SENTINELLE CHRETIENNE

Bienvenue sur mon blog: Homme 76 ans Retraité, Chrétien Évangélique, poète et écrivain publie sur blogs, n’aime pas la polémique ni la vulgarité, aime beaucoup les bonnes fructueuses échanges d’opinions. J’ai besoin de vos commentaires d’encouragement.

 

La Casata Comisi 14 juin, 2014

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 10:33

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                                                           COMISI   di    CATANIA

La Casata ha origine dal longobardo, Sergio 1° Comite della Repubblica di Amalfi che sali al potere nel 952 con il figlio Maurone 1° socio nel governare é percio’ fu detta dei COMITI (il plurale di Comite o Comito).

Col tempo la T divento’ S infatti, il cognome    COMITO, COMITE, COMITI é riportato COMES o COMITUS in latino, ecco perché dal ramo Maurone    Comiti fiori’ e si ebbe il ramo C O M I S  I.

i C O M I T O, COMITE, C O M I T I, ebbero nobiltà anche in Napoli, in Salerno, in    Benevento, in Bari, in Monteleone Di Puglia, in Sorrento, Messina, e da Messina in Catania …

Fu Signora di ventinove Feudi.

Nel secolo X° si divise in molti rami: COMITO, COMITE.  Ad Amalfi fiori’ il ramo Sergio -   Maurone dei COMITI, detto ramo Maurone, che fu Capostipide alla casata, COMITI (da dove fiori’ il ramo COMISI).


Ai COMITO, COMITE, COMITI appartennero : Sergio 1° e Maurone 1° nel 952 che    furono Dogi della Repubblica di Amalfi; Leone Arcivescovo di Napoli nel 1082 e Ugolino Arcivescovo di Benevento; Alferio gran siniscalco del Regno nel 1140; Riccardo ed altro Alferio, stratico di Salerno; Diversi Castellani e maestri portolani, giudici della Gran Corte e Consiglieri.

Riccardo Castellano di Bari, nel 1240 Trapianto’ la sua famiglia in quella città; Anselmo, Bonanno e Fabio furono esiliati da Messina nel 1194 da Arrigo Svevo perche partigiani dei Normanni; (nel diploma impériale dell’esilio    sono riportati con il cognome COMITUS, altrove il    cognome viene riportato COMES).

Arrigo o Enrigo si stabili in Messina al tempo di Carlo D’Angio’ ; Giacomo si distinse in Salerno nel 1328; unaltro Enrigo fù Catapano di Salerno nel 1345; Furono Senatori a Messina: Enrigo nel 1302 ed altro Enrigo nel 1357; Fra Simone che nel 1540 partecipo’ all‘impresa di Algeri e Fra Basilio nel 1568 furono fra i Cavalieri Messinesi dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. 

Alla fine dell’XI° s. gli    Amalfitani ottengono dal califfo d’Egitto il permesso di costruire presso il Santo Sepolcro un  ospedale e una chiesa dando origine all’Ordine di San Giovanni di    Gerusalemme, poi di Rodi e infine di Malta, il cui vessillo reca ancora la croce bianca o d’argento a otto punte, antico simbolo civico di Amalfi.

 

 

Ricerca sul patronimico COMISI

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 10:20

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C O M I S I

Scopo della ricerca, sul patronimico COMISI non é di voler trovare a tutti i costi una discendenza nobile, ne rivendicare una corona che non existe allo stato attuale delle mie indagini, ma un legittimo forte desiderio di sapere qualche cosa delle mie radici, qualche notizia sui miei antenati, di sapere cioé, da dove viene il mio cognome.

Per umili o important che possano essere stati i miei antenati: condottieri, imprenditori lavoratori a qualunque livello ed a qualsiasi titolo, sia nella marineria che in altri campi: Marinai, Capitani, capi ciurma o armatori, artigiani o commercianti, che si sono istallati a Catania o altrove, io sono fiero dell’appartenenza alla famiglia COMISI.

Sin da piccolo facevo delle domande ai miei nonni, nati nel 19° s. ma non ho mai ricevuto risposte esaurienti. Fu poi  »da grande » che iniziai le ricerche alle quali ho potuto dedicare tempo e denaro, nel 1974, per poi riprenderli da penzionato con i dati di allora raccolti.

Essendo ormai molto lontano dalla mia città di origine, e non avendo più speranza di potere fare un lungo soggiorno per continuare le ricerche in quel di Catania, desidero solo andarci da turista, a 76 anni ho deciso di chiudere questa ricerca con cio che ho e di passare ad altri il testimonio.

Sarà gradito qualsiasi aiuto per un eventuale completamento correzione o elucidazione dei dati qui da me riportati.

 

 

Agata COMISI rapita divenne la Favorita del Sultano 13 juin, 2014

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 9:24

 

     É tutto da verificare, ma si Racconta Che:

Agata COMISI di Salvatore nata l’ 08.12.1846 (bella e prosperosa    bambina che fu rapita a 12 anni nel 1858, (subito dopo la guerra di Crimea 1853 – 1856) proprio vicino casa sua in via la Marina nella Civita di Catania e trasportata da un véloce Brigantino a    Istambul dove poi divenne la Favorita del giovane Sultano.

Abd-ul-Medjid (nato il 28 aprile 1823, morto il 25 giugno 1861) aveva sedici anni e due mesi alla successione del padre    Mahmoud.

Egli voleva le donne sempre più giovani e sempre più belle. Alla sua morte, lo    zio Abd-ul-Aziz  svuoto l’Arem (vedi nota in francese)     Agata ha un figlio, il Sultano, come d’uso la copri di regali, dopo la morte di Abd-ul-Medjid e l’uscita dall’Arem il figlio mori’ ed alla morte di Agata le sue ricchezze sarebbero dovute andare agli eredi naturali, cioé la nostra famiglia.

La burocrazia consolare e quella Italiana fu lunga, se sono    arrivate, non si ha notizie certe, nel ventennio fascista, le ricchezze si persero (ma forse non per tutti).    

D’après le droit de succession établi, ce ne devait pas être son fils aîné Mourad, né le 22 septembre 1840, qui lui succéda. C’était le frère du sultan Abd-ul-Aziz (né le 9 février 1830) qui était, selon le droit héréditaire    ottoman.

 ‘’Ce n’était pas un enfant de seize ans,    sans autre expérience que celle acquise dans le harem, d’une    intelligence moyenne et entouré d’intrigants habiles, qui aurait pu, avec de tels débris, reconstituer l’ancienne    puissance des Osmanlis.’’

 ‘’d’Abd-ul-Aziz il renvoie plus de 200 femmes du harem et ne garde au palais que sa    femme , sa mère et les sultanes mères de    princes;’’ 

Se qualcuno ha notizie al riguardo sarei lieto di conoscerle.

 

 

Genealogia della famiglia COMISI

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 9:05

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Da ricerche fatte all’Arcivescovado ed al Comune di Catania ho potuto costruire il mio Albero    Genealogico

Comisi Domenico nato nella prima mettà del XVII° secolo genera oltre ad altri figli, Giuseppe Salvatore Gaetano negli anni 40.

Comisi Giuseppe Salvatore Gaetano di Domenico si sposa nel 1668 con Lo Coco Domenica e genera oltre a altri figli, Domenico Salvatore Sebastiano nel    1689.

Comisi Domenico Salvatore Sebastiano C.T. 1689 di Giuseppe Salvatore Gaetano e Lo Coco Domenica sposa Falsaperla Giuseppa nel 1722 e genera, oltre ad    altri figli, Sebastiano Francesco Giuseppe il 10.04.1740

Comisi Sebastiano Francesco Giuseppe C.T. 10.04.1740 di Domenico Salvatore Sebastiano e di Falsaperla Giuseppa, si sposa nel 1765 con Toscano Natala,    genera dopo otto figli: Salvatore Raimondo Gaetano il 20.08.1787.

Comisi Salvatore Raimondo Gaetano C.T. 20.08.1787 di Sebastiano e Toscano Natala, sposa nel 1820 Agata Romeo, ha un solo figlio, Salvatore il    02.12.1821.

Comisi Salvatore C.T. 02.12.1821 (Capitan Turi) morto in mare nel    1856 di Salvatore Raimondo Gaetano e di    Agata Romeo, sposa il 7 marzo 1841 Anna Spampinato, (nata Ct 26.05.1824,di Giuseppe e di Ragona Rosalia); genera: oltre ad altri figli, Gaetano CT 25.10.1843 che fu l’unico a    salvarsi, ma accecato, nel naufraggio con il padre.

Comisi Gaetano CT 25.10.1843 di Salvatore    e di Anna Spampinato,   Maria, il 1865 genera: (Maria ? C.T. deceduta a N.Y. ?), (Anna C.T. 18.10.1866    deceduta a N.Y.), (Grazia = Orazia C.T. 19.12.1869 deceduta a N.Y.), (Antonia C.T.    03.12.1872), (Santa C.T. 15.06.1876 deceduta a N.Y.) (Giovanna C.T.    12.07.1878) Salvatore C.T. il 22.07.1881

Comisi Salvatore (C.T. 22.07.1881 -30.01.1965) (mio nonno) di Gaetano e Rapisarda Mariasposa il 29.09.1906 Reale Marta Vincenza (CT    30.07.1889) genera: Maria CT 24.10.1907, Palma CT    23.07.1910 Gaetano CT 06.05.1914, Rosa (Santina)    CT 22.08.1916, Anna CT 06.03.1919, Carmelo CT 20.04.1921-28.03.1935, Giovanna CT 13.04.1929, Antonia CT 06.09.1932.

                              Da qui in poi le date sono riservate.

Comisi Gaetano sposa Platania Carmela e Genera: Salvatore, Vincenza 1, Giuseppe, Agata, Carmelo, Vincenza 2, Maria, Elisabetta, Evangelina, Daniela.

Comisi Salvatore Sposa, Orditz Fernanda Giulietta Genera: Gaetano    Emanuele, Davide Francesco Giuseppe, Alessandro Romeo Luca

 

 

COMITI e DUCHI ad AMALFI 8 août, 2010

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 16:40

La medievale Repubblica di Amalfi fu governata, nel decimo ed undicesimo secolo, da una serie di duchi ((LT) duces), a volte chiamati dogi in analogia con la rivale Repubblica di Venezia. Prima dell’ufficiale nascita del ducato, nel 957, ci fu una serie di comites e praefecturii.

Primi governanti. Nell’839, da poco liberatasi dai conquistatori Salernitani, Amalfi si procalmò ducato indipendente, con a capo due prefetti nominati annualmente ed una serie di giudici.

839860Marino ;   860 Sergio (I) 860Mauro ;866–c. 870 Marino, di nuovo; 866879 Pulcario ; 879898Stefano ; 898914Mansone (I) (Maurone?) ; 914953 MastaloI ; 920931Leone ; 939947 Giovanni (I) ; 953957Mastalo II

I Duchi indipendenti

Mastalo fu eletto duca quando raggiunse la maturità ma morì l’anno successivo. Fu quindi inaugurata una nuova dinastia che regnò ininterrottamente per i successivi 115 anni, tranne il peiodo 1039–1052, quando il Principe di Salerno conquistò il ducato di Amalfi.

957958 Mastalo II

958966 Sergio I (II) socio nel governo il figlio Maurone I Duca 9661004 Mansone I (II) (Maurone) anche Principe di Salerno (981–983) 984986 Adelferio, in opposizione a Mansone

10041007 Giovanni I (II), anche Principe di Salerno (981–983)

10071028 Sergio II (III) 10281029 Mansone II (III) con 10281029 la madre Maria di Capua

10291034 Giovanni II (III)

10341038 Mansone II (III), ancora con Maria;

10381039 Giovanni II (III), ancora con Maria;

10391052 Guaimario I, anche Principe di Salerno (1027–1052) 10431052 Mansone II (III), di nuovo 10471052 Guaimario II, figlio, insieme con suo padre 10521069 Giovanni II (III), di nuovo 10691073 Sergio III (IV) 1073 Giovanni III (IV) 

La dominazione normanna

Amalfi fu conquistata da Roberto il Guiscardo, duca di Puglia nel 1073 e poco dopo suo figlio terzogenito, Guido venne nominato duca. Ma Amalfi si ribellò due volte, la prima elesse il precedente principe di Salerno, Gisulfo, mentre l’altra un membro della famiglia dei duchi di Napoli: 1073-1088, 1089-1096, 1100-1108 Guido d’Altavilla

1088-1089 Gisulfo, in precedenza già Principe di Salerno (1052–1078) 1096-1100 Marino Sebaste Nel 1131 Ruggero II di Sicilia sottomise definitivamente la città.

Duchi del Regno di Napoli Il  titolo di Duca di Amalfi fu ripreso nel Regno di Napoli nel tardo XIV secolo e passò ai Piccolomini nel 1461: 13981405 VenceslaoSanseverino, 3. Conte di Tricarico e Chiaromonte, 1. Duca di Venosa, 1398 Duca di Amalfi; 14051438 Giordano Colonna

14381459 Raimondo II del Balzo Orsini, anche Principe di Salerno (morto nel 1459]) 1461–???? Antonio Todeschini Piccolomini

????–1498 Alfonso I Piccolomini 14981584 Alfonso II Piccolomini

????–1575Cesare I Gonzaga  15841632 Ferrante II Gonzaga

16321656 Ottavio Piccolomini  16561673 Enea Piccolomini

Duca spagnolo

Nel XIX secolo il titolo di «  Duque de Amalfi «  fu riutilizzato dagli Spagnoli: Antonio de Zayas y Beaumont

 

 

LO STEMMA NOBILIARE (cenni) 28 mars, 2010

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 11:14

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L’origine degli Stemmi, così come attualmente si vedono, è daritenersi risalire al tempo di Ottone I Imperatore. Il primo trattato del blasone conosciuto, apparve in Francia verso il 1180 sotto il regno di Filippo Augusto.

Se le prime Armi apparvero nei Tornei, gli esempi dei veri Stemmi non si trovano che verso la fine del XII secolo. Però fino intorno al 1260 non erano propri delle persone che li portavano ma dei loro domini; infatti, il Signore cambiando stato e signoria, mutava sigillo e divisa.

Un importante impulso alla diffusione si ebbe in occasione delle crociate. Fino a quando il Signore stava nelle sue terre non ebbe necessità di un segno distintivo ma quando si ritrovò lontano dai propri possedimenti e confuso con la moltitudine dei crociati, sentì il bisogno di avere un segnale che lo distinguesse dagli altri, coperti come lui dall’armatura.

Ogni cavaliere quindi scelse un colore conforme ai suoi sentimenti ed un segno esprimente qualche “glorioso suo fatto o personale accidente”  (GUELFI CAMAIANI Piero, Dizionario Araldico, Manuali Hoepli, 1940, p. 526) o avente qualche richiamo o somiglianza con il proprio nome: una colonna per i Colonnesi, l’orso per gli Orsini, la carretta per i del Carretto, ecc..

Dunque, sin dalle remote epoche passate, lo Stemma costituiva un abituale mezzo di identificazione ed era ritenuto esclusivo privilegio della famiglia legittima titolare dello stemma stesso. Esso era normalmente connesso al possesso di un titolo nobiliare, ma poteva spettare anche a famiglie non nobili ma di “distinta civiltà” (i cosi detti Stemmi di cittadinanza) e agli ecclesiastici.

La simbologia araldica è ovviamente molto varia, trattandosi di una scienza antichissima. Le figure araldiche possono essere figure (o pezze) propriamente araldiche come il palo, la fascia, la banda, le losanghe ecc., figure naturali come quelle riproducenti animali, fiori, piante, uccelli, mestieri ecc., oppure figure ideali come quelle che si riferiscono per esempio alla mitologia.

Il significato di detta simbologia è notevolmente complesso, dovendo ogni figura – nella sua esatta rappresentazione — essere messa anche in correlazione con le altre presenti nello scudo nonché con i colori (smalti) usati per la loro rappresentazione (per tutto ciò che riguarda la simbologia e la terminologia araldica, si veda la citata fondamentale opera di Piero GUELFI CAMAIANI).

Gli elementi che compongono lo Stemma, oltre alle figure araldiche, sono: lo scudo, cioè il fondo su cui si disegnano le figure stesse e gli ornamenti, cioè quegli elementi che, esteriori allo scudo, servono ad indicare dignità proprie del titolare dello stemma. I principali ornamenti indicanti la nobiltà – e quindi ereditari sono:

              le corone e gli elmi.

Al titolo di Principe normalmente corrisponde una corona sormontata da otto foglie di acanto o fioroni d’oro di cui cinque visibili, sostenute da punte ed alternate da otto perle di cui quattro visibili.

 La corona normale di Duca è cimata da otto fioroni d’oro di cui cinque visibili sostenuti da punte.

La corona spettante al Marchese è cimata da quattro fioroni d’oro, tre visibili sostenuti da punte ad alternati da dodici perle disposte tre a tre in quattro gruppi piramidali, due visibili.

La corona normale di Conteè cimata da sedici perle di cui nove visibili.

La corona normale di Visconte è cimata da quattro grosse perle, tre visibili, sostenute da altrettante punte ed alternate da quattro piccole perle, due visibili, oppure da due punte d’oro.

Al titolo di Barone compete normalmente una corona formata da un cerchio accollato da un filo di perle con sei giri in banda di cui tre visibili.

Al titolo di Nobile corrisponde una corona cimata da otto perle, cinque visibili.

La corona normale di Patrizio è cimata da otto perle di cui cinque visibili, alternate da otto fioroni abbassati sul cerchio di cui cinque visibili (per il GUELFI CAMAIANI Piero., op. cit., p. 207, le famiglie insignite del patriziato “usavano e usano tuttora una corona simile a quella antica di Marchese meno le dodici perle che sono sostituite da quattro soltanto”, risultando formata da quattro fioroni, tre visibili, alternati da altrettante perle, due visibili).

Con riferimento al titolo di Signore è da dire che non esiste una corona ufficiale relativa a tale titolo, lacuna rilevata da Piero . GUELFI CAMAIANI secondo il quale (op. cit., p. 494), però, andrebbe attribuito a tale titolo molto diffuso in Italia insieme a quello di Consignore, una corona simile a quella di Barone con minori ornamenti e cioè: un cerchio accollato da un filo di perle in banda (due visibili), il cerchio cimato da quattro grosse perle (tre visibili) sostenute dal cerchio o da punte.

La corona normale di Cavaliere ereditario è cimata da quattro perle di cui tre visibili.

Gli elmi si pongono sopra lo scudoe rappresentano il grado nobiliare per il tramite della loro forma, colore e posizione, mentre non sono indizi di dignità la superficie rabescata, le bordature o cordonature dorate o argentate

 

 

CENNI storici SU I LONGOBARDI, PROVENIENZA 27 mars, 2010

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 21:16

Il loro nome sembra derivi da: lang bart  ossia popolo dalla lunga barba. Popolo germanico d’origine scandinava che si stabili’, nel 1° secolo su l’Elba inferiore; nel 5 d.c. i Longobardi sono sottomessi da Tiberio; si spostano poi verso sud e nel VI° secolo stanziati come federati dell’Impero in Pannonia, (l’odierna Ungheria occidentale), donde nel 568 prima aiutano Bisanzio contro gli Ostrogoti d’Italia poi fanno voltafaccia contro i Bizantini e pénétrano nel Friuli (maggio del 568) e conquistano la pianura del Po’.

(I romani chiamavano Pannonia la régione tra il Danubio, il Norico, l’Italia e la Dalmazia. Fu nel 378 occupata dai Goti che nel Sec IV° si sono suddivisi in Visigoti che presero Roma (sacco) nel 410, e poi ripartiti occuparono una parte del territorio dei Franchi e la penisola Iberica, ed Ostrogoti, che occuparono ed unificarono l‘Italia nel 476  quando Odoacre depose l’ultimo imperatore di Roma Romolo ).

nel 774
   Carlomagno s’impossesso’ di Pavia (spodestando Desiderio (Didier), ultimo re dei Longobardi 756 o 757 al 774, che mori’ a Liege o Corbia) e cinse la corona di Ferro dei Longobardi che si consideravano re d’Italia. Quando i Longobardi penetrarono in Italia nella seconda metà del VI secolo, si ritiene che la loro orda fosse composta da circa 120.000 unità (altri parlano di 500.000) ivi compresi anziani, donne e bambini. (stime senza solido fondamento). I Longobardi Guidati dal re Alboino (marito di Rosmunda) discesero in Italia, la conquistarono e Alboino se ne proclamo re; (che poi fu fatto uccidere dalla moglie che egli à costretta a bere nel cranio del padre di lei, Cunimondo re dei gepedi da lui ucciso).

La conquista dell’Italia non poté essere terminata perche  i Bizantini occupavano le coste italiane. Determinando cosi’ la rottura della unità politica dell’Italia, inoltre l’ordinamento politico – amministrativo dei romani fu del tutto sovvertito dalla struttura del regno dei Longobardi articolato in ducati semi -indipendenti. Bisanzio conserva Ravenna malgrado l’istaurazione di una trentina di ducati Longobardi spesso in rivolta contro il potere centrale stabilito a Pavia). Quando la monarchia si rafforzò e poté esercitare un certo controllo sull’azione dei duchi mediante funzionari ad hoc, alcuni si avvalsero di gastaldi. Benché convertiti al cattolicesimo (conversione portata a termine da re Liutprand (712 – 744) i Longobardi furono in conflitto quasi permanente con Roma. A nécessità contincenti i Papi s’alleavano con i Longobardi.

La popolazione in Longobardia si suddivideva in: gau,   cioè in chi deteneva potere a vario livello ed in civitas, cioè il popolo dei vinti, che doveva obbedire e subire, composta dagli indigeni italiani e dai cittadini romani residui. Se il duca bizantino era alto ufficiale nominato e sottoposto, il duca  longobardo è tale per la considerazione guadagnata tra i suoi, entro la sua fara ed i duchi, solo molto raramente è il re a nominare un duca, tanto che si può dire che la storia del regno longobardo in Italia è la storia dei contrasti tra il re ed i duchi, come risulta dalla Historia Langobardorum di Paolo Diacono.

Per la moltiplicità dei poteri del Dux (Duces), accade che il duca sia anche vescovo. Il duca, come a Bisanzio, si associa il figlio nel potere, e si adopera per il suo riconoscimento.

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum III, 16) scrive:  «Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore. » (Paolo Diacono, Historia Langobardorum, ). « C’era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c’erano furti, non c’erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore. »

 

Nel 774 Carlomagno s’impossesso’ di Pavia (spodestando Desiderio (Didier), ultimo re dei Longobardi 756 o 757 al 774, che mori’ a Liege o Corbia) e cinse la corona di Ferro dei Longobardi che si consideravano re d’Italia.   La Lega Lombarda fu organizzata nel 1167 dalle città del nord d’Italia, (la Lombardia), sostenuta dal papato, contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

 

 

Les Longobards, origines et conquêtes en Italie 26 mars, 2010

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 10:27

Leur nom vient probablement de: long bart à savoir des personnes avec une longue barbe. Peuple germanique d’origine scandinave qui s’installe « au 1er siècle dans l’Elbe inférieur, vers le 5 ap C Les Longobards sont soumis par Tibère, ils se déplacent ensuite vers le sud et dans le sixième siècle ils sont, comme fédérés de l’Empire, en Pannonie (aujourd’hui la Hongrie occidentale), d’où en 568 ils aident Byzance contre les Ostrogoths d’Italie, puis ils se retournement contre les Byzantins et pénétrer dans le Frioul (Mai 568) et conquis la plaine du Pô.

(Les Romains appelaient la Pannonie la région située entre le Danube, le Norique, l’Italie et la Dalmatie. Cette région en 378 était occupée par les Goths qui en IV ° Siècle ont été répartis dans: les Wisigoths qui ont pris Rome (sac) en 410, et puis, parti d’Italie ils se sont emparé ensuite, d’une partie du territoire des Francs, et de la péninsule ibérique, et les Ostrogoths, qui ont occupé et unifiée l’Italie, en 476, lorsque Odoacre dépose le dernier empereur de Rome, Romulus).

Quand les Longobards pénètrent en Italie dans la seconde moitié du VIe siècle, on estime que leur horde était composée d’environ 120.000 unités (d’autres parlent de 500.000), y compris les personnes âgées, des femmes et des enfants. (estimations sans fondement solide).

Les Longobards fédéré de l’Empire en Pannonie menée par le roi Alboino (mari de Rosemonde) descendu en Italie l’ont conquise et Alboino il se proclama roi (plus tard il a été fait tuer par sa femme qu’il avait obligée à boire dans le crâne de son père, le roi Cunimund des gepedi qu’il avait tué).

La conquête de l’Italie n’as pas pu être terminée, car les Byzantins occupaient la côte italienne. Ainsi a été déterminé la rupture de l’unité politique de l’Italie, et également du système politique – administrative romaine qui a été totalement bouleversé par la structure du royaume des Longobards divisés en des duchés semi indépendants.

Byzance préserve Ravenne malgré l’instauration d’une trentaine de ducats Longobards souvent en révolte contre le pouvoir central établi à Pavie).

Lorsque la monarchie a été renforcé et a pu exercer un certain contrôle sur l’action des Ducs par des fonctionnaires ad hoc, certains ils ont utilisé des Gastaldis. Bien que convertie au catholicisme (conversion achevée par le roi Liutprand (712 à 744), les Longobards étaient en conflit quasi permanent avec Rome. Selons les besoin du moment, les Papes ils se alliait avec les Longobards.

La population en Longobardie était divisée en : Gau, à savoir ceux qui détenaient le pouvoir à différents niveaux et civitas, le peuple du vaincu, qui doit obéir, composé des résidus de citoyens italiens et romains d’origine.

Si le duc byzantin, était un haut agent nommé et soumis à l‘Empereur, le duc longobard il le devient par la considération gagnée entre les siens, de sa Fara qui l‘as élu, il est rare que ce soit le roi à nommer un duc de sorte que nous pouvons dire que histoire du royaume longobard en Italie est l’histoire de contrastes entre le roi et les ducs, voire la Langobardorum Historia de Paul Diacre.
Par la multiplicité des pouvoirs du Dux (duces), il arrive que le duc soit également évêque. Le duc, comme à Byzance, associe son fils au pouvoir, et s’occupe à sa reconnaissance.

(Paul Diacre, Historia Langobardorum III, 16) écrit: «Erat in hoc erat merveilleux royaume rien Langobardorum Insidiae violents struebantur nullae; aliquem nemo iniuste angariabat, spoliabat Nemo, le vol non erant, non qualifié; unusquisque libebat Securus sine quo peur. » (Paul Diacre, Historia Langobardorum,).
« Il y avait ça de merveilleux dans le royaume des Longobards, il n’y avait pas de violence, pas d’intrigue insidieuse, et pas d’autres injustement opprimés, pas de déprédations, il n’y avait pas de vols, il n’y avait pas de vols qualifiés, chacun allait où il voulait, et sans aucune crainte. « 

En 774, Charlemagne avait pris possession de Pavie (en dépostant Desiderio (Didier), le dernier roi des Lombards 756 ou 757 à 774, qui est mort « à Liège ou Corbas) il portait ainsi la couronne de fer des Longobards, qui se considérait comme roi d’Italie.

La Ligue lombarde a été organisé en 1167 par les villes du nord de l’Italie (Lombardie), soutenue par la papauté, contre l’empereur Frédéric Barberousse.

 

 

Il Ducato di Amalfi (839-1131) ( 1 ) 27 novembre, 2009

Classé dans : Casata Comisi — Sentinelle Chrétienne @ 9:50

 

di Francesco Pappalardo

1. L’ascesa delle città marinare

L’invasione longobarda dell’anno 568 rompe l’unità politica della penisola italiana e apre la strada a una distinzione fra i territori del Regno italico — che si frazionerà in potentati sempre più autonomi, dando poi luogo alla fioritura delle autonomie comunali —, i principati longobardi meridionali — Benevento, Capua e Salerno — e i domìni romano-bizantini, che si frammenteranno a loro volta in una serie di nuclei locali, soprattutto nei territori di frontiera o nelle aree di maggiore frizione, come il litorale campano e la laguna veneta.

Nei secoli VII e VIII i musulmani dilagano nel Mediterraneo e sbarcano in Italia, giungendo a conquistare la Sicilia e a isolare la Sardegna, a costituire un emirato a Bari (840-870), a installarsi alle foci del Garigliano e, da qui, a compiere scorrerie contro la stessa Roma, con l’attacco alle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura, nell’846.

La grande offensiva condotta dall’impero d’Oriente sotto la dinastia macedone, fondata dall’imperatore Basilio I (812-886), non ristabilisce l’egemonia di Bisanzio sui mari, perché i saraceni, espulsi dall’Adriatico e dall’Italia peninsulare, consolidano la loro presenza in Sicilia.

Costrette a fronteggiare la minaccia che longobardi e saraceni facevano gravare permanentemente sui loro territori, le città costiere della Campania, prive di un retroterra territoriale significativo e decisamente proiettate sul mare, assumono l’iniziativa politica e militare per proteggere le coste e le vie di commercio.

I duchi di Napoli — che nel secolo VIII controllavano tutto il litorale tirrenico da Gaeta ad Amalfi — sono i primi a emanciparsi dal supremo magistrato bizantino in Italia, lo stratega di Sicilia, al quale dovevano la loro nomina, quindi si rendono autonome le città di Amalfi e di Gaeta e, in ultimo, Sorrento.

Ovunque, una famiglia locale emerge fra le altre, rende stabile nelle sue mani la delega a rappresentare l’autorità maggiore da cui dipende e, infine, afferma apertamente l’autonomia della città, pur continuando a far parte di quello che lo storico russo Dimitri Obolensky ha definito il Commonwealth bizantino.

Inseriti fra le pieghe di dominazioni regie e imperiali, e individuati da fluidi e incerti confini, questi frammenti di territorio e di potenza navale testimoniano il vigore delle popolazioni locali che, di fronte al disfacimento di grandi realtà politiche e militari, danno vita a una mirabile varietà di « abiti » politici e civili, che faranno dell’Italia, nei secoli seguenti, un campionario di Stati e di società storiche.

2. La nascita del Ducato di Amalfi

L’origine di Amalfi è legata probabilmente alla sua funzione di castrum militare dentro il sistema difensivo messo in opera dai bizantini per contenere le pressioni dei longobardi. La civitas si sviluppa dal castrum del secolo VI, conservando ancora per lungo tempo un aspetto più simile a un luogo fortificato che non a un centro di vita civile ed economica.

Le sue fortune si delineano dalla metà del secolo VIII, quando, per circa settant’anni, le scorrerie arabe contro la Sicilia cessano e si rafforza l’antico circuito commerciale fra l’isola, le città campane e l’Africa musulmana.

Quasi predestinata dalla geografia e dalla scarsa fertilità delle sue terre alla marineria e al commercio, Amalfi acquista un’importanza pari a quella del Ducato di Napoli, da cui dipende, ponendo le basi, insieme alle altre città campane, del risveglio economico del Mediterraneo.

Quando, nel secolo IX, forti della loro superiorità marittima, i saraceni ottengono il controllo dell’intero bacino, solo la Repubblica di Venezia e il Ducato di Amalfi rimangono attivi sul mare, la prima collegata a Costantinopoli attraverso l’Adriatico e lo Ionio, il secondo inserito, come capolinea cristiano, nel sistema economico del mondo islamico.

Nel corso del secolo IX Amalfi si emancipa lentamente dalla sovranità napoletana, sottoponendosi all’autorità di propri comites e praefecturii, sostituiti da duces verso la metà del secolo X. L’autonomia della città è riconosciuta dall’imperatore d’Oriente, che insignisce di titoli bizantini le autorità locali. Nell’anno 987 la cattedra vescovile di Amalfi è eretta in metropolitana.

Nel periodo di massimo splendore i confini del Ducato corrono a oriente fra Cetara e Vietri, presso Salerno, e giungono a occidente fino a Positano, comprendendo l’isola di Capri e la maggior parte dei monti Lattari, vera muraglia di roccia che difendeva il territorio dalle incursioni longobarde e sulle cui pendici occidentali erano i castelli di Gragnano e di Lettere, principali difese del territorium stabiense, ai margini del Ducato di Sorrento.

Pur mantenendo una posizione oscillante nei confronti dei saraceni, con i quali stabilisce intense e proficue relazioni commerciali, il Ducato prende parte a tutte le principali spedizioni militari contro di essi, distinguendosi nella vittoriosa battaglia navale di Ostia, combattuta in difesa di Roma, nell’849, insieme alle unità di Napoli e di Gaeta, che rispondevano all’appello di Papa san Leone IV (847-855); nella liberazione del vescovo di Napoli sant’Atanasio (832-872), compiuta nell’872 grazie anche all’aiuto dell’imperatore franco Ludovico II (825-875); e nella decisiva vittoria del Garigliano, ottenuta nel 915 dalle forze della Lega di Roma — Capua, Gaeta, Napoli, Amalfi, Salerno e Benevento —, organizzata da Papa Giovanni X (914-928).

Amalfi dà prova di abilità politica e militare, non inferiore alla sua intraprendenza sul mare, anche di fronte agli assalti periodici dei longobardi. Fra il 783 e il 785 la città è assediata dal potente principe di Benevento, Arechi II (m. 788), ma è liberata con l’aiuto di forze napoletane; nell’839 la sua popolazione è deportata a Salerno, ma l’anno seguente si ribella vittoriosamente; nel 981, il principato longobardo di Salerno viene occupato per due anni dal duca Mansone I (958-1004).

Il Ducato di Amalfi, apogeo ed evoluzione ( 2 )

Splendore e decadenza di Amalfi ( 3 )

 

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Il Ducato di Amalfi, apogeo ed evoluzione ( 2 ) 26 novembre, 2009

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Il Ducato di Amalfi (839-1131) ( 1 )

3. L’apogeo del Ducato di Amalfi nei secoli X° e XI°

Città di frontiera fra la Cristianità e l’Islam, Amalfi svolge un ruolo attivo di collegamento commerciale e culturale fra il mondo italico, il mondo bizantino e quello arabo, diventando una delle poche città italiane la cui fama è diffusa nel Mediterraneo orientale nel secolo X. Poiché la scarsità di risorse economiche del Ducato impedisce agli amalfitani d’esportare prodotti propri, la loro attività commerciale è basata sull’intermediazione:

Forniscono, infatti, legname europeo agli Stati arabi dell’Africa Settentrionale, che ne sono sprovvisti, oltre che ferro e cereali, portando in cambio sui mercati italiani tessuti di seta, medicinali, oggetti di lusso e altre merci di origine araba e bizantina.

I negotiatores di Amalfi commerciano lungo le coste tirreniche e nell’Italia Settentrionale, penetrano nell’Adriatico, stabilendosi a Ravenna e a Durazzo, sono presenti sia nell’Italia Meridionale, dove un patto con Sicardo (m. 839), principe longobardo di Benevento, garantisce loro libera circolazione, sia sulla costa nordafricana e nel Levante, impiantando colonie — che si amministravano con le leggi della madrepatria — a Tunisi, ad Alessandria, al Cairo, a Tiro e soprattutto a Costantinopoli, dove ebbero un loro quartiere, con terre, fondaci, una chiesa e un cimitero, prima ancora dei veneziani e dei pisani.

In Oriente si stabiliscono mercanti che accumulano ricchezze enormi, come il celebre Pantaleone de comite Maurone, patrizio imperiale, che donò al duomo di Amalfi, nel 1060, e alla badia di Montecassino, nel 1071, porte di bronzo fuse a Bisanzio, e il cui figlio, Mauro, fondò ospizi a Gerusalemme e ad Antiochia.

Alla fine del secolo XI, prima della liberazione di Gerusalemme da parte dei crociati nel 1099, alcuni mercanti e monaci benedettini di Amalfi, a capo dei quali era frate Gerardo da Scala, venerato come beato dalla popolazione cristiana, ottengono dal califfo d’Egitto il permesso di costruire presso il Santo Sepolcro — per offrire assistenza ai pellegrini in Terrasanta — un ospedale dedicato a San Giovanni Battista e una chiesa dal titolo di Santa Maria dei Latini, dando origine all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, poi di Rodi e infine di Malta, il cui vessillo reca ancora la croce bianca o d’argento a otto punte, antico simbolo civico di Amalfi.

Gli amalfitani sono fra i primi a diffondere presso i navigatori occidentali l’uso della bussola nautica e a introdurre nella penisola italiana nuove modalità di produzione della carta, in sostituzione della pergamena.

Nei loro viaggi in Oriente acquisiscono anche tecniche di costruzione e artistiche innovative, che consentono loro di arricchire il sobrio stile romanico, tipico di tanti monumenti dei centri campani, con influssi islamici e bizantini, dando origine al cosiddetto romanico amalfitano.

La vitalità della città si riflette anche nella ricchezza del suo ordinamento giuridico, testimoniata dalle Consuetudines Civitatis — raccolta di leggi interne, trascritta per la prima volta nel 1274, che dà notizia fra l’altro del ruolo di primo piano assunto dalle donne amalfitane nella vita della comunità — e dalle consuetudini marittime, che ebbero la loro più antica codificazione nella Tabula de Amalpha, che ha costituito un punto di riferimento per la navigazione nel Mediterraneo fino al secolo XVI.

Molti documenti testimoniano anche l’uso plurisecolare di riportare in ogni atto notarile l’intera genealogia dei partecipanti, fino a un capostipite certo, segno visibile del forte senso dell’unità familiare e della continuità del lignaggio nel tempo.

Il testo della Tabula e quello delle Consuetudines, insieme al Chronicum Amalfitanum, una cronistoria degli avvenimenti principali, risalente al secolo XIII, erano raccolti in un unico volume, conservato presso il seggio dei nobili.

 

4. La evoluzione del Ducato di Amalfi

 

Nel 1039 il principe Guaimario V (1013 ca.-1052) di Salerno, aiutato dai normanni della contea di Aversa, conquista il Ducato di Amalfi e lo affida al duca Mansone II, conservandone il dominio effettivo. Gli amalfitani reagiscono ancora e, nel 1052, riconquistano l’indipendenza, sostituendo Mansone con il fratello Giovanni (m. 1069), ma la pressione dei longobardi è tale che essi devono chiedere, nel 1073, la protezione del normanno Roberto il Guiscardo (1015 ca.-1085), conte di Puglia.

In un primo momento il Ducato conserva la sua autonomia, pur dovendo impegnarsi a prestare servitium et tributa, cioè milizie e sovvenzioni, ai suoi protettori e a cedere loro un castello. Tre anni dopo, però, il conte Roberto, durante l’assedio posto alla città di Salerno, coglie l’occasione per occupare Amalfi e per trasformare il protettorato in un vero e proprio dominio, che soffoca l’autonomia della città.

Qualche mese più tardi anche il principato di Salerno perde la sua plurisecolare indipendenza. Da allora, per un cinquantennio, la storia di Amalfi è contrassegnata da violenti ribellioni — nel 1088, nel 1096 e nel 1100 — contro la signoria normanna, finché, nel 1131, Ruggero II (1095 -1154), incoronato re di Sicilia l’anno precedente, sottomette definitivamente la città, continuando però a riconoscerne il titolo ducale e i privilegi mercantili.

Quattro anni dopo, chiamata dai longobardi di Capua, che ancora resistevano ai normanni, la flotta pisana saccheggia Amalfi e le città limitrofe, infliggendo un colpo mortale alla loro economia.

Affermatasi in un’epoca di grandi rivolgimenti e di profonde trasformazioni, Amalfi, insieme ad altre città della Campania e della Puglia, ha mostrato una notevole intraprendenza e si è imposta come centro di vita economica e d’autonomia politica.

L’unificazione normanna del Mezzogiorno ha fatto venir meno quelle ragioni d’autodifesa e d’iniziativa politica che avevano animato le imprese del Ducato e che avrebbero sollecitato, ancora per alcuni secoli, le città lombarde e toscane a elaborare nuove forme di autogoverno, ma sulle vie tracciate dalle navi amalfitane il Regno di Sicilia poté proseguire per alcuni secoli l’espansione politica e commerciale nell’Africa e nel Levante.

Una storia, tra la leggenda e la realtà vuole Amalfi fondata nel quarto secolo dagli antichi romani; uno stuolo di ricchi patrizi diretti a Costantinopoli ma naufragati presso Ragusa, successivamente messosi in viaggio di ritorno verso Roma sostarono prima a Palinuro, successivamente si stabilirono temporaneamente a Melphe, poi Eboli e definitivamente in un luogo, allora impervio che battezzarono « Amelphes ». « Leggenda »… perchè recentemente sono stati scoperti i resti di una villa romana di data ben anteriore al periodo cui fa riferimento tale storia!

L’antica economia dei paesi della Costiera Amalfitana era purtroppo obbligata alle risorse del mare, perchè il suolo di carattere roccioso poteva offrire ben poco, e così è che nasce la storia di Amalfi; rivolta verso il mare, e già in questi tempi remoti che « Amelphes » comincia a divenire un centro di scambi commerciali marittimi, un luogo di sosta per i naviganti e soprattutto un importante cantiere con alle spalle una solida economia cittadina.

Nel 553 dopo la vittoria di Narsete sui Goti fu sottoposta al dominio Bizantino ed ebbe la sede episcopale: il primo vescovo conosciuto fu Pimenio, nel 596. Nel 786 fu assediata invano dal duca longobardo Arechi di Benevento e, per la debolezza e la lontananza del governo di Costantinopoli, incomincio ad affrancarsi al Ducato di Napoli da cui dipendeva ed a sviluppare un floridissimo commercio divenendo una delle città più ricche della penisola.

Nel 812 gli amalfitani inflissero una pesante sconfitta ad i saraceni, ma poco dopo, il primo marzo del 838 il duca Sicardo di Benevento approfittò di alcune discordie interne e attaccò Amalfi saccheggiandola e deportando buona parte dei suoi cittadini a Salerno.

Il duca non molto tempo dopo fu assassinato e cambiarono ancora le carte in tavola; ciò permise agli amalfitani di far ritorno al loro paese di origine cosicché nel 839 Amalfi fu proclamata « Ducato Amalfitano Indipendente » con a capo due Prefetti annuali, una schiera di Giudici ed un Duca, la quale nomina dipendeva, almeno ufficialmente dall’Impero Romano D’Oriente.

Amalfi poteva vantare di aver una propria magistratura autonoma, con proprie leggi e batteva moneta d’oro; il « Tari ». Nell’ 849 la flotta amalfitana, unitamente con quella di Napoli e Gaeta fecero rotta verso Roma all’attacco della flotta saracena che si apprestava ad assaltare Roma, i saraceni furono sconfitti e messi in fuga verso il largo dove furono ulteriormente decimati da una tempesta.

Nel 872 la flotta amalfitana prestò aiuto all’imperatore Ludovico II per la liberazione del Vescovo Atanasio caduto prigioniero di Sergio, Duca di Napoli, in cambio Amalfi ebbe il dominio sull’isola di Capri. Gli amalfitani ancora una volta, nel 920, inflissero una dura sconfitta ad i saraceni che assediavano Reggio di Calabria, liberando così la città.

Splendore e decadenza di Amalfi ( 3 )

 

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