SENTINELLE CHRETIENNE

Bienvenue sur mon blog: Homme 76 ans Retraité, Chrétien Évangélique, poète et écrivain publie sur blogs, n’aime pas la polémique ni la vulgarité, aime beaucoup les bonnes fructueuses échanges d’opinions. J’ai besoin de vos commentaires d’encouragement.

 
  • Accueil
  • > Archives pour le Mardi 29 novembre 2011

(22) Apocalisse: Il Giudizio Finale, L’Ultima Battaglia 29 novembre, 2011

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 23:40

(22) Apocalisse: Il Giudizio Finale, L'Ultima Battaglia dans Apocalisse It Apocalypse07

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Naturalmente, nonostante le micidiali armi messe in campo da questa congrega di tiranni, l’esito della lotta è scontato: il fuoco divino, analogo a quello di Sodoma e Gomorra, li consuma e li annienta. Anche gli apostoli Giacomo e Giovanni, di fronte al rifiuto da parte dei Samaritani di accogliere Gesù, rispondono domandando: « Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? » (Luca 9:54). « Ma Gesù si voltò e li rimproverò ».

Infatti, come insegna la parabola della zizzania (Matteo 13:24-30), non bisogna cercare di annientare il Male che alberga nella storia attraverso armi fantascientifiche di distruzione di massa, altrimenti si colpiranno anche i buoni. Lapidaria è la conclusione della parabola: « Lasciate che [il buon grano e la zizzania] crescano insieme fino alla mietitura, e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio » (Matteo 24:30).

Si tratta di un evidente annuncio di quello che ora Giovanni sta descrivendo nel suo Libro: il tempo della mietitura è venuto, ora la zizzania sarà separata dal buon grano. E così si apre la terza scena grandiosa di questo capitolo: « Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.

Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.

Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco. » (Apocalisse 20:11-15).

Questa scena è stata rappresentata mille volte nella storia dell’arte, senza mai dimenticare il

« libro della vita » che abbiamo già incontrato nelcapitolo 5 dell’Apocalisse: la summa cioè di tutte le vicende umane, contenente tutte le azioni compiute da ciascuno, così da poter giudicare « i vivi e i morti », ovvero quelli scampati e quelli travolti dalla Seconda Morte, quella dell’anima: le pecore ed i capri, insomma, tanto per usare l’efficacissima metafora di Matteo 25:32.

Assistiamo alla risurrezione dei morti, già annunciata in Daniele 12:2 e ben rappresentata dal Beato Angelico (vedi l’immagine soprastante) nella sua versione del Giudizio con quei sepolcri scoperchiati che occupano il centro prospettico della scena. La Vita Beata del Paradiso, consistente nell’essere con Dio per 1′eternità, non è assolutamente da concepirsi, secondo Daniele e San Giovanni, alla maniera platonica: essa non è soltanto il regno delle anime e degli spiriti come lo pensavano gli Gnostici, rifiutando tutto ciò che è legato al corpo e alla materia; al contrario, come vedremo meglio nel capitolo successivo, è una Creazione Nuova, nella quale l’uomo partecipa alla gloria di Dio anche con il suo corpo, nel contesto di una realtà resa affatto nuova dalla potenza di Dio.

Da notare che il mare restituisce i morti da esso custoditi: il mare, come ricorderemo, è simbolo del Male, della Rovina e della Morte, e ciò spiega come mai non siano citati i morti inumati nella terra. Gli Inferi qui citati sono lo Sheol ebraico, cioè il luogo indistinto dell’attesa delle anime, pensato dagli autori veterotestamentari prima che nell’ebraismo entrassero i concetti di Inferno e Paradiso, che ora restituisce i suoi morti affinché vadano alla beatitudine o alla dannazione eterna.

Alla fine, la stessa Morte e lo stesso Sheol sono gettati nello stagno di fuoco, cioè distrutti per sempre. Sembra qui di cogliere un’eco di un’epistola paolina che probabilmente l’autore dell’Apocalisse conosceva:

« Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la Morte » (1 Corinzi 15:24-26).

Dies Irae

Un’opera che meglio di ogni altra ha colto la carica profetica ed anche l’alta dignità letteraria di questo passo è il « Dies Irae », attribuito al francescano fra Tommaso da Celano (1200-1270) e considerato una delle composizioni poetiche più riuscite di tutto il Medioevo. Ispirato al testo di Sofonia 1:15-16, quest’inno è scritto in latino, ma abbandona il tradizionale metro quantitativo per passare a una metrica accentuativa basata sulle rime, sconosciute al mondo classico. Le sue terzine, soprattutto quelle iniziali, martellano le orecchie di chi lo legge con un ritmo davvero paragonabile a quello delle sette trombe dell’Apocalisse. Ecco alcune strofe:

Dies Irae, dies illa:               Giorno di collera, quel giorno:
solvet saeclum in favilla,    struggerà il mondo in scintille,
teste David cum Sybilla. lo attestano re Davide e la Sibilla.

Quantus tremor est futurus,         Quanto terrore arriverà
Quando judex est venturus,    quando giungerà il giudice,
Cuncta stricte discussurus.per giudicare severamente ogni cosa!

Tuba, mirum spargens sonum   La tromba, emettendo un suono
per sepulcra regionum,   stupefacente sui sepolcri del mondo,
coget omnes ante thronum.           spingerà tutti davanti al trono.

Mors stupebit et natura, Stupiranno la morte e la natura
cum resurget creatura,     quando ogni creatura risorgerà
judicanti responsura.                per rispondere al giudice!

Liber scriptus proferetur Sarà presentato un libro scritto
in quo totum continetur,             in cui tutto è contenuto,
unde mundus judicetur. con cui il mondo sarà giudicato.

Judex ergo cum sedebit,E così, quando il Giudice siederà
quidquid latet, apparebit:         tutto ciò che è nascosto sarà manifesto,
nil inultum remanebit. (…)   nulla nascosto resterà. (…)

Preces meae non sunt dignae,  Le mie preghiere non son degne,
sed tu bonus fac benigne,  ma tu, o buono, fai benignamente sì
ne perenni cremer igne!   che io non sia arso nel fuoco eterno!

Inter oves locum praesta,        Fammi posto tra le pecore,
et ab haedis me sequestra,      e dai capri tienimi lontano,
statuens in parte dextra. (…)   ponendomi alla Tua destra.

L’Ultima Battaglia

Ma una rappresentazione letteraria dell’Ultimo Giorno non meno scultorea di quella di fra Tommaso da Celano è stata data dal poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) nel suo sonetto intitolato « Er giorno der giudizzio », gia citato in precedenza:

« Quattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno per ccantone
a ssonà: poi co ttanto de vocione
cominceranno a ddì: Ffora a chi ttocca.

Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone,
pe’ rripijà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca.

E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bianca e nera:
una pe anna’ in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera
d’angioli, e, come si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera. » (25 novembre 1831)

Qui c’è tutta l’Apocalisse concentrata in quattrordici versi, filtrata attraverso le suggestioni del barocco romano; come scrisse il commentatore Giorgio Vigolo, questo è un sonetto surreale nella sua rivisitazione delle verità di fede attraverso la sensibilità del popolino della Roma dell’ottocento, e sarebbe un errore d’interpretazione vedere il sarcasmo nelle immagini della « bbiocca », cioè della chioccia, della cantina, del tetto, della sonagliera degli « angioli » e dello spegnersi dei lumi.

La « bbiocca » viene dal Vangelo (Matteo 23:37), ed in quella « sonajjera » d’angeli, parola dal connotato fonico intraducibile che evoca un senso di frastuono e di rumorosità, tipica di una strada romana supertrafficata, c’è una sinestesia degna di Dante. Ma c’è anche il senso pessimistico di uno spazio escatologico ulteriore, al di là del premio o del castigo, sul tetto o in cantina, nel regno delle ombre, della notte perenne, in cui i lumi sono « smorzati » per sempre, e l’unico perenne augurio è quel triste « bbona sera »: un’inquietudine sorda che anticipa le angosce del Novecento.

Infine, un chiaro riferimento alle pagine dell’Apocalisse che abbiamo letto in queste pagine si trova nel grande ciclo fantasy delle « Cronache di Narnia » dello scrittore irlandese Clive Staples Lewis (1898–1963), uscite tra il 1950 e il 1956, che si chiude con « L’Ultima Battaglia ».

In questo romanzo conclusivo della serie lo stesso universo di Narnia va distrutto dopo una battaglia escatologica tra Tash, il demone adorato dai nemici Calormeniani, ed Aslan, il leone protettore dei narniani che impersona un chiaro simbolo cristologico. Infatti esso rimanda al Leone di Giuda di Genesi 49:9 (ancor oggi simbolo dell’Etiopia), ed inoltre secondo una leggenda medioevale la leonessa partorisce leoncini morti e il leone dà vita ad essi con il proprio fiato, come Dio soffiò la vita in Adamo: anche Aslan ne « Il leone, la strega, l’armadio » restituisce la vita ai narniani trasformati in statue dalla Strega Bianca alitando su di esse con il proprio fiato.

Del resto il demone Tash è descritto né più e né meno come la Bestia dalle molte teste e dalle molte corna dell’Apocalisse. Dopo la fine di Narnia, devastata da mostri orrendi e il cui sole è stato spento da Padre Tempo, i personaggi vedono tutti gli abitanti mai vissuti su Narnia dividersi in due schiere, una delle quali scende tra le tenebre, l’altra entra nella dimora di Aslan, descritta come un’immensa prateria fiorita dalla quale tutto è visibile: una vera e propria « Narnia Celeste »!

43-Brunello-300x209 dans Apocalisse It

43 – Maestro di Brunello, i Dannati, particolare del Giudizio Universale, affresco del 1470 circa nella Chiesa di Santa Maria Annunciata, Brunello, Varese (foto dell’autore di questo sito)

L’Ultima Battaglia

Siamo così giunti al culmine supremo della vicenda umana, l’Ultimo Giudizio, la cui sacra rappresentazione qui tratteggiata con parole cosi scarne eppure così efficaci non vuole costringere l’umanità a vivere nel terrore di una condanna imminente, come la si viveva nei secoli più difficili del Medioevo, scarnificati da guerre, scorribande, carestie e pestilenze.

Ai Cristiani della fine del primo secolo, vessati dalle persecuzioni delle sinagoghe e delle autorità statali, l’Apocalisse addita come meta della Storia la definitiva sconfitta del Male, il severo giudizio di Dio sulla condotta dei malvagi, la glorificazione dei martiri e dei perseguitati per causa di Cristo, l’Inferno e il Paradiso, lo Stagno di Fuoco e la Gerusalemme Celeste, che vedremo risplendere nel prossimo capitolo.

Nessun messaggio può essere più chiaro e più palese di questo. Chi invece, considerando erroneamente il libro dell’Apocalisse alla stregua di una raccolta di enigmi e di rebus da decifrare per conoscere il futuro, sul modello delle centurie di Nostradamus, cercherà una fantasiosa risoluzione dei difficili simbolismi come quelli classici del Numero della Bestia e del Millennio, è destinato a finire inevitabilmente fuori strada.

A questo proposito è bene ricordare le parole di Vittorio Messori, ripetute innumerevoli volte nei suoi libri: la Bibbia ha in serbo tanta luce per chi si trova nelle tenebre e cerca la verità, quanta oscurità contiene per chi non si arrende alla semplicità del messaggio e cerca significati nascosti, piani segreti, complotti cosmici alla Dan Brown.

L’utopistica e comoda interpretazione del Regno dei Mille Anni come un’età dell’oro che sarà vissuta dai cristiani su questa terra prima della fine del mondo, così come i tentativi della gematria di scoprire l’assassino di John Fitzgerald Kennedy in mezzo alla foresta di simboli e di numeri magici dell’Apocalisse, si scontra e si scontrerà per sempre con l’essenziale trasparenza del capitolo 20 del nostro libro: nella lotta eterna tra il Bene e il Male, anche se al momento sembra trionfare quest’ultimo, sarà il primo ad avere l’ultima parola:

« Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! » (Giobbe 19:25)

Non ci resta oramai che l’ultima, splendida, fantasmagorica visione dell’Apocalisse, degno coronamento dell’intero volume. Per leggerla insieme a me, cliccate qui sotto.

(23)  http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/23-apocalisse-il-nuovo-eden-la-fine-del-tempo/

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour le Mardi 29 novembre 2011

(23) Apocalisse: Il Nuovo Eden, La fine del tempo?

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 22:52

(23) Apocalisse: Il Nuovo Eden, La fine del tempo? dans Apocalisse It Apocalypse04

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

Il Nuovo Eden, La fine del tempo? Sono io Giovanni

La descrizione raggiunge il culmine quando illustra la felicità dei beati, utilizzando una lunga citazione del capitolo 60 di Isaia che ci mostra la processione dei Santi diretta verso il loro Dio:

« Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. » (21:22-27).

Una scoperta che lascia sorpreso lo stesso Giovanni consiste nel fatto che nella Nuova Gerusalemme non esistono più templi.

Infatti Dio stesso e Cristo, l’Agnello immolato, sono il tempio vivente, perchè ora non è più necessaria nessuna mediazione tra Loro e l’uomo, ed i Salvati possono contemplare direttamente in faccia il loro Signore, con il Quale sono in piena comunione per sempre. Allo stesso modo sono scomparsi sole, luna, stelle e tutti i luminari creati da JHWH nel Quarto Giorno dell’Eptamerone, lasciando il posto alla straripante Luce della Maestà Divina.

Segue poi una descrizione bucolica della Nuova Patria Celeste, che ha ispirato da vicino centinaia di artisti, tra cui il Beato Angelico che l’ha raffigurata sul lato sinistro del suo Giudizio Universale, come abbiamo visto nel capitolo precedente:

« Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli » (22:1-5).

Evidentemente questo ritratto è modellato su quello del Paradiso Terrestre descritto nel capitolo 2 della Genesi, con l’immagine del fiume e, al versetto 14, dell’Albero della Vita

« Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi » (Genesi 2:8-10).

Il fiume della Gerusalemme Celeste non si divide più, perchè tutta l’Umanità Redenta è stretta intorno al Trono dell’Agnello. L’Albero della Vita è un’evidente allusione all’albero dell’Eden, piantato al principio della Storia della Salvezza, il cui significato è chiaro: i Beati hanno a disposizione la fonte stessa della Vita, e quindi non morranno mai e non saranno più soggetti al ciclico divenire del nostro mondo fatto di materia.

« Accanto all’Albero della Vita » , argomenta in proposito Pietro Citati, « nell’antico Paradiso Terrestre esisteva l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, dal quale derivò la divisione del mondo in due sfere opposte: bene e male, sacro e profano, puro e impuro, permesso e proibito, vita e morte, divino e demoniaco, libro bianco della Grazia e del Rito e libro rosso del Peccato e della Vendetta.

Nel Nuovo Eden è rimasto solo l’Albero della Vita. Invece di essere divisa negli opposti, l’Essenza di Dio è ora intera e indivisa: i Suoi due volti si sono riunificati al di sopra del Bene e del Male, come i colori antitetici si sono riunificati nell’unità della Luce. »

48-GerusalemmeCelesteBamberga-239x300 dans Apocalisse It

48 – La Gerusalemme Celeste, 1000 d.C., da una Apocalisse
conservata alla Staatsbibliothek di Bamberga, Germania

La fine del tempo?

Da notare che l’albero dà dodici raccolti all’anno, uno per mese, assicurando ricchezza e prosperità infinite: torna l’interminabile simbolismo del numero dodici in questo ultimo scorcio dell’Apocalisse. Questo affollarsi di simboli tolti dal primo libro della Bibbia ci dice che il Peccato Primordiale aveva distrutto la comunione tra Dio e l’Uomo che era nel progetto originario del Signore, ma nel Paradiso Celeste tale unità di intenti viene ripristinata, e la salvezza dell’intero universo è assicurata per sempre. Contemporaneamente, nel comporre questo brano Giovanni è suggestionato dal ritratto ideale della Terra Promessa che ci presenta Ezechiele nel capitolo 47 del suo libro profetico:

« Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. (…) Era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a guado. Allora egli mi disse: « Hai visto, figlio dell’uomo? » Poi mi fece ritornare sulla sponda del fiume; voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era un grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra. » (Ezechiele 47:1-2.5-7).

Anche in questo caso il messaggio è trasparente: sulla Terra, nel corso della Storia umana, noi non siamo a casa nostra, ma siamo esuli in quella che C.S. Lewis, l’autore delle « Cronache di Narnia », chiamava con termine significativo « la Terra delle Ombre« . Siamo come Mosè, che attraversa il deserto diretto alla patria promessa, e come gli esuli di Babilonia, che attendono di tornare alla terra natale e di ricostruire il Tempio. Così ha scritto in proposito il teologo gesuitaUgo Vanni:

« Tutte le promesse di Dio nell’Antico Testamento si trovano qui realizzate al di sopra di ogni immaginazione. A questo punto il lettore non solo sa, ma sente e percepisce dal di dentro che la Gerusalemme Nuova è davvero la sua città: vale la pena di attraversare il guado della precarietà, della sofferenza, della lotta sfibrante contro il male, di superare le lusinghe insidiose delle Babilonie disseminate nell’arco della storia per raggiungerla. Consapevole fin dall’inizio della lettura-ascolto dell’Apocalisse che il nome di Gerusalemme si trova scritto sulla sua fronte, avverte adesso con gioia e commozione di portarla nel cuore. »

Eppure, Pietro Citati ha ancora qualcosa da dirci in proposito:

« Se né sole né luna misurano i giorni, se non c’è più notte, se l’uomo abita in Dio, se la luce domina senza ostacoli e senza sosti, possiamo credere che il Tempo abbia finito di esistere. Ci sembra che il Vecchio Tiranno abbia cessato per sempre di battere i suoi colpi regolari e sinistri. Eppure, non è così. Ci sono ancora dei mesi: dei frutti vengono a maturazione; e delle nazioni dei re, che non appartenevano alla città cubica, entreranno dalle porte sempre aperte della Gerusalemme Celeste.

Dunque accadono eventi: resta aperto il futuro: il movimento della storia non è finito; non c’è nessuna pagina ultima, nessuna sosta definitiva, nessuna meta raggiunta per sempre. Forse siamo giunti al punto segreto dove l’eterno ed il tempo coincidono. Il tempo, una volta così oppressivo, ha accettato il ritmo estatico dell’infinito, mentre l’eterno, invece di cristallizzarsi in un punto immobile, si muove senza fine, come il rivo d’acqua che scaturisce dal trono, come la sorgente d’acqua che zampilla verso la Vita Eterna. »

Sono io, Giovanni

Il più suggestivo libro biblico si avvia così al suo epilogo, costruito attraverso un dialogo tra Giovanni e l’Angelo che lo ha guidato fino all’ultima visione. Quest’ultimo, parlando come se incarnasse Cristo stesso, così come accadeva per Mosè con l’Angelo del roveto ardente, annuncia come imminente la propria venuta gloriosa, secondo la convinzione che era propria dei primi secoli cristiani:

« Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro » (22:6-7)

Subito dopo Giovanni si rivolge direttamente al lettore:

« Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate » (22:8).

Questo ricorda irresistibilmente un passo del Vangelo di Giovanni, confermando l’ipotesi dell’identificazione tra gli autori delle due straordinarie opere:

« Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera » (Giovanni 21:24)

Ed ecco che Giovanni, come gli abbiamo già visto fare nel capitolo 19, si prostra davanti all’Angelo, dato che Cristo in persona aveva parlato per bocca sua, ma la reazione dello spirito è ancora la stessa:

« Ma egli mi disse: « Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare! » » (22:9).

Segue l’invito a divulgare il più possibile le visioni avute, anche a chi ne rifiuterà il messaggio (sembra di sentire l’eco della parabola evangelica del seminatore):

« Poi aggiunse: « Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro, il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. » » (22:10-11)

49-GerusalemmeCelesteCloister-300x288

 49 – La Gerusalemme Celeste, XIV secolo, miniatura dell’Apocalisse di Cloister

Siamo ormai alle ultime battute: Per leggerla insieme a me,

cliccate qui sotto.

(24) http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/11/29/24-apocalisselalfa-e-lomega-gli-ultimi-tempi/

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

 

 
  • Accueil
  • > Archives pour le Mardi 29 novembre 2011

(24) Apocalisse:L’Alfa e l’Omega, Gli Ultimi Tempi

Classé dans : Apocalisse It — Sentinelle Chrétienne @ 21:30

L'Alfa e l'Omega, Gli Ultimi Tempi

Da: http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse7.htm

L’Alfa e l’Omega, Gli Ultimi Tempi, La calligrafia cifrata dei Cieli,

Vieni, Signore Gesù!

Siamo ormai alle ultime battute: entra in scena il protagonista stesso dell’opera, Cristo, nella Sua duplice funzione di Colui che suggella definitivamente la storia, e di Colui che giudica ogni vivente, scacciando dalla propria Città Santa ogni perversione ed ogni idolatria:

 « Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.
Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!

Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. » (22:12-16).

Il suggestivo ricorso alla prima e all’ultima lettera dell’alfabeto greco per indicare la Divinità era già stato da noi incontrato in Apocalisse 1:8, e a buon diritto viene qui riproposto al termine dell’opera e di tutta la Storia della Salvezza, così come il Principio e la Fine richiama

« il Primo, l’Ultimo e il Vivente » di Ap 1:17-18. Come la prima e l’ultima lettera abbracciano e racchiudono tutto quanto l’alfabeto stesso, cioè tutto l’esprimibile dalla mente umana e, per estensione, tutta la realtà dell’essere, cosi Dio nella Sua Immensità abbraccia, comprende, racchiude, inizia e pone termine a tutto l’universo.

 Questo vuole ribadire Giovanni: tutto ha origine da Lui e tutto infine confluisce in Lui. La grande avventura della Storia non ha mai a monte il puro caso o l’azione di forze cieche, come il Fato degli antichi pagani, ma l’atto di amore e di donazione di un Essere infinito e buono, a cui tutti gli uomini, fin dall’origine della specie umana, hanno dato infiniti nomi, e che noi chiamiamo Dio.

Gli Ultimi Tempi

Per usare le parole di Giovanni Canfora, così come tutto l’Antico Testamento attendeva la venuta di Cristo, cosi noi, i discepoli del Nuovo Testamento, siamo in attesa del ritorno di Cristo e della Sua definitiva vittoria sul male, né può essere altrimenti, perché tutta l’opera di Dio ha come centro e fine Cristo, il punto di fuga della lunga prospettiva della Storia.

Perciò la speranza e l’attesa del ritorno di Cristo non sono qualcosa di marginale nel cristianesimo:  l’attesa cristiana della fine, la speranza cristiana nell’instaurarsi della Nuova Gerusalemme, fanno parte integrante dello svolgersi di questa storia, e, per usare le parole del teologo luterano

Oscar Cullmann (1902-1999), « si situano nella linea che, partendo dalla Creazione e passando per il popolo d’Israele, il Resto, il Cristo unico, la Chiesa e l’umanità convertita e riscattata, sfociano nella Nuova Creazione ».

La nostra speranza di cristiani non può essere che la speranza nella Parusia, nel ritorno del Signore, al di là di tutti gli stolidi tentativi di calcolare la data del Suo ritorno, perché il quando è nascosto nel segreto di Dio. Non ci devono trarre in inganno le espressioni di Giovanni come « presto » o « vicino », le quali, più che calendarizzare una cronologia precisa, si riferiscono alla nostra situazione, poiché di fatto negli « ultimi tempi » della Creazione noi siamo già, impegnati nell’attesa fiduciosa che il Redentore dia finalmente compimento alla nostra storia.

L’Antico Testamento, che è tutto una preparazione pedagogica dell’umanità alla venuta del Salvatore, costituisce ormai i « tempi passati », i « primi tempi »; Cristo, compiendo l’opera del Padre Suo e riportando una vittoria definitiva sulle potenze del male (« abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! » dice in Giovanni 16:33), ha aperto ed iniziato gli « ultimi tempi ». Questa vittoria naturalmente non ha ancora sortito i suoi ultimi effetti, e non si estende ancora a tutta la terra né a tutta l’umanità: la vittoria completa sarà ottenuta solo nella sfera soprannaturale e puramente spirituale (e il nostro immaginoso « Cielo » non vuol fare altro che evocare questa sfera).

L’umanità conserva la sua piena libertà e può anche rifiutare la vittoria di Cristo, permettendo alle forze del Male di continuare la lotta. Ecco perché l’Apocalisse ci ha mostrato la lotta del bene e del male in questo mondo (i servitori di Dio contro i servitori della Bestia e del Dragone-Satana) in stretto collegamento con la lotta tra Bene e Male della sfera ultraterrena (angeli buoni ed angeli cattivi, Dio e Satana). Ed è per questo che, più che parlare alla nostra curiosità, le pagine dell’Apocalisse parlano alla nostra speranza.

Vieni!

Queste estreme battute dell’Apocalisse concludono perciò nel modo migliore sia il messaggio del libro sia quello di tutta la Bibbia. Esse sono ritmate sul verbo « venire », che invoca l’irruzione di Cristo nella storia per porre un freno a tutte le sue storture e crudeltà.

« Lo Spirito e la sposa dicono: « Vieni! » E chi ascolta ripeta: « Vieni! » Chi ha sete venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita. Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose dice: « Sì, verrò presto! » Amen. Vieni, Signore Gesù! » (22:17-20).

Le ultime parole di Giovanni, prima dell’Amen finale, sono un’invocazione liturgica molto usata dalle comunità cristiane primitive, che nell’originale aramaico ci è stata tramandata da San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi: « Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: vieni, o Signore! » (1 Cor 16:21-22).

Da notare che quest’invocazione nella lingua originale costituisce un gioco di parole. Infatti può essere letta in due modi:

Maran atha si può tradurre « Il Signore viene », cioè è presente già da ora in mezzo alla comunità dei credenti, mentre Maranà tha significa invece « Vieni, Signore! » ed è un’invocazione affinché Egli torni presto tra noi. Duplice è il significato in Paolo, duplice è dunque il significato anche in Giovanni. Che, si noti, conosce bene questa lettera, perchè ne riproduce fedelmente la chiusa secondo lo schema: saluto autografo + ammonimento a non tradire il Signore Gesù + invocazione al Signore stesso + rendimento di grazie + Amen.

L’ultimo versetto dell’opera, come se si fosse trattato di un’unica colossale preghiera, si chiude infatti con un pensiero rivolto ai lettori di ogni tempo e con un « così sia »: « La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen! » (22:21)

La calligrafia cifrata dei Cieli

E con questo siamo arrivati al termine di questa nostra cavalcata nell’Apocalisse, nella quale abbiamo accumulato una serie di « ipotesi » per cercare di decifrare i tanti misteri celati in questo affascinante libro. Non mi illudo certo di averli svelati tutti, anzi! Comprendere la vera chiave di un testo come questo è come cercare di raggiungere la velocità della luce: secondo la Relatività di Einstein, più ci si avvicina ad essa, e più cresce lo sforzo necessario per avvicinarcisi ulteriormente.

Anche perchè, secondo alcuni, comprenderla al 100 % non solo sarebbe impossibile, ma andrebbe contro le stesse intenzioni dell’Autore. Questo infatti è il commento finale di Pietro Citati a proposito delle molteplici chiavi di lettura di questa che si presenta a noi fin dalla prima parola come la « Rivelazione » piena ed assoluta:

« In realtà, scrivendo l’Apocalisse, Giovanni non ha voluto essere capito. Come i saggi e i poeti, contava sul mistero, sull’enigma, sull’equivoco, sulla polivalenza dei significati. Sapeva che, per quanto gli interpreti traforassero il suo testo, vi sarebbe rimasto qualcosa di tenebroso: molto o moltissimo di insondabile; e quindi il rotolo appena aperto sarebbe stato interpretato in tutti i sensi, applicato in tutte le epoche e situazioni, frainteso, tradito e realizzato senza fine.

L’oscurità ne garantiva il futuro: quel futuro al quale soprattutto teneva; solo quando i nostri occhi si sveglieranno senza più ombre nella luce leggerissima della Gerusalemme Celeste, potremo comprenderne appieno ogni lettera. Giovanni sapeva che i libri chiari e aperti muoiono appena nati. Solo i libri scritti con la calligrafia cifrata dei Cieli, solo i libri che nessuno può dissigillare completamente, continuano a infuocare per secoli i nostri pensieri. »

 Se così è, dopo tanto ipotizzare, mi sia concesso di chiudere con l’unico messaggio sicuramente « chiaro e aperto » dell’Apocalisse per tutti i lettori e i commentatori di tutti i tempi, l’unico che tutti possono cogliere e immergere direttamente nel proprio vissuto, l’unico che possono sentirsi di ripetere instancabilmente fino alla discesa dal Cielo della città di diaspro cristallino:

« Vieni, Signore Gesù! »

 

http://salvatorecomisi.unblog.fr/2011/12/06/apocalisse-spiegata-tutta-in-24-articoli/

 

Bibliografia

AA.VV., « La Bibbia per la famiglia, Nuovo Testamento », volume 2, edizioni San Paolo, Alba

AA.VV., « La Bibbia di Gerusalemme », edizioni Dehoniane, Bologna

AA.VV., « Patmos, l’isola dell’Apocalisse », da « Il Mondo della Bibbia », n° 44, settembre-ottobre 2008

AA.VV. « La Bibbia, prima lettura », Principato, Milano a cura di Giovanni Canfora, « La Bibbia Illustrata », edizioni San Paolo, Alba

Ugo Vanni, « L’Apocalisse: ermeneutica, esegesi, teologia », EDB, Bologna

S.Canelles, C.Caricato, L.Piscaglia, S.Simonelli, « Introduzione alla Bibbia », ed. Newton, Roma

Matteo la Grua, « Cristo nelle pietre preziose », Soc. Coop. Rinnovamento nello Spirito Santo, Roma

Pietro Citati, « La Luce della Notte », I Miti Mondadori, Milano

Vittorio Messori, « Pensare la Storia », Sugarco edizioni, Milano

 

 
 

koki |
EGLISE DE DIEU Agapè Intern... |
UNION DES EVANGELISTES INTE... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | bornagain
| وَلْ...
| articles religieux