SENTINELLE CHRETIENNE

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(17) Apocalisse: Armaggedon, Le tre coppe, Altre tre coppe 30 novembre, 2011

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 20:02

(17) Apocalisse: Armaggedon, Le tre coppe, Altre tre coppe dans Apocalisse It Apocalypse051

Da:  http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Il contenuto della prima coppa, versata sulla Terra, evoca la sesta piaga, quella delle ulcere:

« Presero dunque fuliggine di fornace, si posero alla presenza del faraone, Mosè la gettò in aria ed essa produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie. I maghi non poterono stare alla presenza di Mosè a causa delle ulcere che li avevano colpiti come tutti gli Egiziani » (Esodo 9:10-11).

« Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della Bestia e si prostravano davanti alla sua statua » (16:2).

La seconda coppa trasforma le acque del mare in sangue, e la terza fa subire la stessa sorte ai fiumi e alle sorgenti, come era accaduto al Nilo percosso dal bastone di Mosè nella prima piaga:

« Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque. Vi fu sangue in tutto il paese d’Egitto. » (Esodo 7:20-21).

« Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto, e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare. Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. » (16:3-4).

Il sangue evoca quello sparso dai martiri: i persecutori sono ripagati da Dio con la stessa moneta. A questo punto infatti, come al solito a metà del settenario, Giovanni stesso ne spiega il senso:

« Allora udii l’angelo delle acque che diceva: « Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poiché così hai giudicato. Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni! » » (16:5-6).

Quanto all’Angelo delle Acque, negli scritti giudaici si trovano spesso Angeli, chiamati anche i Vigilanti perchè non dormono mai, preposti da Dio agli elementi naturali (pioggia, grandine, vento, fuoco, luce, moti degli astri…): in un’epoca in cui la scienza era indistinguibile dalla teologia, erano gli spiriti stessi i responsabili di tutti i fenomeni naturali.

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34 – La quinta coppa, Apocalisse mozarabica conservata nella Biblioteca Reale di San Lorenzo, El Escorial

Altre tre coppe

La quarta coppa, versata sul sole, fa sì che essa incenerisca tutti i malvagi, forse alludendo alla terza (invasione di zanzare), alla quarta (invasione dei mosconi) e alla quinta piaga d’Egitto (moria del bestiame), tutti eventi legati a un’estate estremamente torrida e siccitosa:

« Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio » (16:8-9).

La quinta coppa colpisce direttamente l’Impero della Bestia: versata sul suo trono, lo sprofonda nelle tenebre, come nella nona piaga d’Egitto:

« Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d’Egitto, per tre giorni. Non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti vi era luce là dove abitavano » (10:22-23).

« Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni » (16:10-11).

Secondo alcuni, questa piaga che colpì il cuore stesso dell’Impero Romano sarebbe una sovrapposizione tra il secondo grande incendio di Roma, avvenuto sotto il principato di Tito nell’81 d.C., e l’immane eruzione del Vesuvio, che il 24 agosto del 79 d.C. (ma qualcuno pensa piuttosto al 25 ottobre) cancellò dalla faccia della Terra Pompei, Ercolano e Stabia: in entrambi i casi il calore (del fuoco e del magma) incenerì migliaia di persone, e il fumo nero si levò così alto da oscurare il sole.

Ma veniamo alla sesta coppa, che viene versata sull’Eufrate: il fiume si prosciuga e i popoli invasori possono fare irruzione nelle province orientali dell’Impero Romano. Si allude presumibilmente a un fatto storico ben preciso: essendo in secca il fiume che segnava i confini orientali dell’Impero, i Parti e gli Sciti poterono dilagare verso occidente:

« Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate, e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente » (16:12).

La reazione della Trinità Satanica è terribile: come dal Santuario nel Cielo sono usciti i Sette Angeli, così dalla bocca del Drago, della Bestia e del Falso Profeta escono tre spiriti immondi, evidentemente demoni che vogliono contrapporsi agli Spiriti del Cielo, che hanno curiosamente la forma di rane. Esse richiamano così la seconda piaga d’Egitto:

« Il Signore disse a Mosè: « Comanda ad Aronne: Stendi la mano con il tuo bastone sui fiumi, sui canali e sugli stagni e fa’ uscire le rane sul paese d’Egitto! » Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto » (Esodo 8:1-2)

« Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane: sono infatti spiriti di demoni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente » (16:13-14).

Da notare che la rana, analogamente ad altri animali che oggi noi consideriamo delle prelibate leccornie, era considerata impura dagli Ebrei osservanti, e quindi a buon diritto può incarnare uno spirito maligno:

« Fra gli animali che strisciano per terra riterrete immondi la talpa, il topo e ogni specie di lucertola, il toporagno, la rana, la tartaruga, la lumaca, il camaleonte » (Levitico 11:29-30).

Il versetto 15 appare come fuori contesto: «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne »

Probabilmente si tratta dell’inserzione di un copista che, davanti alla spaventevole visione dei tre spiriti maligni con corpo di rane, ha inserito qui l’ammonimento a vigilare sempre, temendo l’arrivo del Signore come si teme un guardone che ci spia dentro casa. Ma probabilmente a scatenare la reazione atterrita dell’ignoto copista contribuisce anche la famigerata parola che si trova nel versetto 16: « E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon »

Armageddon

Certamente è questa una delle parole più suggestive dell’intera Apocalisse, che ha dato il titolo anche ad un celebre film catastrofico del regista Michael Bay (1998), in cui la lotta era ingaggiata contro un meteorite gigantesco, intenzionato a distruggere la Terra.

Ma qual è il suo senso? « Har Meghiddohn » in ebraico (testimonianza quindi delle origini ebraiche dell’Autore dell’Apocalisse) significa « montagna di Megiddo », e Megiddo è una località della Galilea, posta nella piana di Esdrelon, alle falde del Monte Carmelo, riportata alla luce dagli archeologi.

Qui il 16 aprile 1457 a.C. (secondo altri nel 1479 a.C.) il faraone Tutmosi III combatté una battaglia decisiva che gli consentì di impadronirsi dell’intera Palestina, la prima della storia della quale abbiamo il resoconto completo, compilato dallo scriba del faraone. Ma, soprattutto, nel 609 a.C. vi si combatté la battaglia in cui, secondo 2 Re 23:29-30, trovò la morte il pio Giosia, ultimo grande re di Giuda, del quale abbiamo parlato nell’ipertesto dedicato ai Libri Storici della Bibbia.

Il contesto storico è il seguente. Nel 612 a.C. il re dei Medi Ciassare ed il re di Babilonia Nabupolassar espugnarono Ninive, capitale dell’impero assiro, e così il faraone volendo contrastare il dominio babilonese sulla Mesopotamia, che avrebbe minacciato anche l’Egitto, entrò in guerra contro di loro.

Per raggiungere la Mesopotamia doveva attraversare il regno di Giuda, ma Giosia gli sbarrò la strada con le sue truppe. Perché? Il re di Giuda, rimasto celebre per la sua riforma religiosa che eliminò dalla Giudea ogni traccia di paganesimo, non sapeva fare calcoli politici: per lui gli Assiri erano e restavano i nemici mortali che avevano raso al suolo Samaria e distrutto il Regno d’Israele, e così cercò di impedire a Necao di portare loro aiuto.

Naturalmente il povero Giosia venne travolto dalle armate egiziane e morì in battaglia proprio presso Megiddo, cosicché quel luogo divenne simbolo di sconfitta rovinosa per il Popolo di Dio, nonché di dolore e sofferenza per la perdita di un sovrano lodato da tutti quale era Giosia.

È anche possibile che il riferimento a Megiddo sia dovuto ad un evento molto più vicino nel tempo alla composizione dell’Apocalisse: sembra infatti che l’esercito romano si sia radunato proprio presso Megiddo nel 67 d.C., durante le manovre per schiacciare l’insurrezione giudaica.

Non è dunque incredibile che, individuando in questo suggestivo luogo il raduno degli eserciti del bene e del Male in vista della battaglia escatologica che prelude al Giudizio Finale, Giovanni abbia fatto riferimento a qualche evento del quale era stato testimone, o di cui aveva conosciuto dei testimoni oculari. Se è davvero così, appare corretta l’interpretazione secondo cui la settima coppa dell’ira di Dio si riferisce agli eventi che portarono alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Ecco il testo:

« Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: « È fatto! » Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra.

La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente.
Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine come una pioggia di talenti scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello » (16:17-21)

La descrizione è chiaramente iperbolica: ogni chicco di grandine pesa un talento cioè circa mezzo quintale; le isole affondano, i monti si sciolgono e un terremoto devasta ogni opera creata dall’uomo. Presumibilmente l’Autore ritorce su Roma, « la grande città », una versione amplificata e devastante della distruzione della Città Santa operata dalle truppe di Tito.

Anche allora la città venne praticamente rasa al suolo, come per effetto di un terremoto; il fatto che la distruzione di Babilonia/Roma avviene ad opera di cataclismi naturali indica che il regista della devastazione è il Signore, che fa bere all’Impero del male tutto il calice della propria ira fino all’ultima goccia.

Per restare nell’ambito del parallelo mosaico di cui si è parlato sopra, a Roma tocca la stessa sorte del Faraone, le cui truppe non furono spazzate via da un esercito nemico ma dalla furia del mare, solo che nell’Apocalisse la violenza contro i seguaci della Bestia è praticamente centuplicata.

Ma attenzione. Chi, come noi, ormai conosce lo stile colorito di San Giovanni, tutto intrecciato di rimandi biblici e di immagini tolte dalle altre apocalissi dei suoi tempi, è avvertito a non prendere alla lettera gli elementi della descrizione, come fanno certi protestanti o i Testimoni di Geova;

l’Autore non sta facendo una cronaca degli Ultimi Tempi così come un telecronista sportivo farebbe una cronaca di una partita di calcio. Più che perdersi nei particolari, talvolta oscuri ed enigmatici, del messaggio profetico, chi legge l’Apocalisse ai nostri giorni non deve mai perdere di vista l’insegnamento chiarissimo che risulta dalla pagina dal settenario delle coppe, che è questo: la superbia umana di un impero politico terreno, come quello di Roma pagana, mira invano ad instaurare un dominio duraturo, una statolatria usurpatrice dei fondamentali diritti del cittadino e del credente, che duri in eterno, come sognato da O’Brien, il « cattivo » del romanzo « 1984″ di George Orwell.

La giustizia divina, quando la misura sarà colma, colpirà infallibilmente, travolgendo anche l’Impero che gli uomini crederanno più saldo e immarcescibile!

Per assistere a quale fine farà secondo Giovanni la superbia delle potenze di questo mondo, cliccate qui sottoe passate alla pagina successiva.

(18)     http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/18-apocalisse-la-caduta-di-babilonia-la-grande-prostituta/

 

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(18) Apocalisse: La caduta di Babilonia La grande prostituta

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:35

(18) Apocalisse: La caduta di Babilonia La grande prostituta dans Apocalisse It DragoAnticristo Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La caduta di Babilonia La grande prostituta, Il simbolismo della Bestia,

Ormai ci avviciniamo al culmine dell’Apocalisse, cioè quello che è stato conosciuto nei secoli come Giudizio Universale, ed è stato oggetto di innumerevoli rappresentazioni artistiche e letterarie. In quest’ambito i capitoli 17-19 dell’Apocalisse riprendono, come si è già accennato, il tema del giudizio di Dio su Babilonia/Roma. Essi non aggiungono sostanzialmente niente di nuovo ai temi già fin qui trattati da Giovanni ma, dal punto di vista artistico-letterario, costituiscono una delle sezioni più belle dell’ultimo libro della Bibbia.

Non è difficile comprendere perché Giovanni insista cosi a lungo sull’argomento; se ci portiamo alla sua epoca con un’ideale Macchina del Tempo, non ci sarà difficile renderci conto delle pietose condizioni in cui erano costretti a vivere i cristiani di allora, fatti oggetto di una persecuzione senza quartiere che spesso portava alla morte fisica, e che sempre e comunque portava alla morte civile, cioè all’esclusione dalla vita pubblica, dalle attività commerciali, dalle associazioni operaie, e quindi miseria, disprezzo, carcere ed esilio.

La persecuzione di Domiziano, tale da far impallidire quella di Nerone, faceva pensare che tra cristianesimo ed impero romano era impossibile un’intesa, in quanto mai la Chiesa avrebbe accettato di riconoscere all’Augusto dei titoli divini, e che quindi i cristiani, rei soltanto di essere tali, sarebbero stati il bersaglio del formidabile apparato statale romano fino alla loro completa estinzione.

Stando cosi le cose, non ci poteva essere una parola di più coraggiosa speranza che quella pronunciata da Giovanni in questa sezione:

« È caduta, è caduta Babilonia la grande! ».

Ed ecco dunque apparire sulla scena del libro una delle più impressionanti figure da esso tratteggiate: la « grande prostituta che siede presso le grandi acque » (17:1). Come si è già detto, infatti, la Bibbia di solito traduce il termine « idolatria » con l’espressione « prostituzione agli idoli »; senza contare il fatto che presso i cananei era diffusa la cosiddetta « prostituzione sacra ».

In altre parole, il fedele nel Tempio si accoppiava con una sacerdotessa, e ciò secondo le credenze del tempo equivaleva ad unirsi alla stessa dea: una pratica che la Bibbia condanna a più riprese e con la massima severità.

I profeti poi erano soliti designare con il termine di « prostituta » le grandi potenze del loro tempo, come Tiro, Ninive, Babilonia; e San Giovanni non fa certo eccezione a questa regola, applicando ovviamente il termine a Roma. Ecco dunque come egli tratteggia questa paurosa figura:

« L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione.

Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: « Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. » E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. » (17:3-6)

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37 – Albrecht Dürer, La Grande Prostituta, xilografia

« Seduta sulle grandi acque »

si riferisce presumibilmente allo strapotere di Roma sul mar Mediterraneo, definito non a caso dai romani « Mare Nostrum ». « Porpora e scarlatto »sono segno di lusso e di grande splendore, perchè questi colori venivano tratti da una conchiglia chiamata murice, ed occorrevano migliaia di conchiglie per tingere di porpora una sola stoffa, il che rendeva questo colore molto costoso e pregiato, e quindi riservato ai ricchi, ai potenti e ai re.

Inoltre il manto scarlatto era una delle prerogative degli Imperatori Romani, passata poi agli imperatori bizantini; oggi se ne trova un residuo nel manto rosso dei Papi. La « coppa d’oro » è poi un tradizionale attributo di Babilonia, già presente in Geremia 51:7, e qui trasferito alla nuova Babilonia, Roma. « Ebbra del sangue dei santi e dei martiri » si riferisce alle persecuzioni di Nerone e di Domiziano, ed in questa espressione si riflette probabilmente la descrizione della persecuzione neroniana che ci ha lasciato Tacito nei suoi « Annali »:

«Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo.

Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole un gran numero di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne.

Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per sadismo di un solo uomo » (Annales XV, 44).

Tacito era noto per la sua astiosità nei confronti dei cristiani, come dimostrano le espressioni « pericolosa superstizione », « odio nei confronti del genere umano » ed « uomini che si meritavano l’estremo supplizio »: per un pagano del I secolo d.C., la convinzione che la fine del mondo ed il giudizio finale fossero vicini dovevano probabilmente apparire come avversione nei confronti dell’umanità ed odio nei confronti dell’ordine costituito. Eppure, nonostante questo, egli arriva a provare « compassione » per gli odiati cristiani; da buon repubblicano, egli manifesta la sua avversione verso Nerone sospettando che sia il suo « sadismo » l’unico vero motore della persecuzione.

Il simbolismo della Bestia

A questo punto, lo stesso angelo che guida Giovanni nelle sue visioni gli fornisce una spiegazione dettagliata della visione: forse una delucidazione richiesta dai suoi stessi discepoli.

« « La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà.

Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione.

Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia. Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli. »

Poi l’angelo mi disse: « Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. La donna che hai vista simboleggia la grande città, che regna su tutti i re della terra. » » (17:8-18).

Andiamo per ordine. Della bestia cavalcata dalla prostituta si racconta la morte, ma anche una strana risurrezione: « salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione ». Secondo alcuni si tratta di un riferimento alla crisi dinastica che colpì l’Impero Romano dopo il suicidio di Nerone: l’impero fu dilaniato dalle lotte intestine, le truppe stanziate nelle province elevarono alla dignità imperiale i propri comandanti, e in pochi mesi si susseguirono ben quattro imperatori: Servio Sulpicio Galba, Marco Salvio Otone, Aulo Vitellio Germanico e Tito Flavio Vespasiano, a cui si aggiunsero le ribellioni di Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, di Lucio Virginio Rufo, prefetto delle legioni della Germania superiore, e del prefetto del pretorio Ninfidio Sabino.

La potenza di Roma parve sul punto di disgregarsi, come narra Svetonio, ma l’elezione imperiale di Vespasiano, fondatore della dinastia Flavia, il 22 dicembre del 69 d.C., riportò l’ordine e spezzò le speranze di coloro che speravano davvero di assistere alla caduta di Roma.

Naturalmente, come si è già detto parlando del Dragone che insidiava la Donna Vestita di Sole, le sette teste rappresentano i sette colli su cui Roma è costruita (Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale), ma anche sette sovrani: « i primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco ».

Si pensa che i primi cinque, già morti, siano Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone; quello in vita sarebbe Vespasiano, e quello che rimarrà per poco sarà Tito, che effettivamente regnò solo per due anni. Ma c’è un ottavo re, identificato con la Bestia tornata in vita: probabilmente si tratta di Domiziano, ritenuto la reincarnazione della Bestia, cioè di Nerone (vedi il discorso intorno al numero 666), perchè ripeté le sue ben poco eroiche gesta scatenando la persecuzione contro i cristiani.

Naturalmente, essendo Domiziano regnante (e questo ci riporta al tempo di composizione dell’Apocalisse), Giovanni si guarda bene dal chiamarlo per nome, indicandolo tuttavia con una perifrasi che ai cristiani suoi contemporanei doveva apparire chiara come il sole.

Quanto alle dieci corna, qui sono identificate con dieci re vassalli di Roma che, alleandosi con la Bestia, riescono ad ottenere un successo effimero: essi regneranno tutti per un’ora soltanto, cioè per un tempo brevissimo. Forse Giovanni aveva in mente dei re specifici, perchè a quel tempo Roma aveva tutta una cintura di regni satelliti: l’Armenia, il Regno del Bosforo, il regno dei Nabatei nell’attuale Giordania, la Mauretania, e molti altri.

A noi non è più possibile rintracciare i nomi di questi vassalli, ma una cosa è certa: essi collaborarono alla persecuzione, scatenando una guerra senza tregua contro l’Agnello che è Cristo.

Naturalmente secondo Giovanni l’esito di questa battaglia è scontato perchè Dio non può che trionfare, essendo « il Signore dei signori ». Ma non solo: i re vassalli si rivolteranno contro la Prostituta, cioè contro Roma, e la annienteranno, mangiandone le carni, cioè spartendosi il bottino, e bruciandola con il fuoco, cioè mettendola a ferro e fuoco. Paradossalmente, questa profezia si è compiuta davvero quattro secoli più tardi, attraverso le invasioni barbariche, anche se l’impero era ormai già divenuto cristiano.

In ultimo si ribadisce una volta per tutte l’identità di questa donna: è « la grande città, che regna su tutti i re della terra », e dunque altri non può essere se non Roma, la potenza politica di turno, dopo l’Egitto, l’Assiria, Babilonia, la Persia e la Siria seleucide, che opprime il Popolo di Dio.

Per continuare, per saperne di più, cliccate qui sotto e passate con me alla pagina successiva.

 (19) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/19-apocalisse-la-grande-prostituta-tutti-gridano-in-coro/

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(19) Apocalisse: La grande prostituta, Tutti gridano in coro

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 17:08

(19) Apocalisse: La grande prostituta, Tutti gridano in coro dans Apocalisse It ApBabele

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La grande prostituta, Tutti gridano in coro, The Day After

Ed eccoci ora di fronte alla caduta di Babilonia/Roma, annunciata da un angelo che discende dal Cielo ed illumina tutta la Terra con il suo splendore (un’allusione forse agli Angeli che nella notte di Natale annunciarono ai pastori la nascita del Salvatore): La descrizione della fine della potenza romana è intessuta, come al solito, con parecchie citazioni veterotestamentarie, in particolare dai capitoli 14, 21, 47 di Isaia e dai capitoli 50 e 51 di Geremia.

« È caduta, è caduta Babilonia la grande, ed è diventata covo di demoni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato. » (18:2-3)

« Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia. Siedi a terra, senza trono, figlia dei Caldei, poiché non sarai più chiamata tenera e voluttuosa. Siedi in silenzio e scivola nell’ombra, figlia dei Caldei, perché non sarai più chiamata Signora di Regni. » (Isaia 47:1.5).

« Proclamatelo fra i popoli e fatelo sapere, non nascondetelo, dite: Babilonia è presa, Bel è coperto di confusione, è infranto Marduk: sono confusi i suoi idoli, sono sgomenti i suoi feticci. Poiché dal settentrione sale contro di essa un popolo che ridurrà la sua terra a un deserto, non vi abiterà più nessuno; uomini e animali fuggono, se ne vanno » (Geremia 50:2-3).

Da notare come Roma al tempo di Giovanni sia ancora ben salda e potentissima, ma l’Evangelista ne dà notizia come se la sua caduta fosse già avvenuta; per lui, infatti, Roma è ormai condannata per colpa dei suoi orribili peccati, e la sua caduta può essere solo procrastinata, ma non rimandata.

Da notare, per inciso, come a quel tempo esistessero quattro grandi imperi nel Vecchio Mondo: oltre a quello Romano c’erano l’Impero dei Parti nelle attuali Persia e Afghanistan, l’Impero Kushano in India e Asia centrale, e l’Impero Cinese degli Han.

Ora, al giorno d’oggi esistono tuttora Iran, India e Cina, e si tratta di quattro grandi nazioni, il cui ruolo non si limita più a quello di potenza regionale. Invece l’Impero Romano, caduto convenzionalmente nel 476, non si è mai più ricostituito nonostante gli sforzi in tal senso di Giustiniano, Carlo Magno, Ottone il Grande, Federico Barbarossa, Carlo V, Napoleone ed Hitler.

Un’eco della condanna definitiva pronunciata su Roma e sul suo impero dall’Angelo ammantato di luce del capitolo 18 dell’Apocalisse?

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38 – La caduta di Babilonia, arazzi del castello di Angers (Anjou, Francia), XIV secolo

Si è detto che la descrizione del crollo di Babilonia assomiglia a un grandioso arazzo, e tale appare davvero osservando gli arazzi di Angers, capoluogo del dipartimento della Maine-et-Loire, in cui si trova uno dei celeberrimi Castelli della Loira.

Questo castello ospita proprio un importante ciclo di arazzi, una serie di sei pannelli con 69 soggetti eseguiti tra il 1373 e il 1382 da Nicolas Bataille per il duca Luigi I d’Angiò, ed interamente dedicati all’Apocalisse; qui sopra se ne vede un esempio tra i più eloquenti, che mostra proprio la caduta della Città degli Uomini.

Questa superpotenza del mondo antico, che sottomise tutte le millenarie civiltà del bacino del Mediterraneo e tentò a più riprese anche l’assalto al Medio Oriente, viene descritta al culmine della sua potenza, e subito dopo sprofondata nell’abisso e messa a ferro e fuoco:

« I suoi peccati si sono accumulati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità. Pagatela con la sua stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.

Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.

Poiché diceva in cuor suo: « Io seggo regina, vedova non sono e lutto non vedrò »; per questo, in un solo giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco, poiché potente Signore è Dio che l’ha condannata» (18:5-8).

Qui probabilmente è al lavoro la suggestione di quanto capitato al grande Impero Assiro quasi 700 anni prima: come annunciato dai profeti, esso passò in pochi anni dall’apogeo della propria potenza e della propria espansione territoriale, sotto Sennacherib, Assaraddon e Assurbanipal, al crollo fin dalle fondamenta, perchè non si trattava di una nazione coesa: i molti popoli assoggettati erano tenuti assieme solo dal terrore suscitato dai vincitori, che non esitavano a radere al suolo intere città, sterminandone o deportandone le popolazioni.

Questa costruzione artificiosa era destinata a rovinare alla prima seria sconfitta subita dagli Assiri, come accadde all’impero napoleonico dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812; dunque l’Autore dell’Apocalisse si dice convinto che la stessa cosa capiterà a Roma, che ha trattato i vinti allo stesso modo. Certamente è una visione lontana mille miglia dagli ottimistici versi di Virgilio:

« Tu regere imperio populos, Romane, memento
(hae tibi erunt artes): pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos » (Aen. VI, 851-53)
[Tu con l’imperio reggere le genti
devi, Romano, è l’arte tua: dettare
norme alla pace, esser clemente ai vinti
e debellare i popoli superbi] (trad. di Guido Vitali)

Contemporaneamente, si ribadisce la certezza che Domineddio è l’unico vero Signore della storia, non l’Augusto o il governatore di turno, e quindi Egli potrà spezzare l’arroganza del tiranno nonostante l’apparente inossidabilità del suo potere.

Tutti gridano in coro

Giova osservare come la rappresentazione della caduta di Babilonia è affidata a un coro di voci, esattamente come accadeva nel teatro antico, in cui al coro era affidato il racconto degli eventi salienti del contesto in cui si svolgeva l’azione dei protagonisti. Giovanni si rivela perciò anche buon conoscitore della cultura ellenistica dei suoi tempi, né c’è da stupirsene, visto che operò il suo ministero nell’Asia Proconsolare, cioè l’ex regno di Pergamo, che fu uno dei centri propulsori dell’Ellenismo.

Il coro è composto dalle voci di personaggi reali e fittizi, legati in qualche modo alla vicenda romana, sia sostenitori dell’Impero che avversari in attesa del suo castigo da parte della Divinità. Il tutto è aperto da una voce che scende dall’alto, quasi « fuori campo », tanto per continuare ad usare il linguaggio teatrale e cinematografico.

Essa si rivolge ai cristiani residenti in Roma, sulla scia di 1 Pietro 5:13, invitandoli ad abbandonarla prima che su di essa piombino i castighi divini. Su questo ammonimento pesa probabilmente la suggestione dell’invito lanciato dagli angeli a Lot affinché abbandoni Sodoma prima della catastrofe.

« Udii un’altra voce dal cielo: « Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli! » » (18:4)

« Morte, lutto, fame e fuoco » è ciò che l’angelo promette alla grande città. Questi flagelli richiamano in maniera inconfondibile quelli con cui i

Quattro Cavalieri dell’Apocalisse sono autorizzati a vessare il genere umano:

« Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra » (6:8).

Inoltre Giovanni fa sfoggio di immagini tolte come al solito dal repertorio profetico: Isaia 21, Isaia 47, Geremia 50-51 ed Ezechiele 26-28. Il concetto di Babilonia resa « vedova » dall’intervento del Signore è preso di peso da Isaia 49:7.

Udiamo poi le voci lamentose dei costernati ammiratori della potenza romana, cioè i re vassalli, i mercanti e i naviganti che si sono arricchiti con il bottino rastrellato dalle legioni. Logicamente il coro viene aperto dalla voce degli

alleati dell’impero:

« I re della terra che si sono prostituiti e hanno vissuto nel fasto con essa, piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio, tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti, e diranno: « Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna! » (18:9-10).

Questi re indicano evidentemente il potere politico, che imita in tutto le infedeltà di Roma /Babilonia. Continuano il lamentoso coro i mercanti, indicati con il termine greco « emporoi », che solitamente designa i commercianti all’ingrosso e gli importatori di merci molto richieste; anch’essi sono presentati in una luce molto negativa, perchè sono stati gli strumenti della prosperità di Babilonia, e quindi della sua corruzione, traendo volentieri profitto dalla rapacità e dall’ingordigia dei maggiorenti della città:

« Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci: carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamomo, amomo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane (…) I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno: « Guai, guai, immensa città, tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle! In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza! » » (18:11-13.15-17).

La lista delle merci elencate in questo passo è composta non a caso per lo più da articoli di lusso, che Roma era solita importare dalle varie province dell’impero e dalle regioni più lontane, fino alle remote e misteriose Indie. Il cinnamomo è la cannella (nome scientifico Cinnamomum zeylanicum), nativa dello Sri Lanka e costosissima per via del lungo viaggio necessario per l’importazione di questa spezia.

L’amomo o zenzero del Malabar (Zingiber officinale) è una pianta aromatica dell’India sudorientale da cui si ricavava un unguento molto usato per i capelli. Con il termine « profumi » (in greco thymiamata) si indicavano in generale essenze come l’incenso, ricavato in Arabia dalla Boswellia sacra, atte ad essere accese per purificare l’aria (siccome è usato tipicamente nei templi, i Re Magi lo portano in dono a Gesù bambino come simbolo della sua divinità).

La mirra è una gommaresina aromatica, estratta dalla Commiphora myrrha, diffusa in Somalia, Etiopia, Sudan e penisola arabica. Già conosciuta nell’antico Egitto, dove era utilizzata nell’imbalsamazione, veniva usata anche come profumo, e come tale è citata sette volte nel Cantico dei Cantici; anch’essa fu portata in dono dai Re Magi al Bambino Gesù, come simbolo della sua sofferenza e della sua morte per l’espiazione dei peccati del mondo.

Il bisso è una specie di seta naturale marina, ottenuta da un filamento secreto dal mollusco Pinna nobilis, la cui lavorazione era molto diffusa nell’area mediterranea; dal bisso si ricavavano pregiati e costosi tessuti con i quali si confezionavano, nell’antichità, gli abiti dei personaggi più altolocati. Dello scarlatto e della porpora si è detto già sopra.

Il triplice coro di lamenti, che ricorda le prefiche care alla tradizione antica, si chiude con i naviganti che facevano affari d’oro trasportando le merci destinate a Babilonia/Roma, e che ora si gettano sul capo manciate di polvere in segno di lutto, e riconoscono che Dio sta rendendo giustizia alle vittime delle persecuzioni scatenate dall’immensa città: la caduta della città peccatrice segna infatti la fine delle loro fortune.

« Tutti i comandanti di navi e l’intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza, e gridano guardando il fumo del suo incendio: « Quale città fu mai somigliante all’immensa città? » Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono: « Guai, guai, immensa città, del cui lusso arricchirono quanti avevano navi sul mare! In un’ora sola fu ridotta a un deserto! » (18:17-19).

La successiva voce è quella di un nuovo Angelo che, con un gesto quasi michelangiolesco, raffigura simbolicamente la caduta della città, sollevando un enorme masso e scagliandolo nel mare, quasi volesse ripetere la caduta dell’astro Assenzio, per pronunciare poi la condanna definitiva sulla superba metropoli:

« Con la stessa violenza sarà precipitata Babilonia, la grande città, e più non riapparirà. La voce degli arpisti e dei musici, dei flautisti e dei suonatori di tromba, non si udrà più in te; ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; e la voce della mola non si udrà più in te; e la luce della lampada non brillerà più in te; e voce di sposo e di sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra; perché tutte le nazioni dalle tue malie furono sedotte. In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi, e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra » (18:21-24).

Le espressioni usate per costruire questa sorta di « Dies Irae » sono quelle adoperate dai profeti, in particolar modo da Geremia ed Ezechiele, per descrivere il giudizio divino su Gerusalemme e su altre potenze del loro tempo, ma Giovanni è bravissimo ad attualizzarle e trasportarle ai propri giorni. Ecco in proposito il commento del grande teologo Ugo Vanni:

« Babilonia la Grande, la Prostituta (17:1) è una concentrazione di tutto il male. Essa cavalca un mostro vestito di scarlatto (17:3): si tratta della città secolarizzata, nel senso più radicale del termine. È sorretta, questa città mostruosamente consumistica, da uno Stato, il mostro scarlatto, che si fa adorare, cioè pretende di essere al di sopra di tutto e si sente al di sopra di tutto. Alla distruzione della « Grande Prostituta » farà riscontro il trionfo della Città-Sposa, la Gerusalemme Celeste»

The After Day

In netto contrasto con il lamento intonato sulla terra dai signorotti e dai trafficanti di merci preziose, si passa ora al canto di gioia ed alla liturgia celeste in onore della giustizia divina: il coro degli eletti intona un inno che celebra il crollo della Città del Male, madre di ogni oppressione e di ogni idrolatria. Sconvolgente in particolare è la visione del fumo dell’incendio della perversa Babilonia, che sale in eterno verso il cielo quale monito per tutte le genti, e ci ricorda da vicino l’analoga sorte toccata a Sodoma nel libro della Genesi:

« Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle, e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace » (Genesi 19:27-28)

«Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio; perché veri e giusti sono i Suoi giudizi, Egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi! Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli! » (19:1-3).

Tuttavia questa visione ci richiama alla mente anche un « fumo » molto più attuale: gli spettrali funghi atomici che si levano al cielo dopo l’esplosione di ordigni nucleari nell’atmosfera. Per questo ho inserito qui sopra una sequenza del celebre film

« The Day After » (1983) di Nicholas Meyer, che mostra i devastanti effetti sulla popolazione e sulle infrastrutture di Kansas City di una guerra nucleare tra USA ed URSS, scatenata in seguito al degenerare della contesa sulla città di Berlino.

Una situazione che, secondo molti analisti, poteva verificarsi sul serio; in questo caso la Babilonia di Giovanni viene ad identificarsi con la nostra superba civiltà tecnologica, che veramente « in un’ora sola » verrebbe spazzata via dagli ordigni atomici, asseverando l’affermazione di Albert Einstein:

« Io non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta si combatterà con asce e frecce »!!

Non è certo un caso se è stato battezzato « Orologio dell’Apocalisse » (Doomsday Clock) un orologio simbolico ideato dagli studiosi del « Bulletin of the Atomic Scientists » dell’Università di Chicago nel 1947: la mezzanotte di tale orologio indica la fine del mondo, causata nel nostro caso da una guerra atomica. Al momento della sua invenzione, l’orologio è stato impostato sette minuti prima della mezzanotte, e la lancetta dei minuti è stata ripetutamente spostata avanti o indietro, durante la guerra fredda, a seconda dello stato delle politiche mondiali e del pericolo nucleare.

Tra il 1953 e il 1960 l’orologio è giunto a soli due minuti dalla mezzanotte, quando in tutto il mondo si diffuse la psicosi da conflitto nucleare, ed anche il gruppo heavy metal « Iron Maiden » incise un brano intitolato « 2 Minutes to Midnight », un chiaro riferimento al rischio che gli incubi di San Giovanni diventassero realtà; nel 2010 l’Orologio dell’Apocalisse si trova alle 23.54.

Certamente il rischio della mutua distruzione ha finora impedito il compiersi della profezia su Babilonia nel nostro XXI secolo, ma in un’epoca di terrorismi come la nostra la guardia deve sempre rimanere alta, pur confidando nella verità delle parole cantate dalla folla celeste: « gloria e potenza sono del nostro Dio; perché veri e giusti sono i Suoi giudizi »!

Ma ecco che, proprio in mezzo alla visione di tante distruzioni e rovine, quali sono illustrate nel filmato soprastante, ritorna sulla scena il protagonista assoluto di tutta l’Apocalisse e di tutto il Nuovo Testamento.

Per saperne di più, cliccate qui sotto e passate con me alla pagina successiva.

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(20) Apocalisse: Il Giudizio Universale, Il Verbo Invincibile,

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(20) Apocalisse: Il Giudizio Universale, Il Verbo Invincibile, dans Apocalisse It 40-Firenze_GU-300x238

40 – Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (1260-70), Battistero di San Giovanni, Firenze

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Amen, Alleluia! La disfatta e la condanna delle due Bestie

Nel capitolo 19 dell’Apocalisse ritroviamo i ventiquattro vegliardi, i quattro esseri viventi e l’Assemblea dei Santi che abbiamo già incontrato nella descrizione della Corte Celeste, nel capitolo 4; ed allora non possiamo che ritrovare anche il protagonista del libro, cioè l’Agnello, del quale si celebrano con inni le mistiche Nozze con la Chiesa Sua sposa:

« Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: « Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente. » La veste di lino sono le opere giuste dei santi. » (19,6-8).

Queste nozze rappresentano l’instaurarsi definitivo del Regno di Dio, che subentra all’impero terreno di Roma/Babilonia, e il compimento ultimo e definitivo dell’Alleanza tra Dio e l’Umanità. La sposa, cioè la Chiesa, è abbigliata con una veste di lino splendente, analoga a quella dei centoquarantaquattromila di Ap 7,4, che rappresenta le opere giuste compiute dai Santi, come specifica un versetto che probabilmente rappresenta l’interpolazione di un copista zelante, desideroso di rendere esplicito quel simbolo per lui così importante.

Il simbolismo nuziale, poi, ricorre spessissimo nella Bibbia, per esprimere il legame tutto particolare che si instaura tra Dio ed il suo popolo, Israele. JHWH si presenta in genere come lo Sposo, e Israele come la Sposa: un ruolo che qui è attribuito naturalmente alla Chiesa di Cristo. Le fonti sono Isaia 54:5-6, Osea 2:16-18 e, naturalmente, il Cantico dei Cantici.

Subito Giovanni si prostra davanti all’Angelo, che abbiamo già incontrato in 17:1 e che ritroveremo in 21:9-15, ma questi lo ammonisce e lo invita a non farlo. Questo fatto è analogo al dialogo tra l’Angelo e Manoach, padre di Sansone, nel capitolo 13 del Libro dei Giudici:

« Manoach disse all’angelo del Signore: « Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto! » L’angelo del Signore rispose a Manoach: « Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore. » » (Giudici 13:15-16).

« Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: « Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare. » La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia » (19:10).

In questi passi si trova l’esplicita dichiarazione che gli Angeli sono creature di Dio, non déi essi stessi. Se ciò appare indispensabile da ricordare in un momento storico in cui Israele è l’unico popolo monoteista in mezzo a milioni di abitanti del Medio Oriente tutti politeisti o al più enoteisti, questo richiamo nell’Apocalisse probabilmente evoca la polemica contro il culto delle potenze celesti, già condannato da San Paolo nella Lettera ai Colossesi:

« Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli… » (Colossesi 2:18) e il Primato di Cristo su tutte le gerarchie angeliche, come sottolinea la Lettera agli Ebrei, in realtà un’omelia della fine del I secolo, di poco posteriore all’Apocalisse (essa rappresenta dunque l’ultimo libro in ordine cronologico del Nuovo Testamento):

« Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo futuro, del quale parliamo. Anzi, qualcuno in un passo ha testimoniato: « Che cos’è l’uomo perché ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu te ne curi? Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi. » Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso » (Ebrei 2:5-8).

Troviamo qui, mescolati al testo greco dell’Apocalisse, due termini ebraici: « Amen » e « Alleluia » (19:4), che ritornano con grande frequenza nell’Apocalisse, e che la liturgia e le preghiere hanno conservato fino al giorno d’oggi. « Amen » deriva dalla radice ebraica « aman », che indica la certezza, la solidità, l’immutabilità: non è un caso se da essa derivano anche i termini emuna, « fede », ed emet, « fedeltà ». Per questo Cristo nell’Apocalisse viene chiamato « l’Amen » (3:14) e « il fedele » (19:11). Invece « alleluia » deriva dal verbo ebraico halal, « lodare », e da Jah, abbreviazione del nome divino JHWH, e significa « lodate JHWH »: si tratta di un’acclamazione di gioia e di lode molto frequente nei Salmi.

Il Verbo Invincibile

Ed ecco il protagonista apparire sulla scena in una serie di meravigliosi affreschi, uno più grandioso dell’altro, che hanno ispirato artisti di ogni tempo. Si tratta sempre di visioni, come sottolinea lo stesso Giovanni ripetendo tre volte il verbo « vidi », nei versetti 11, 17 e 19.

Nella prima domina un cavaliere su un cavallo bianco; il nome di chi lo cavalca è Fedele e Veritiero, che come si è visto sono traduzioni dell’ebraico « aman », da cui « Amen »:

« Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio.

Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori. » (19:11-16).

Qui ritroviamo una sintesi di molti dei simboli già incontrati nell’Apocalisse: i suoi occhi sono come fiamma di fuoco, veste di bianco e dalla bocca gli esce una spada affilata, esattamente come il Primo, l’Ultimo e il Vivente apparso a Giovanni nella visione inaugurale dell’Apocalisse, quindi è evidente che si tratta della stessa persona. Egli reca i simboli della Passione (il mantello insanguinato), ma anche della sua regalità eterna: ha in capo infatti molti diademi, confermando il titolo di Re dei Re, ma anche in chiara opposizione ai diademi portati in capo dalle varie Bestie da noi incontrate durante la nostra lettura ragionata dell’Apocalisse, a partire e dalla Bestia del Mare. dal Dragone Rosso

Il nome che nessuno conosce se non lui solo richiama l’impronunciabile nome di Dio, e quindi la Divinità del cavaliere; infine, per togliere ogni dubbio, viene specificato un altro suo nome: il Verbo di Dio. Forse quest’ultima è l’aggiunta di un discepolo per sgombrare ogni dubbio circa il fatto che questo cavaliere sia Cristo, ricollegandosi direttamente al Prologo del Vangelo di Giovanni.

Egli è l’artefice del Giudizio di Dio, raffigurato come una vendemmia, così come era già stato fatto in 14:19-20, ed appare a noi circondato dal corteo dei Suoi angeli e dei Suoi santi: una raffigurazione, come si vede qui sopra, molto diffusa nelle chiese di ogni tempo e di ogni stile (con termine greco il Cristo viene definto Pantocrator, cioè « Colui che tutto domina »).

Questa è l’ultima delle descrizioni simboliche della persona di Cristo che incontriamo nell’Apocalisse. Riepiloghiamo le principali. Egli è visto:

Come Figlio dell’Uomo e Pastore della sua Chiesa (1:9-20);

Come Agnello immolato che prende posto sul trono di Dio ed assume la direzione della storia e dello svolgersi del piano provvidenziale su di essa (4:1-5:14);

Come appartenente al genere umano,  nato da Dio per la chiesa,  annunziatoci sin dell’Antico Testamento, per penare nella sua Passione e Morte sotto le minacce di Satana (12:1-6);

ricinto di maestà divina con i suoi eletti sul monte Sion (14:1-5);

come sposo della Chiesa (19:4-8).

Tra queste visioni e impossibile scegliere quale sia la più bella; tutte contengono diverse sfaccettature della nostra fede nella persona di Gesù Cristo Vero Dio e Vero Uomo, ma l’ultima è l’unica in cui il Redentore è chiamato con il nome assegnatogli dal Prologo del Vangelo di Giovanni, come se la sinfonia apocalittica in un continuo crescendo avesse qui raggiunto il suo culmine più alto e definitivo.

La disfatta e la condanna delle due Bestie

Ed ecco aprirsi ai nostri occhi un’altra scena di straordinaria potenza, che evoca gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina: « Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: « Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi. » Vidi allora la Bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.

Ma la Bestia fu catturata, e con essa il Falso Profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della Bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni » (19:17-21).

Lo scontro escatologico tra Cristo e la Bestia-Satana è solo evocato, non narrato, attraverso l’affrontarsi dei due titanici personaggi, la cattura della Bestia e del Falso Profeta (cioè la Bestia della Terra) ed il loro sommergimento nello stagno di zolfo e fuoco, da noi

Come e facile capire, questa simbolica descrizione non indica più UN giudizio di Dio che sopravviene durante il corso della storia, bensì IL supremo giudizio di Dio al termine della storia stessa: lo «stagno di fuoco e di zolfo » indica infatti la dannazione eterna dell’Inferno, e da questo stagno non si torna mai più alla ribalta della vita e della storia. 

Può fare un po’ di meraviglia che Giovanni parli della condanna eterna a proposito di due personaggi fantastici e simbolici come sono le due Bestie, ma ogni perplessità sparirà appena si penserà a quanto abbiamo imparato sinora circa il simbolismo giovanneo. Quei due personaggi sono simbolici, ma incarnano persone in carne ed ossa, vale a dire tutti i tiranni, i dittatori, i potenti della storia che hanno vissuto unicamente per il proprio egoismo e per la propria grandezza terrena, magari formalmente facendo sfoggio di pratica religiosa, ma in realtà disprezzando bellamente la Parola di Dio e i dettami della propria coscienza.

La loro sorte (battaglia perduta e condanna eterna) è ben rappresentata dal destino delle due immaginarie Bestie che li rappresentano tutti nelle loro astratte ma vivide figure. Da notare come la Bestia del Mare, simbolo di ogni potenza politica ostile a Cristo ed alla sua Chiesa, si è espressa, al tempo di San Giovanni, nell’impero della Roma pagana; ma essa non si identifica con Roma. Dopo la fine dell’impero romano, infatti, quella Bestia politica continuerà ad esprimersi attraverso altri imperi ed altre superpotenze, fino al termine della storia.

Lo dimostra il fatto che il giudizio di Dio sulla Roma pagana è ben distinto e separato da quello sulla Bestia del Mare, come quest’ultimo è separato da quello che riguarda il Dragone-Satana. Inoltre, ad eseguire la condanna della Roma pagana sono i sette Angeli di cui si è parlato in quel che precede, mentre ad eseguire quella della Bestia del Mare è Gesù Cristo in persona, poiché, come si è detto, la Bestia del Mare rappresenta, nella scimmiottatura diabolica della Trinità, il rovescio speculare del Verbo di Dio. Tutti i conti tornano!

A questo proposito, probabilmente vi sarete già resi conto del fatto che tutte le immagini diaboliche descritte nell’Apocalisse, ipostasi di tutte le malvagità e tutte le perversioni di questo mondo e dell’altro, vengono giudicate e scompaiono dalla scena in ordine inverso a quello della loro comparsa. L’ordine di comparsa e stato, come si ricorderà, il seguente: il Dragone-Satana, le due Bestie, Babilonia/Roma.

L’ordine del loro giudizio e della loro condanna è invece il seguente: Babilonia/Roma, le due Bestie, il Dragone-Satana. Perciò è logico aspettarci, dopo la liquidazione delle due Bestie, quello del Dragone, di cui le Bestie erano come l’emanazione e lo strumento nella lotta contro Gesù Cristo e contro la Chiesa cristiana (analogamente agli Angeli, emanazione di Dio). Ed infatti, subito dopo il giudizio della Bestia e del Falso Profeta, ecco arrivare quello di Satana in persona.

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41 – Dies Irae, spettacolare dipinto su fondo stradale dell’inglese Julian Beever

Per continuare ti è proposto, di cliccare quis otto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(21) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/30/21-apocalisse-il-regno-dei-mille-anni-gog-e-magog/

 

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(21) Apocalisse: Il Regno dei Mille Anni, Gog e Magog

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 11:21

(21) Apocalisse: Il Regno dei Mille Anni, Gog e Magog dans Apocalisse It 13-durerquattrocavalieri-209x300

 Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

La sconfitta del Nemico

Se questa pagina dell’Apocalisse contenesse soltanto la descrizione della disfatta e della maledizione eterna del Dragone, non presenterebbe difficoltà di sorta a noi lettori. Invece, il capitolo 20 del libro è probabilmente il più difficile di tutti, come ora vedremo, a causa del mistero dei Mille Anni che esso contiene. Anzitutto, ricorre ancora per tre volte (20:1.4.11) il verbo « vidi » com’era accaduto nel capitolo precedente, segno del fatto che davanti agli occhi ci si presenta un nuovo trittico simbolico. Ed ecco la prima visione:

« Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il Dragone, il Serpente antico, cioè il diavolo, Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo.

Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la Bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione.
Beati e Santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni » (20:1-6).

La « chiave dall’Abisso » qui citata richiama la «chiave del pozzo dell’Abisso » che è stata data alla stella Assenzio in Ap 9:1. La chiave è un simbolo del potere decisionale: nella Bibbia, possedere la chiave di qualcosa significa esserne il padrone, come testimonia questo passo di Isaia: « Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire » (Isaia 22:22) (all’epoca le chiavi erano grossi bastoni di legno e venivano portate appoggiate alla spalla, come un fucile o un’accetta) e questo notissimo passo evangelico:

« E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. » (Matteo 16:18-19).

Del resto, già al principio dell’Apocalisse il Primo, l’Ultimo e il Viventeaveva detto a Giovanni: « Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi » (Ap 1:18)

Come si vede, Cristo solo può disporre dell’Abisso, evidentemente inteso come luogo di castigo perenne; in altre parole, Lui solo possiede il supremo Potere Giudiziario sul genere umano. Il Drago, che qui è identificato con il Serpente dell’Eden e con il supremo Avversario di Dio (forse la precisazione è del solito copista scrupoloso, che non voleva malintesi), viene incatenato per mille anni.

Il Regno dei Mille Anni

Questa cifra, forse la più misteriosa di tutta l’Apocalisse, ha dato adito, in venti secoli di esegesi, alle interpretazioni più svariate. Fin dalla più remota antichità cristiana questo testo venne interpretato alla lettera, dando vita alla cosiddetta eresia millenarista o chiliasta (dal greco chilioi, « mille »), da sempre condannata dalla Chiesa Cattolica: secondo i suoi adepti, prima della fine della storia umana si instaurerà sulla Terra un regno di Cristo della durata di mille anni, senza che il diavolo possa più infierire contro di esso, come ha fatto nei secoli precedenti.

Per questo è nata la tradizione del « mille e non più mille! », secondo cui il compiersi del primo millennio cristiano avrebbe visto il ritorno di Cristo sulla Terra. L’opinione secondo cui l’intera popolazione europea il 31 dicembre 999 era sconvolta dal terrore è niente più che una leggenda: i millenaristi furono sempre un’esigua minoranza all’interno della cristianità e, se ebbero una certa eco, è solo perchè i loro predicatori gridavano forte i propri slogan nelle piazze (si sa che chi urla più forte viene sempre creduto), e perchè la mente umana si è sempre fatta suggestionare dai numeri tondi come i multipli di 1000.

In realtà il 1 gennaio dell’anno mille la vita continuò come prima, senza sorprese né delusioni; ma i chiliasti trovarono subito una risposta a chi li derideva tacciandoli di aver sbagliato i calcoli, poiché affermarono che i mille anni non andavano contati dalla nascita di Cristo, bensì da altri eventi, a partire dalla Sua morte e resurrezione. Ovviamente anche il 1033 è passato senza troppi scossoni, ma i millenaristi non hanno mai gettato la spugna, ed infatti nel già citato « Nome della Rosa » di Umberto Eco ne compare uno che annuncia la fine del mondo per il millesimo anniversario della presunta « donazione di Costantino », cioè proprio per il 1327 in cui il romanzo è ambientato.

Ancora negli anni recenti si sentiva ripetere « duemila e non più duemila! », ed infatti alcuni hanno esultato alla notizia dell’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, speranzosi circa il fatto che le trombe dell’Apocalisse stessero per suonare. Ma il Cielo ha rimandato tutto un’altra volta a data da destinarsi.

Così come sono andate frustrate finora tutte le previsioni dei Testimoni di Geova, eredi in certo qual modo del chiliasmo medioevale, i quali da un secolo a questa parte ormai fissano presunte date « certe » della fine del mondo, salvo far sparire ogni traccia delle previsioni sballate appena quella data è trascorsa. A tutti questi adoratori del numero mille bisogna rammentare le significative parole di Cristo:

« Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli Angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre » (Marco 13:31-32)Sicuramente 1000 è un altro numero simbolico, come 666 e 144000 anzi, da questo punto di vista è il più facile da riconoscere, essendo la terza potenza di 10, e sia 10 che 3 sono considerati numeri perfetti. Si tratta dunque di un tempo, compiuto, perfetto, assolutamente completo: è presumibile che in questa cifra Giovanni intenda racchiudere la vita stessa della Chiesa Militante, cioè la storia terrena della comunità rinnovata dalla Pasqua di Cristo, che avrà sempre la vittoria sul peccato e sulle forze del Male.

Un altro grosso problema presentato da questo capitolo 20 è il concetto di Prima Risurrezione. Secondo la maggior parte dei commentatori, quest’ultima va intesa come il Battesimo, ovvero come la Vita nuova ricevuta da Cristo, che comporta il vivere e il regnare con Lui. Su questa vita ha potere la « prima morte« , cioè quella corporale, ma non la « seconda morte« , quella spirituale, vale a dire la condanna eterna e la privazione della gioia della comunione con Dio.

A questo passo si è ispirato certamente San Francesco d’Assisi (1182-1226), in questo celebre passo del suo Cantico delle Creature:

« Laudato sì, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male. »

ApoArmagedon dans Apocalisse It

Gog e Magog

Il versetto 20:7 indica invece la fine del tempo storico della Chiesa, e l’inizio del racconto degli Ultimi Tempi con lo scontro finale tra Bene e Male:

« Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli. » (20:7-10).

Lo scontro escatologico, il « Crepuscolo degli Dei » per dirla con la mitologia scandinava, è narrato in poche ma efficaci battute, simili a colpi di scalpello di un genio della scultura contro un blocco di marmo. Per illustrarlo, Giovanni utilizza immagini tolte dal capitoli 38 del profeta Ezechiele, in cui si parla di una coalizione immensa di popoli che muoverà guerra all’indifeso popolo d’Israele:

« Mi fu rivolta questa parola del Signore: « Figlio dell’uomo, volgiti verso Gog nel paese di Magog, principe capo di Mesech e Tubal, e profetizza contro di lui. Annunzierai: Dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe capo di Mesech e Tubal, io ti aggirerò, ti metterò ganci alle mascelle e ti farò uscire con tutto il tuo esercito, cavalli e cavalieri tutti ben equipaggiati, truppa immensa con scudi grandi e piccoli, e tutti muniti di spada. La Persia, l’Etiopia e Put sono con loro, tutti con scudi ed elmi. Gomer e tutte le sue schiere, la gente di Togarma, le estreme regioni del settentrione e tutte le loro forze, popoli numerosi sono con te. (…)

 In quel giorno, quando il mio popolo Israele dimorerà del tutto sicuro, tu ti leverai, verrai dalla tua dimora, dagli estremi confini del settentrione, tu e i popoli numerosi che sono con te, tutti su cavalli, una turba grande, un esercito potente. Verrai contro il mio popolo Israele, come un nembo per coprire la terra. Sul finire dei giorni io ti manderò sulla mia terra perché le genti mi conoscano quando per mezzo tuo, o Gog, manifesterò la mia santità davanti ai loro occhi » (Ezechiele 38:1-6.14-16).

Come si vede, anche in questa pagina ricorrono accoppiati i nomi di due personaggi, Gog e Magog, che nei secoli suggestionarono i credenti, spinti ad identificarli di volta in volta con Alarico, Attila, Alboino, Gengis Khan, i Turchi Ottomani, Stalin, insomma genericamente con possenti nemici di Cristo e della Chiesa, che arrivano armati fino ai denti dal cuore dell’Asia. Ma chi erano costoro?

Il termine Magog è citato per la prima volta nel capitolo 10 del libro della Genesi, nella cosiddetta Tavola delle Genti, per la quale rimando al mio Ipertesto su Genesi 1-11. Tale capitolo elenca tutti i popoli conosciuti dall’autore biblico del VI secolo a.C., identificandoli con i loro fondatori eponimi, figli o nipoti dei tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet. Gog non è citato nella Tavola, ma Magog sì, tra i figli di Jafet, insieme a Mesech, Tubal, Gomer e al figlio di questi Togarma: « I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. I figli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. » (Genesi 10:2-3).

Siccome ogni nome della Tavola corrisponde ad un popolo dell’antichità, è ovvio che questo deve valere anche per il nostro Magog. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si tratti di un popolo chiamato Sahi, stanziato a ovest dell’Armenia, noto ai Greci con il nome di Saci: si tratta infatti di una popolazione affine agli Sciti, i cui principi portavano spesso il nome di Gag (Gagu nelle iscrizioni assire). Mat-Gagu in assiro significherebbe « Paese di Gagu », dal quale si spiegherebbe in una volta sola sia il significato di Gog che quello di Magog.

Le cronache assire fanno esplicito riferimento anche a Mesech e a Tubal, indicando questi due popoli indoeuropei con il nome di Mushki e Tabal: come i Germani per l’Impero Romano, entrambi rappresentavano una continua minaccia per l’Impero Assiro, che spese parecchie energie per scacciarli fuori dai propri domini, e addirittura per inseguirli fin sulle coste del Mar Nero. I regni di Frigia e di Cilicia in Asia Minore sono stati probabilmente fondati da loro, ma la loro patria originaria, come per tutti gli indoeuropei, va ricercata oltre il Caucaso.

Pertanto non è del tutto azzardato identificare la regione di Magog con le steppe russe ed ucraine: non a caso Ezechiele 38:15 colloca la loro patria negli « estremi confini del settentrione ». Quanto agli altri popoli che compongono questa coalizione sciagurata e diabolica, Gomer va identificato con i Cimmeri, popolo proveniente da oltre il Caucaso menzionato nelle cronache assire con il nome di Gimirrai, che nel VII secolo a.C. invase l’Asia Minore, annientando il regno frigio dei Mushki. Togarma, altro alleato di Gog, è poi presente come Tilgarimmu nelle iscrizioni assire e Tegarama in quelle ittite, ed andrebbe identificato con gli antenati degli Armeni.

Dell’orda intravista da Ezechiele poi fanno parte tutti i popoli più remoti, e quindi considerati feroci, mostruosi ed assetati di sangue e di bottino, tra cui i persiani, gli etiopi ed addirittura gli abitanti di Put, nome che gli antichi egizi davano al Corno d’Africa, estremo avamposto verso sud raggiunto dalle navi faraoniche. In ogni caso, la lista di Ezechiele, poi condensata da Giovanni nei soli nomi di Gog e Magog, intende indicare tutte le grandi potenze pagane e nemiche del popolo di Dio, che si daranno convegno per cercare di impedire la vittoria dell’Agnello, un po’ come una micidiale coalizione composta da Ramses II, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Gengis Khan, Napoleone e Hitler!!

Secondo alcuni studiosi, tuttavia, in Gog sarebbe da identificare Gige, re di Lidia tra il 716 e il 678 a.C. e fondatore della dinastia dei Mermnadi. Secondo la leggenda, egli possedeva un anello donatogli da Zeus, che gli consentiva di diventare invisibile. Egli spostò la capitale lida a Sardi, che guarda caso era una delle Sette Chiese d’Asia, e ciò contribuisce all’identificazione.

Per continuare ti è proposto, di cliccare qui sotto e passare alla pagina seguente. Buona lettura!

(22) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/22-apocalisse-il-giudizio-finale-lultima-battaglia/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
 

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