà una dimensione iperbolica al giudizio divino. Il tino è posto fuori città, cioè fuori dalle mura di Gerusalemme, e ciò che ne fuoriesce è il sangue dei peccatori: segno, questo, di una punizione durissima della Città Santa, che probabilmente allude alla distruzione da parte di Tito nel 70 d.C. Al bianco della nube subentra così un altro tremendo colore, lo scarlatto del sangue che si sparge all’intorno per centinaia di miglia.

Questa immagine truculenta, oltre a sottolineare l’estrema diffusione del Male e l’altrettanto estremo castigo lanciato da Cristo, evoca la completa devastazione della Palestina operata dagli eserciti romani, devastazione che gli Ebrei contemporanei (tra cui lo stesso San Giovanni) sentirono come un disastro nazionale, e come segnale della fine di un’era, che secondo alcuni preludeva addirittura alla fine dell’universo intero.

«Mentre nel cielo continuano a irradiare le immagini incandescenti della bianchezza », prosegue Pietro Citati, « l’Apocalisse diventa il libro della vendetta di Dio. Tutta la violenza dei profeti biblici si concentra e si condensa, e nulla sembra placare il gesto sempre realizzato, sempre imminente che scende dall’alto. Cristo, che avevamo contemplato coi capelli bianchi di luce e candido come l’Agnello, è ora lo Jahvè di Isaia, il giustiziere con le vesti rosse di sangue umano.

Versa sopra la testa il calice in cui si raccoglie il vino del furore di Dio, quel vino che fa inebriare e rende folli, come il vino di Babilonia. Poi falcia i grappoli maturi della vigna terrena, li getta nel gran tino dell’ira di Dio e li pigia coi piedi. Quest’uva è carne di uomini; e dal tino esce sangue, che macchia la sua veste candida, esce nella pianura, sale fino al morso dei cavalli, trasformando la terra in un lago scarlatto. »

Il Primo Settenario degli Angeli

Come avete potuto notare durante la lettura di questo capitolo, abbiamo avuto come una sfilata di sette Angeli; e probabilmente questo settenario di angeli non è che un settenario di presentazione del giudizio di Dio, chiaramente in parallelo, secondo le intenzioni dell’Autore, con il settenario dei sigilli nella prima sezione profetica del libro.

Si tratta perciò soltanto di un preludio letterario al settenario degli angeli con le coppe che costituisce, come già quello delle sette trombe, la vera esecuzione dei giudizi di Dio sulla Bestia politica ostile a Cristo ed alla sua Chiesa, allora incarnata nell’Impero Romano.

Tuttavia l’Autore non si è servito di un tale preludio letterario per fare puro sfoggio di immaginazione e di bravura artistica, ma per darci ancora una volta la misura dell’incontrovertibile Giudizio di Dio:

Il primo angelo proclama la maestà di Dio e l’ineluttabilità del giudizio divino;

il secondo lo proclama avvenuto, tanto la cosa è certa;

il terzo annuncia la dannazione eterna per gli adoratori della Bestia;

il quarto annuncia la beatitudine eterna per i fedeli seguaci di Gesù;

Gli ultimi tre illustrano la giustizia divina mediante le classiche immagini bibliche della mietitura e della vendemmia.

Insomma, Giovanni vuole invitarci a fare in modo che la certezza del giudizio di Dio sia sempre presente al nostro pensiero, non certo per paralizzarci in un incubo spaventoso, ma per incitarci ad agire instancabilmente per la gloria di Dio ed il bene degli uomini. Gesù Cristo che viene sulla nube bianca e mena all’impazzata la falce affilata non è visione che deve spaventarci: la nuvola bianca infatti è simbolo della Gloria celeste e della pace dei figli di Dio.

Questo elemento simbolico del colore bianco è frequente nell’Apocalisse, e suona certamente di buon augurio per chi osserva la Parola del Signore.

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33 – Gli Angeli dell’Apocalisse, dagli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni, circa 1230

Il Secondo Settenario degli Angeli

Dopo la visione di preparazione eccoci, ora, alla visione di esecuzione dei castighi di Dio sulla Roma pagana persecutrice della Chiesa, prima con Nerone e poi con Domiziano. La descrizione simbolica che Giovanni fa di questi castighi si articola in due momenti; ma sono due momenti d’arte, non due successivi momenti cronologicamente distinti.

Tutto infatti avviene e finisce con il Settenario degli Angeli con i Flagelli delle Coppe, e se poi, al termine del settenario, si passa alla descrizione di Roma/Babilonia, essa non deve trarre in inganno, poiché è posta in quel punto solo per rendere più lugubre il lamento sulla rovina della Prostituta che segue subito dopo. «Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l’ira di Dio.

Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco, e coloro che avevano vinto la Bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello: « Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati. » » (15:1-4).

Tutto, come si vede, è dominato dal ricordo di Mosè e dell’Esodo dall’Egitto: il mare di cristallo misto a fuoco è una probabile allusione al Mar Rosso, dato che i giusti stanno ritti su di esso (quel « misto a fuoco » fa tornare alla mente le fiaccole umane accese da Nerone per illuminare Roma di notte). E siccome dopo aver passato quest’ultimo Mosè e Myriam, sua sorella, intonano un Cantico di Trionfo che è tra le pagine più antiche della Bibbia mai messe per iscritto (Esodo 15:1-21).

Anche qui i giusti cantano un inno di liberazione (il cantico di Mosè) ed uno di glorificazione dell’Agnello, presentato proprio come nuovo Mosè che conduce il Nuovo Popolo di Dio, vincitore sulla Bestia, attraverso un nuovo mare, simbolo ovviamente delle persecuzioni. L’inno è tutto intessuto di citazioni veterotestamentarie (Salmo 111:2; Salmo 139:14; Amos 4:13; Deuteronomio 32:4; Salmo 145:17; Geremia 10:7; Salmo 86:9), ed è certamente da annoverarsi tra i capolavori poetici del Nuovo Testamento.

Ed ecco che, come accaduto prima del grande segno della Donna Vestita di Sole, si riapre il Santuario nel Cielo, e ricompare in esso la Tenda della Testimonianza, cioè quella sotto cui l’Arca viaggiava nel deserto (altra citazione della liberazione mosaica dall’Egitto, dunque): segno che sta per realizzarsi un altro evento epocale.

Dal Tempio Celeste, simbolo della trascendenza divina, escono sette angeli, che altro non sono che gli esecutori del volere di Dio, quasi emanazioni della Sua onnipotenza. Si pensi al racconto del roveto ardente:

« L’angelo del Signore apparve a Mosè in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. (…) Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e lo chiamò dal roveto e disse: « Mosè, Mosè! » Rispose: « Eccomi! » » (Esodo 3:2.4)

Come si vede, è l’Angelo del Signore che appare nel roveto, ma è Dio in persona che lo chiama. Nel Pentateuco l’Angelo non è distinguibile dal Signore, del quale è come una estroflessione; lo stesso discorso vale per i tre uomini che si presentano ad Abramo in Gen 18, spesso presentati come tre angeli, ma dei quali uno parla con Abramo come se fosse Dio stesso; il Signore vuole andare a vedere di persona se a Sodoma si commette un peccato così grave, ma in città entrano i suoi due angeli.

Solo in epoca ellenistica (vedi i libri di Tobia e dei Maccabei) viene concepito come una persona a sé stante. Traccia di questa identificazione tra Dio e i Suoi Angeli resta proprio in questi Angeli che escono dal Tabernacolo, cioè dal segno stesso della Shekinah, la Presenza Divina. Essi poi sono vestiti di lino splendente e cinti al petto di cinture d’oro, così da ricordare il Cristo apparso in visione a Giovanni nel primo capitolo dell’Apocalisse: l’identificazione prosegue.

« Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro colme dell’ira di Dio che vive nei secoli dei secoli. Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.

Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: « Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio. » » (15:7-16:1).

Il termine greco pleghè, « flagello », indica letteralmente un colpo estremamente violento, tale da infliggere ferite gravi. Continuando il parallelismo con l’avventura di Mosè che caratterizza tutta questa parte dell’Apocalisse, i sette flagelli evocano sette delle dieci piaghe d’Egitto; il numero sette, come al solito, evoca pienezza e definitività. I flagelli sono infatti detti « ultimi », perchè con essi il rigore del castigo raggiunge il suo culmine.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(17)  http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/17-apocalisse-armaggedon-le-tre-coppe-altre-tre-coppe/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
 

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